Maria Pia Campagna inaugura alla NiArt Gallery con una personale di pittura

Maria Pia Campagna inaugura alla NiArt Gallery con una personale di pittura
Una delle opere in mostra

Sabato 9 dicembre alle 16 inaugura alla NiArt Gallery di via Anastagi a Ravenna la personale di Maria Pia Campagna, dal titolo Ravenna. L'esposizione resterà visitabile fino al 23 dicembre secondo i seguenti orari: martedì e mercoledì 11-12.30; giovedì e venerdì 17–19; sabato 11-12.30 - 17-19 altri giorni e orari appuntamento al 3382791174.

Per Maria Pia Campagna l’opera è il risultato di un intreccio stilistico che ingloba dentro di sé l’ornamentazione astratta e l’essenzialità figurativa, ovvero l’articolazione di un linguaggio costruito secondo un ordine che cerca la definizione formale, non soltanto l’espressione. Così che la sua ricerca si colloca in quell’ambito dell’astrazione contemporanea che rifiuta d’essere semplicistica controparte al figurativismo. Ciò è particolarmente avvertibile in questa mostra ravennate nella quale naturalismo informale e astrazione concettuale confluiscono in spazi rarefatti e solitari, in silenzi solenni percorsi dal vitalismo di un colore forte e dalla traccia di un segno netto.

Nel luogo che precede l’immagine, nello spazio franco dell’indistinzione assoluta ove tutto è possibile, Maria Pia Campagna mette mano (è il caso dirlo, alla lettera) all’atto del dipingere. Atto primario che risale all’infanzia dell’uomo, alle fonti della scrittura. La mano è lo “strumento” grazie al quale questo gesto primario diventa possibile. Sulla superficie la mano iscrive la presenza del corpo che fronteggia la tela, lascia la traccia materiale di una intenzione di scrittura. Risalita ai luoghi del silenzio, alla notte della grande luce dell’origine, l’artista cerca di fermare l’attimo primo, il segno che consente di operare le prime distinzioni, che consente di vedere, cioè di discernere.

La ricerca di Campagna sembra rivolta verso questo limite estremo, in un confine ambiguo dove il segno non è più il semplice “tracciare”, ma è anche un fatto fisico, ha una carnalità, per sobria che sia, che non va tradita, pena lo scotto di dover rinunciare alla pittura in quanto tale, in quanto creazione vitale e finire per trincerarsi dentro tutta una intellettuale “idea” dell’arte. La linea d’ombra, il confine che fonda la pittura, staccandola dalla pagina, dalla superficie, dallo schermo specchiante dall’indistinzione assoluta è il segno.

E’ il segno che forma la pittura, nel senso che è il tramite elettivo in grado di dare corpo al ritmo invisibile del respiro, a tracciare i percorsi dell’energia. Il segno, tramite tra visibile e invisibile, è il fondamento del quadro in quanto scrittura per la quale Campagna fa ricorso a strumenti “obsoleti” come la carta e i pastelli o anche vernici “povere” e metalliche. Con questi gli “attrezzi” l’artista ci fornisce testimonianze raccolte, di magica energia, di scambio tra lo spazio aperto dell’immaginazione e lo spazio intimo delle emozioni e dei pensieri più nascosti e privati. Così come, per esempio, risulta nella serie de “La valle” che Campagna realizza con stesure piatte che tendono ad enfatizzare l’immagine.

Ciò appare anche con evidenza nella concretezza visiva e di spiazzamento che l’artista adotta per le situazioni e gli oggetti estratti dalla memoria e dal sogno, come mani, o parti di esse, che paiono tronchi di alberi spogli. Sono opere che non dimostrano e neppure interpretano; sono forme oggettive di solitudine, tracce del valore dell’esistenza, ricerche di una radice formale, affermazione della pittura come momento che interrompe il racconto preferendo evidenziare intrecci e brani di rappresentazione facendo in tal modo delle immagini un pretesto per verificare l’energia del segno, la vitalità del colore.

L’espressionismo dei colori e la figurazione quasi onirica portano Campagna a confrontarsi con una pittura che vuole vedersi dal di dentro, procedere per autoanalisi progressive, ma anche concedersi al piacere dell’occhio, alla fascinazione cromatica dei suoi mille esiti. E’ il continuo sperimentare la superficie tra segni e colori che esplodono e si contaminano, come appare nella serie dedicata alle immagini di quattro santi paleocristiani, opere che rappresentano una sorta di omaggio alla città di Ravenna (Dal catalogo, curato da Giancarlo Papi).

07/12/2017

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