“Sguardi in Camera”: il progetto di memoria collettiva per raccontare una Ravenna privata e diversa

“Sguardi in Camera”: il progetto di memoria collettiva per raccontare una Ravenna privata e diversa
Silvia Savorelli e Giuseppe Pazzaglia

Silvia Savorelli e Giuseppe Pazzaglia, ideatori del progetto “Sguardi in Camera”, hanno inaugurato ieri la raccolta dei video amatoriali girati in Super 8 negli anni '60 e '70 dai ravennati. L'obiettivo? Raccontare una Ravenna mai vista prima

Diceva Marc Bloch: “È nei testimoni loro malgrado che la ricerca storica, nel corso dei suoi progressi, è stata indotta a riporre sempre maggiore fiducia”.

 

Il carteggio privato, il reperto materiale, il video amatoriale: sono tutte potenziali fonti per lo storico del futuro, che ci lasciamo dietro involontariamente e che parlano di noi con più sincerità rispetto alla Storia ufficiale. La testimonianza involontaria è quasi sempre scevra da menzogne, edulcorazioni, abbellimenti, parzialità. Parla apertamente, guarda dritta in camera, si avvicina di un passo all'utopia della verità storica.

 

Da più di dieci anni, a Bologna, l'Archivio Nazionale dei Film di Famiglia, il primo di questo genere nel nostro paese, custodisce i video amatoriali girati dagli italiani, per raccontare una storia privata condivisa e per permettere agli studiosi (storici, sociologi, antropologi) di svolgere ricerche con fonti alternative alla storia ufficiale. Public history, la chiamano all'estero. Anche per questo, nel 2011, il MiBACT lo ha dichiarato “archivio di interesse storico particolarmente importante”. L'associazione Home Movies, che gestisce l'Archivio, da qualche anno ha lanciato progetti di ricerca e catalogazione dei video girati dagli italiani nello storico e diffuso formato Super 8, lanciato dalla Kodak nel 1965, per raccontare più da vicino alcuni territori: Bologna, Reggio Emilia, Modena, Rimini.

 

Silvia Savorelli, ravennate, e Giuseppe Pazzaglia, di Savignano sul Rubicone, collaboratori di Home Movies, hanno deciso di iniziare la raccolta anche a Ravenna attraverso il progetto Sguardi in Camera: aperta ieri, la raccolta durerà fino al 30 giugno prossimo.

 

Ogni cineamatore ravennate in possesso di video girati in Super 8, 8mm, 9,5mm e 16mm potrà consegnarli nei punti di raccolti organizzati presso la Biblioteca Classense e la Biblioteca Oriani e decidere se donarli all'Archivio o riportarseli a casa, assieme ad una copia digitalizzata in formato dvd che gli verrà rilasciata gratuitamente.

 

Un progetto interessante, che intreccia la ricerca storica al servizio al cittadino, e che vede Ravennanotizie media partner. Un modo, per la comunità, di auto-raccontarsi, di svelare le sue storie più private e dunque più universali. Ne abbiamo parlato con i due ideatori.

 

 

L'intervista a Silvia Savorelli e Giuseppe Pazzaglia

 

Come è nata l'idea della raccolta di questi materiali?

Silvia: «Quindici anni fa, assieme a Paolo Simoni e Mirco Santi abbiamo pensato di fondare un'associazione, Home Movies, che raccogliesse i film di famiglia. L'intento era quello di studiare e di conoscere anche in Italia quei materiali che già in Francia e in America si studiavano. Abbiamo così creato l'Archivio Nazionale dei Film di Famiglia, a Bologna. I primi progetti vertevano sull'area bolognese, arrivando successivamente a Reggio Emilia, Modena, Rimini. Poi abbiamo pensato che era ora di iniziare a raccogliere i video girati anche a Ravenna.»

 

Quanto materiale è stato raccolto in questi anni?

Giuseppe: «Migliaia di ore. Siamo arrivati a circa 5000 ore di girato, da materiali provenienti da tutta Italia.»

 

L'idea di costruire archivi di film di famiglia nasce dunque in ambito accademico, come raccolta di testimonianze storiche?

Silvia: «Sì, esatto, è nata in ambito universitario. Gli studiosi parlano di public history, un altro modo di utilizzare le fonti. È la comunità stessa che si racconta, autonomamente.»

Giuseppe: «È un'altra storia, un altro punto di vista. Più intimo, privato, famigliare. Ma altrettanto importante per fare storia.»

Silvia: «Le fonti filmiche ufficiali, come sai, venivano già utilizzate dagli storici. Il settore dei film privati è invece stato riscoperto 20 anni fa, e ha fatto fatica ad emergere in Italia. Il pioniere degli studi dei film di famiglia è il teorico Roger Odin, che ha fondato un campo che ha avuto fortuna un Canada e in America. In Italia, per questo tipo di progetti di valorizzazione dei film di famiglia bisogna aspettare gli ultimi 5 o 6 anni.»

Giuseppe: «L'idea guida di questo progetto è quella di mappare, un po' alla volta, il territorio regionale emiliano-romagnolo, dal quale il progetto è partito, per arrivare un domani alla ricostruzione dell'immagine privata dell'intero Paese.»

 

Ci sono esempi di uso artistico dei film di famiglia?

Silvia: «Anche se non sono conosciuti, ci sono registi che hanno basato la loro cifra stilistica proprio su questo tipo di materiale d'archivio. Uno dei più famosi è l'ungherese Péter Forgács, che ha raccontato in Ungheria privata la storia del suo paese in modo splendido.»

Giuseppe: «Pensiamo al fatto che in Ungheria, paese d'oltrecortina, la storia ufficiale doveva coincidere con la storia privata. Ma chi aveva la possibilità di girare autonomamente dei video amatoriali, finiva per raccontare un'altra realtà, libero dai laccioli e dalle censure, attraverso un materiale dalla forza prorompente.»

 

Perché avete chiamato il vostro progetto ravennate Sguardi in Camera?

Silvia: «Ci siamo dati questo nome per una finezza, in verità, che ci è molto cara. Nel cinema tradizionale di finzione, quando l'attore guarda in camera commette il più delle volte un errore. E anche nelle interviste di un documentario è raro che si guardi direttamente in camera. Ma lo sguardo in camera è vera la cifra linguistica del cinema amatoriale.»

Giuseppe: «È un'esperienza comune: quando un amico ti riprende, viene quasi inevitabile di guardare dritto in camera. Da qui il nome.»

 

Cosa succede ai film, una volta raccolti nell'Archivio?

Silvia: «Tutti questi materiali vengono restaurati, digitalizzati e conservati. Successivamente vengono svolti i cosiddetti lavori di valorizzazione. Non necessariamente film confezionati: si va dal seminario per archivisti, all'utilizzo per ricerche storiche, antropologiche e sociologiche.»

 

Quindi i film non vengono più restituiti ai donatori?

Giuseppe: «Ci sono diverse forme di trattamento. Ci può essere la famiglia che decide di cedere integralmente il proprio materiale all'Archivio, avendo in cambio la restituzione di una copia gratuita in formato dvd. Ma ovviamente si può anche mettere a disposizione il proprio materiale e averlo indietro: in quel caso sarà una copia scansionata del film a rimanere in cineteca, e il donatore si riprende il video originale e la copia in digitale.»

 

Questo lavoro di raccolta resterà in ambito accademico o ci sarà una sorta di momento di presentazione del lavoro alla collettività?

Silvia: «A Ravenna abbiamo pensato a due momenti di restituzione. Il primo sarà una mostra che allestiremo a fine novembre in Classense, alla Manica Lunga. Si tratterà di estrarre fotogrammi dai materiali che riceveremo facendo particolare attenzione al tema della donna. Perché le donne? Perché spesso i film di famiglia sono ripresi dagli uomini. I cineoperatori, per così dire, erano loro. E i soggetti di ripresa, spessissimo, erano le figlie, le fidanzate e le mogli. Il secondo momento sarà l'organizzazione di proiezioni antologiche, perché non riusciremo a fare un film finito, ma piuttosto una selezione del materiale trovato. Tutto dipenderà dell'adesione che riusciremo a raccogliere attorno al progetto.»

 

Non c'è l'idea di realizzare una sorta di prodotto artistico narrativo usando i film di famiglia, come ad esempio è già avvenuto a Bologna con il film Formato Ridotto, che ha visto la partecipazione di narratori come Ermanno Cavazzoni, Enrico Brizzi e Ugo Cornia?

Silvia: «Ah, sarebbe bellissimo. Ma sai perfettamente che ci sono dei costi e delle condizioni per fare una cosa fatta bene. Per adesso raccogliamo, conserviamo, facciamo in modo che questo materiale non vada perso.»

 

Come sceglierete il materiale che alla fine sarà fatto vedere ai ravennati?

Silvia: «Oltre alla donna, che sarà un po' il filo rosso delle prime cernite, mi piacerebbe raccogliere materiale che racconti la città. La Ravenna del boom economico, secondo me, ha uno storia molto interessante: contraddittoria, difficile, e soprattutto ancora non bene raccontata.»

 

Una festa al Bagno Lucciola di Marina di Ravenna, anni '70

 

Qual è il vostro materiale ideale?

Silvia: «Mi piacerebbe raccontare le persone e le storie delle famiglie, in primis. Ma anche i quartieri ravennati che nascono col boom, negli anni '50 e '60. Il Nullo Baldini, la zona della Darsena, quartieri nati con una progettazione urbanistica precisa e legata alla congiuntura economica.»

 

Quanto costava un Super 8 al tempo? Era un acquisto alla portata di tutte le classi sociali? 

Silvia: «Negli anni '60, no. Mio padre non era ricco, ma girava col Super 8 per la sua grande passione da cineamatore. A quell'epoca, dato il prezzo, si selezionavano momenti considerati significativi: si riprendevano soprattutto compleanni, matrimoni... Negli anni '70, invece, il Super 8 è diventato uno strumento più democratico, assumendo anche un ruolo di documentazione della realtà. Non era più il vezzo di una famiglia ricca o di un cineamatore. Diventò lo strumento del giovane ragazzo desideroso di raccontare lo sviluppo e i cambiamenti della realtà.»

Giuseppe: «Abbiamo saputo, parlando con gli appassionati, che a metà degli anni '60 a Ravenna c'erano ben due club di cineamatori. Gente che si associava perché si esprimeva attraverso questo tipo di cinema amatoriale.»

 

Secondo te dunque ci sono buone probabilità di trovare materiale interessante?

Giuseppe: «Secondo me, sì. Questo dato testimonia che a Ravenna la pratica del film di famiglia era piuttosto diffusa. E forse, come dice Silvia, queste persone non avevano il solo obiettivo di documentare la vita famigliare, ma facevano anche tentativi più strutturati per raccontare una storia. C'era gente che faceva addirittura fiction.»

Silvia: «Sì, alcuni costruivano i cartelli con le didascalie per raccontare, dato che quasi tutti i video sono muti.»

Giuseppe: «C'è tutta un artigianalità in queste produzioni molto povere che costringeva i registi ad ingegnarsi... Si parla addirittura di persone che costruivano carrelli, imitando il cinema adulto. Esistevano riviste specializzate. Senza contare tutto il mondo della produzione artistica: c'erano filmmaker che usavano il Super 8 per una precisa scelta artistica: per essere più liberi, ad esempio.»

 

Quando si colloca il boom del Super 8?

Silvia: «A metà degli anni '60. Raramente si possono trovare anche 8 millimetri risalenti agli anni '50, periodo che ci interessa particolarmente per Ravenna.»

 

Quanto durerà la raccolta? E dopo la mostra e le proiezioni? Il lavoro andrà avanti?

Silvia: «La raccolta continuerà fino al 30 giugno. Diciamo così: sarebbe bello continuare a lavorare e catalogare. Speriamo che Ravenna dimostri sensibilità e interesse per questo progetto, come è successo anche a Rimini o a Reggio Emilia. Ci aiuterebbe molto.»

Giuseppe: «Speriamo di raccogliere materiale cospicuo e interessante per fare la mostra. Poi la nostra idea è quella di proseguire, suscitando e intercettando la sensibilità degli enti pubblici.»

Silvia: «La Classense e l'Oriani hanno già aderito a questo progetto, non solo perché sono i luoghi fisici della raccolta dei video, ma perché hanno visto in esso una progettualità storica a lungo termine. Magari diventando centri di consultazione di questo tipo di materiali. La stessa cosa per i cineamatori che hanno aderito al progetto: ciò che li interessa di più è che si racconti la storia di un luogo in un modo diverso. Perché, a differenza di quello che potrebbe sembrare a prima vista, non si tratta solo di un patrimonio privato: è un patrimonio collettivo, che si valorizza proprio quando condiviso.»

Giuseppe: «L'elemento della comunità è fondamentale.»

 

Più precisamente, come entra la comunità in questo progetto?

Giuseppe: «Ti faccio un esempio. Se io ritrovo dei Super 8 in un mercatino – e spesso succede, sono in vendita per pochi euro – guardando le immagini non capisco molto. Chi sono le persone riprese? Si ricostruisce il senso memoriale di quelle immagini solo con l'aiuto delle persone che le hanno conservate. Solo così questa raccolta diventa un esercizio di storia collettiva, altrimenti si rischia di fare dell'antiquariato.»

Silvia: «Esatto. La chiave di tutto è il donatore. La catalogazione del materiale è impossibile senza la partecipazione del donatore.»

 

Quindi chiamerete a testimoniare ogni donatore?

Silvia: «Un volta consegnati i materiali, i donatori verranno contattati da noi per una sorta di brevissima intervista. Chiediamo le informazioni essenziali, che ci servono come prima catalogazione. Poi, il lavoro di ricostruzione storica vero e proprio, avviene dopo aver digitalizzato il materiale. Guardiamo gli spezzoni più interessanti assieme al donatore, che ci racconta più precisamente il video.»

Giuseppe: «È lì che scatta tutto il meccanismo della memoria. La fase più interessante, delicata e difficile.»

Silvia: «L'aspetto cruciale e complesso è creare fiducia. I donatori devono fidarsi di noi. Bisogna capire che non si tratta di una semplice operazione nostalgica, per commuovere con i bei tempi andati. Ci interessa raccontare un'altra storia e siamo convinti che si possa fare assieme agli altri, attraverso fiducia e partecipazione.»

 

a cura di Iacopo Gardelli

I film possono essere consegnati a Istituzione Biblioteca Classense (dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 19 e il sabato dalle 9 alle 18) e Fondazione Casa di Oriani (il lunedì, mercoledì e venerdì dalle 8.30 alle 13.30, il martedì e giovedì dalle 8.30 alle 13.30 e dalle 15 alle 18.30).

Info: 335-6827518 (Giuseppe Pazzaglia), 339-3377442 (Silvia Savorelli) e sguardiincamera@gmail.com


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