“Caffettiera Blu” di Caryl Churchill secondo Bluemotion

“Caffettiera Blu” di Caryl Churchill secondo Bluemotion
Locandina dell'intero progetto dei Bluemotion dedicato a Caryl Churchill

Recensione dello spettacolo “Caffettiera Blu”, regia di Giorgina Pi dei Bluemotion, formazione romana legata all'Angelo Mai; l'atto unico è parte di un progetto dedicato alla drammaturga inglese Caryl Churchill, chiamato “Non normale, non rassicurante”

Il pubblico viene fatto accomodare direttamente in scena. I posti sono sistemati a quadrato, attorno a un tavolo illuminato e collocato all'esatto centro, sotto gli occhi di tutti. I protagonisti di “Caffettiera Blu” sono invece mimetizzati tra gli spettatori e di volta in volta emergeranno dal buio, chiamati sotto le luci a giocare la loro parte. La platea rimane vuota, nera, alle nostre spalle. 

 

Va in scena una truffa. Siamo a Londra, Derek (Mauro Milone) e la sua ragazza Enid (Laura Pizzirani) hanno bisogno di soldi. Sebbene Enid non sia totalmente d'accordo, Derek decide di turlupinare delle povere vecchiette spacciandosi per il loro figlio naturale, avuto in gioventù e abbandonato ad una sconosciuta famiglia adottiva. Il passato, e con esso tutto quel groviglio di rimorsi, scelte e abbandoni, stravolge la vita di queste donne durante le chiacchierate con Derek, archetipo di britishness, calmissimo e anodino; che sembra da par suo aver quasi preso gusto nel sentir rievocare i ricordi e nel sentirsi parte di una fittizia rete famigliare.

Uno strano gioco che ben presto gli attira le critiche di Enid – in realtà spinta, più che per sincera compassione, da semplice bisogno di pecunia, pare. Gli esiti di questo raggiro non sono trasparenti, e comunque sembrano non interessare troppo né alla regia, né al testo, né agli attori. 

 

Il centro di questo spettacolo, almeno se impostato in questo modo, è meno il contenuto che la forma: come un virus del linguaggio, le due parole “blu” e “caffettiera” del titolo cominceranno a strappare il tessuto drammaturgico, prima come tic isolati e buffi, poi come una vera e propria cascata di non sensi. Coniugate come verbi, usate al posto sostantivi, preposizioni e aggettivi, “blu” e “caffettiera” erompono dalle labbra indifferenti dei personaggi, che continuano la loro finzione senza farci caso, quasi che il segnale delle loro voci fosse stato oggetto di un'operazione di censura o manipolazione.

Si arriverà alla quasi totale decostruzione del linguaggio, soprattutto nelle ultime scene di questo atto unico: nel momento in cui perfino queste due parole, che sembravano costituire un'insensata certezza, solide pietre d'inciampo nel flusso del dialogo, cominceranno a consumarsi, a deformarsi fino a una lallazione infantile: “blblb” e “kfff”.

 

Questo il quadro: il giudizio sulla qualità della messa in scena non può che essere positivo. Gli attori recitano in modo sobrio e intimista, non si lasciano quasi mai andare al macchiettistico; un pericolo che è sempre dietro l'angolo quando si vestono i panni degli anziani. Lo spettacolo non annoia, e ti accompagna in fondo con britannico distacco.

I dubbi critici emergono semmai dal testo, e finiscono per intaccare le ragioni stesse della messa in scena: per quale motivo impegnare energie e tempo per produrre uno spettacolo del genere? Al di là della legittima riscoperta di un testo o di un'autrice, al di là dei necessari interessi accademici, che cosa ci dice questo spettacolo?

 

 

Occorre dunque mettere alla prova le nostre limitate capacità interpretative e vedere se un qualche succo si riesca infine a cavare da questo frutto.

 

Ipotesi Ludwig. Questo spettacolo è una riflessione sul linguaggio, e sulla sua natura convenzionale. In questo contesto teatrale si fissa una regola: poniamo che due parole non abbiano una corrispondenza precisa nel mondo, e osserviamo empiricamente che succede. Il cervello del pubblico cerca di codificare le frasi e di risolvere rebus, e si finisce per riflettere sulla plasticità funzionale del linguaggio. “I problemi filosofici emergono quando il linguaggio fa vacanza”, scrisse Wittgenstein. In questo spettacolo, se non proprio in ferie, il linguaggio sta almeno facendo un pisolino. Cosa ne ricaviamo? Una conferma delle tesi di Wittgenstein: il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio. E se io, drammaturga, decido di usare “blu” e “caffettiera” come segnaposto universali, cambio il loro significato. Interessante, ma non sufficiente a giustificare un'ora e mezza di gioco linguistico.

 

Ipotesi comico-surrealista. La ripetizione fuori contesto delle due parole è un espediente comico-artistico senza ragioni teoriche; serve per straniare lo spettatore e per strappargli una risata. Di risate ce ne sono state, ma brevi, perché lo sforzo dello spettatore, come sempre, è quello di seguire un filo narrativo. I due tic testuali disturbano la comprensione e finiscono per infastidire più che divertire.

 

Ipotesi critico-decadentista. Il virus che de-costruisce l'eloquio di questi personaggi è una amara riflessione sulla progressiva perdita di significanza della parola contemporanea. Viviamo oggidì in un mondo di parole i cui significati vengono quotidianamente sviliti, in cui non si sa più usare con competenza la lingua, in cui ci si ferma alla superficie del linguaggio senza riflettere sul vero significato di certe espressioni: da ciò consegue una generalizzata incapacità all'ascolto, una sempre più diffusa inappetenza al dialogo, che si traduce scenicamente nell'impossibile incontro tra due bolle, nella concreta emissione vocale di non-sensi. Ipotesi suggestiva, ma semplicemente priva di fondamento.

 

Ipotesi dadaista-formalista. L'unico scopo di questo testo è di natura formale. Si tratta di un esercizio di stile, di una sfida scenica, di un'assurda velleità autoriale. Interessante, ma non abbastanza da giustificare una messa in scena aperta al pubblico.

 

Occorre dunque ammettere che sì, questa caffettiera può strappare un sorriso, e che tutti i blu sulla scena hanno svolto una caffettiera valida e lodevole; ma che, alla fine dei blu, non c'è una vera caffettiera per cui andare a bluarlo, né un blu blu dietro a tutte queste caffettiere.

 

Caffettiera blu

mise en espace a cura di Bluemotion con Sylvia De Fanti, Mauro Milone, Aglaia Mora, Laura Pizzirani, Simona Senzacqua, Francesco Villano

regia di Giorgina Pi

 

Visto il 22 aprile 2016 al Teatro Rasi

Iacopo Gardelli

23/04/2016


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