LA VISITA DEL CAPO DELLO STATO/ Zavoli: Bulow e Zac, la vita per la libertà

Questo il discorso del Senatore Sergio Zavoli in ricordo di Benigno Zaccagnini e Arrigo Boldrini alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.


Signor Presidente della Repubblica,
mi unisco ai sentimenti dei miei concittadini con il privilegio di poterLa ringraziare di persona per aver voluto rinnovare, in una circostanza così significativa, il valore civile e morale, culturale ed etico di questa Sua venuta a Ravenna, nel nome di Benigno Zaccagnini e Arrigo Boldrini, protagonisti di una storia che è tutt'uno con quella del nostro Paese. In ambiti e ruoli diversi hanno lasciato qui, in questa terra, l'inseparabile ricordo della parte avuta, prima, nella resistenza al regime fascista e poi nella lotta partigiana per la libertà. Che Lei abbia inteso ribadire l'importanza della memoria e la continuità della sua lezione rinnova anche l'orgoglio di quanti La vedono o La sanno, oggi, con noi. Zaccagnini e Boldrini furono uomini di parte, le loro appartenenze e militanze avrebbero potuto vederli non estranei, ma lontani; invece, nel farsi della tragedia, tralasciate le distinzioni strettamente ideologiche, e uniti da una nuova, esigente eguaglianza ideale, scelsero di percorrere una strada che avrebbe condotto a una libertà pensata e voluta per tutti. Non a caso Benedetto Croce ebbe a dire che i primi a essere liberi sarebbero stati "i più capaci di coraggio e di verità, non certamente di prudenze e rivalse". Nell'Aula del Senato, Arrigo Boldrini pronuncerà, a sua volta, queste parole: "Noi dobbiamo confermare il valore di una comune battaglia per la libertà e la democrazia, la giustizia e l'indipendenza nazionale. Una conquista per tutti: per chi c'era, per chi non c'era, e per chi era contro [...] altrimenti - aggiungerà - dietro quei cippi e quelle croci sarebbe rimasto solo il dolore delle madri!". Non per introdurre una nota di significato meramente teorico, ma la parola "libertà", nel discorso di Bulow, venne prima di "giustizia". Fu il segno, credo, di una profonda scelta identitaria.
A questa prevalenza della libertà Benigno Zaccagnini ha dedicato tutta la vita. Anche il giorno in cui le Br gli fecero giungere la lettera scrittagli da Aldo Moro - con il grave, dolentissimo richiamo alla sua responsabilità di segretario della Dc - egli stabilì che quell'ingiunzione sacrosanta e terribile non dovesse dar luogo a un inaccessibile, e comunque intollerabile, teorema politico. Occorreva essere liberi, e insieme equanimi, nel giudicare.


Lei, Signor Presidente, fu tra i grandi oppositori di un'ingiuria che investì Zaccagnini quando qualcuno gli mosse, più o meno dissimulata, l'accusa di una presunta fragilità politica, volendogli riconoscere il solo merito di rappresentarne il "volto buono", la "faccia pulita"; un'immagine bellissima, amata soprattutto dai giovani, ma da respingere quando si pretese di sottrarle altre virtù: della coerenza e della costanza, civile e morale, che ne fecero un simbolo vivo della verità. Onde poter credere, nella temperie di quei giorni, che non c'è mai tanto bisogno di politica come quando essa stessa sembra autorizzarci a voltarle le spalle.
Non appena ebbe in mano il testo della lettera di Moro, tre amici e collaboratori, Umberto Cavina, Arrigo Righi e Giorgio Fenati, mi chiesero di raggiungerli a Piazza del Gesù perché Benigno, in quel drammatico frangente, avesse vicino anche "i romagnoli"! Trovai un uomo addolorato, sgomento a tratti, ma non devastato secondo quanto avrebbero voluto le persone ostili, insieme, alla sua umanità e alla sua fermezza.
Lo rividi a Ravenna, dopo l'uccisione di Aldo Moro, nella sua casa di Via di Roma, rammenta signora Anna? Mi fu dolce pensare che a qualche numero civico di distanza era vissuta la famiglia di mia madre. In quel salottino semplice, come inventato da Marino Moretti, gli chiesi se avesse mai avuto un moto di protesta nei confronti di chi, in una circostanza influenzabile da una tragica, umana cedevolezza, gli aveva scritto quella lettera cruciale, dolorosissima.

La risposta, registrata per "La notte della Repubblica", venne di getto: «No, sentii un'altra cosa... e la confesso per la prima volta. Sentii, fortissima, la tentazione di abbandonare il mio posto, di dimettermi. Considerai, però, che non era possibile. Quale significato avrebbe assunto una diserzione, quali sarebbero state le sue ripercussioni? Non è stato un problema di coraggio, o viltà. È stato solo un problema di responsabilità, da cui non potevo liberarmi con l'atto molto, troppo semplice, di farmi da parte...» - E fu così, gli dissi, che tutto ebbe il suo corso: vado per la mia strada, incontro alla mia guerra..., ricorda? «Pensai a questi versi quando, senza che me l'aspettassi, venni eletto segretario del partito. Da allora ho visto la tragedia di Moro, di Bachelet, di Mattarella e poi, in questa continuità di sangue, di Ruffilli, a due passi da dove siamo».
Mi chiedo, signor Presidente, se i giovani d'oggi sanno che allora non vi furono solo scoraggiamenti, rassegnazioni, paure, ma anche e soprattutto ribellioni, propositi, speranze. E l'orrore della diserzione, come fu per Zaccagnini. Glielo chiedo perché non solo tra gli studenti, nei giorni cosiddetti della riforma, molto volgeva al pessimismo, nell'idea insidiosa che il Potere agisse lontano da loro, senza di loro e in qualche modo persino contro. Ciò generava, qua e là, un dissenso anche violento.

Il Paese Le è grato per aver voluto incontrare, con una risolutezza che Le appartiene, la rappresentanza consapevole della contestazione. Il Suo gesto ha riproposto a tutti una lettura, pacata e ferma, della democrazia: che non è soltanto, come non di rado si vorrebbe, il regno accomodante, persino indulgente, del compromesso; tant'è che ne fanno parte, vive e fondamentali, le manifestazioni responsabili del dissenso.
Il Suo, signor Presidente, continua a essere un contributo non facile, tra i molti di un mandato così complesso, alla concreta difesa di un'unità la quale esprima il profondo, solidale legame che si debbono, tra loro, le generazioni. E' come leggere le pagine equanimi, non solo sagge, della nostra Carta. La sua presenza, qui, dopo quel messaggio dedicato ai giovani - i più deboli e bisognosi di futuro - ci riporta ai tempi ormai lontani, qua e là persino dimenticati, in cui Arrigo Boldrini congedò i suoi partigiani, protagonisti della memorabile "battaglia delle Valli", il cui spirito riecheggia, in questa sala, nel ricordo di un'epopea.

La cui conclusione passerà alla storia con le parole del suo cronista più scrupoloso, Guido Nozzoli: «Adesso i ragazzi si allontanano a gruppi col berretto in tasca e il giubbotto sulla spalla, come braccianti che tornano dalla mietitura o studenti appena usciti da scuola. Prendono la statale 16. La strada della guerra diventa quella del ritorno. Si avviano verso il nuovo fronte assegnato alle Brigate: quello della pace, che si snoda di casa in casa».
Signor Presidente, la storia lascia lungo le strade i suoi cippi, orgogliosi o dolenti, ai bordi del nostro cammino; quei cippi sono lì per ricordarci le speranze perdute, ma anche quelle appagate, che si prolungano in un volenteroso e indivisibile patrimonio comune.
Il discorso di Arrigo Boldrini, del 7 novembre 1989, nel giorno dei funerali di Zaccagnini, non a caso terminava così: «Le parole passano, ma nei mosaici della nostra Ravenna si aggiunge una tessera con il nome di Benigno, amico indimenticabile. E così, nei momenti di sconforto e di amarezza, andremo assieme ai giovani, ora e per sempre, a riscoprire quella tessera fra i colori delle antiche basiliche per essere fedeli a una scelta di vita, come lui ci ha insegnato». Andremo assieme ai giovani..., disse Bulow, medaglia d'oro della Resistenza, nel nome della continuità, cui non è estranea la speranza. Sperare è un verbo anche laico, secondo cui la speranza è agire; lo stesso che Elias Canetti ha dedicato, si direbbe, a questo giorno ravennate: "Certe speranze, quelle pure, quelle che non nutriamo per noi stessi, e il cui adempimento non deve tornare a nostro vantaggio, le speranze che teniamo pronte per tutti gli altri, bisogna nutrirle, proteggerle, quand'anche non dovesse mai giungere il giorno in cui si compiano: perché nessun inganno è altrettanto sacro e da nessun altro inganno dipende, a tal punto, la nostra possibilità di non finire sconfitti.".

E Zaccagnini sembrò rispondere con queste parole, dette al colmo della sua vita: "... Mai come oggi abbiamo creduto di dover ricorrere al valore indicibile della speranza, della coerenza ideale, del senso della realtà, della forza liberante e innovatrice delle idee".
Sono sentimenti che promanano, signor Presidente, anche dal Suo ininterrotto viaggio nell'identità civile, morale, etica di un Paese che ha bisogno di credere in se stesso; un Paese che più d'una volta ha dimostrato di saper governare le difficoltà, anche le più gravi, e superarle senza esasperarne le contraddizioni secondo le ingannevole forzature di una competizione trasformata in antagonismi tenaci e inconcludenti. Mentre occorre esser forti nella cognizione virgiliana della fraternità, sorretti dallo spirito di una gens che, con alterne cadute e risalite, è andata incontro a una storia che comprende la nostra origine, i nostri valori, concreti e interiori, la nostra creatività. E vorrei aggiungere una parola un po' in disuso: la nostra Patria.

Una Patria di tutti, per tutti, con la P maiuscola o minuscola, purché si sappia che cosa significa esserne parte, portarne il nome, difenderne i principi, riconoscendovi, con le grandi, anche le tante piccole storie di ciascuno, dalle quali nasce, cresce e si misura una comunità. Poi sarà un'altra parola, democrazia, a tenere in vita tutto ciò: una realtà provvida e onerosa, in cui ognuno metta del suo per farne, appunto, un bene comune; dando più certezze a chi ne ha meno, o sono così deboli da doverne sentire l'iniquità e affrontarne lo scandalo.

Se la politica, come Don Milani spiegava dalla sua impervia, fraintesa e contrastata scuola di Barbiana, è "uscirne insieme", vorrei riandare a quella solidale metafora e dirLe, Signor Presidente, che usciremo da questa sala con un augurio per nulla rituale: il nostro più partecipe "buon lavoro".

Oggi anche nel nome di due testimonianze che questa generosa città - avvezza ai grandi moti dello spirito e della mente - non custodisce solo per sé in una gelosa memoria, perché la lezione di Zaccagnini e Boldrini è iscritta in una Storia che ci ha messo e ci tiene assieme, in tutto il nostro Paese. Grazie di questo Suo viaggio, Presidente.
08/01/2011


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