Cultura. “L’uomo di Mosca” di Alberto Cassani, un romanzo di sentimenti in una spy story

Cultura. “L’uomo di Mosca” di Alberto Cassani, un romanzo di sentimenti in una spy story
Alberto Cassani

Il titolo, “L’uomo di Mosca”, evoca le atmosfere di una spy story. L’opera prima di Alberto Cassani per lungo tempo assessore alla Cultura del Comune di Ravenna in realtà è molto di più. “L’uomo di Mosca”, parafrasando l’incipit del prologo, racconta di un passato che non torna e che non passa. Un romanzo che partendo dal passato, appunto, intende fare i conti con il presente. Il risultato è un libro denso, sincero e complesso. Un libro che mescola l’amore del protagonista per la propria famiglia, il suo attaccamento ai valori della politica, intesa nel senso vero del termine, al disagio profondo di vivere un presente lontano anni luce da questi valori. 

Uscito qualche mese fa nella collana Romanzi e Racconti della Baldini + Castoldi, “L’uomo di Mosca” è stato presentato ieri pomeriggio nella sala Muratori della Classense di Ravenna da Sandra Dirani nell’ambito della rassegna letteraria “Il tempo ritrovato” curata da Matteo Cavezzali.

Il romanzo, in particolare, ruota attorno ad un tema particolarmente dibattuto un po’ di anni fa: quello dei rapporti economici fra il Partito comunista italiano e quello sovietico. Come ogni domenica mattina il protagonista del romanzo, alter ego dell’autore, Andrea Cecconi, si reca a trovare il nonno paterno, Mario, stimato ex dirigente del Pci che, spinto “da un’insolita urgenza” decide di raccontare al nipote una storia di molti anni fa. Una storia che parla di finanziamenti dall’Urss attraverso una società del porto di Ravenna e di un misterioso uomo di Mosca.

La morte del nonno amatissimo, il ritrovamento di una lettera e di alcuni documenti, spingono il protagonista a cercare di saperne di più. Seguendo la traccia dei soldi, il protagonista comincia una ricerca che incrocia diversi piani temporali dagli anni Settanta ai giorni nostri, “anni – sottolinea Sandra Dirani – ricchi di avvenimenti, a tratti dolorosi”. Il libro, ammette Cassani, non ha avuto una gestazione semplicissima: almeno quattro le stesure, prima di darlo definitivamente alle stampe.

“Ho iniziato a scriverlo circa tre anni e mezzo fa – racconta – E il mio intento è stato fin da subito quello di provare di comporre un romanzo”. “La storia – dice - ha una base reale. Ho trovato dei documenti e attorno a questi ho imbastito tutto il resto”. Una storia senza dubbio scomoda e non semplice da affrontare, ma, afferma l’autore, “fra l’oblio e l’accettare di raccontarla pur con tutte le sue contraddizioni, ho preferito la seconda”. Se il protagonista si mostra molto indulgente con il passato, vive il presente con disincanto, sia pure in modo non rassegnato.

Giocando fra realtà e finzione, muovendosi fra diversi registri narrativi, il romanzo si dipana per oltre trecento pagine suddivise in 45 capitoli che integrano il racconto con stralci di documenti, brani di diario, descrizioni minuziose di luoghi e riferimenti letterari (da Tolstoj a Kakfa, da Houellebecq a Shakespeare, da Maupassant a Pratolini) avviandosi verso un finale non precostituito, ma come dice l’autore, “costruito strada facendo, man mano che si procedeva nel racconto”.

La serata volge al termine. C’è tempo per qualche domanda del pubblico. Chi vuole avere qualche informazione in più sui documenti che hanno dato il via al racconto, chi invece vuole sapere se nello scrivere il libro ha prevalso più l’amore o il disincanto. “Sono due sentimenti molto forti entrambi – sottolinea l’autore – . Vivere il presente provoca un disagio profondo, ma è chiaro che questo libro ha anche molto a che fare con l’amore: con il disincanto non si scrive un romanzo”.

 

A cura di Ro. Em.

11/10/2018


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