Peter Cameron da New York a Ravenna con i suoi personaggi fragili, sempre al limite della rottura

Peter Cameron da New York a Ravenna con i suoi personaggi fragili, sempre al limite della rottura
Peter Cameron ieri alla Biblioteca Classense per "Scritture di frontiera"

Considera la scrittura e la lettura due esperienze molto personali e profondamente legate tra loro. Guarda con una certa diffidenza alle traduzioni cinematografiche delle opere letterarie, anche se da tre dei suoi romanzi sono stati tratti altrettanti film, e rifiuta l’etichetta di “minimalista newyorkese” applicata al suo stile narrativo inconfondibile. L’edizione 2019 di Scritture di frontiera si è aperta ieri pomeriggio 13 marzo nell’affollata sala Muratori della Classense di Ravenna con un ospite d’eccezione: lo scrittore statunitense Peter Cameron

Autore molto amato anche in Italia, Cameron ha presentato il suo ultimo libro “Gli inconvenienti della vita” (casa editrice Adelphi) dialogando con il direttore della rassegna Matteo Cavezzali e con Stefano Bon. “Gli inconvenienti della vita” comprende due racconti, due storie solo apparentemente distanti, sia nelle ambientazioni che per le caratteristiche dei personaggi, ma legate da una forma di inquietudine sottile. “È soltanto quando ho finito di scrivere le due storie – racconta lo scrittore - che ho deciso di farne un unico libro. Mentre le scrivevo le sentivo come due entità separate, poi alla fine mi sono reso conto che fra queste due storie esisteva un filo conduttore che le accomunava. C’era una corrente sotterranea, emotiva, che accomunava questi personaggi così diversi ed è stato in quel momento che ho cominciato a vedere le due storie come un’unità”.

Cavezzali ricorda che Cameron è molto popolare anche nel nostro Paese e di avere ritrovato un po’ di Italia in questo libro. Uno dei protagonisti del primo racconto si chiama Stefano ed è chiaramente di origine italiana, mentre nel secondo racconto una delle protagoniste decide di cucinare gli spaghetti. “Sì, - Cameron annuisce sorridendo - è interessante questa allusione all’Italia. I dettagli che inserisco nei miei libri non sono mai scelti a proposito, ma accadono, come se facessero parte del mio subconscio o dei miei sogni. Quindi evidentemente l’Italia è molto presente nel mio subconscio e anche nei miei sogni”.

E c’è spazio anche per un aneddoto, dove è proprio l’Italia la protagonista. “Ricordo un periodo in cui non stavo scrivendo: ero disperato e molto depresso. Un amico mi dice: Ma perché non scrivi un libro ambientato in Italia, visto che sei così popolare lì? Al contrario io ho pensato che fosse un’idea terribile: non sono così presuntuoso da pensare di conoscere l’Italia bene al punto da poterci ambientare un libro. Quindi mi sono ripromesso: mai, mai scriverò un libro ambientato in Italia. Penso che se l’avessi scritto sarebbe stata la fine della mia carriera”.

Bon: “I tuoi personaggi arrivano a livelli di fragilità estrema, però non arrivano mai a rompersi”.

“Cerco sempre personaggi che stanno vivendo un periodo di crisi, che hanno raggiunto un punto di rottura, che si trovano in una situazione estrema. Perché – spiega Cameron - la fiction, la narrazione, riguarda proprio l’esplorazione delle sfide. Quando comincio a scrivere un libro cerco sempre di non stabilire in maniera definitiva come dovrà essere un personaggio. La cosa migliore è lasciare che questo personaggio emerga gradualmente nel processo di scrittura. E io capisco che un libro funziona quando un personaggio comincia ad agire in modo indipendente da me. È lì che io capisco che ho creato una persona reale”.

Cavezzali: “In entrambe le storie c’è stata una rottura, un evento, un inconveniente della vita che ha messo in grave crisi la realtà dei protagonisti. In entrambi i casi questo evento si è già verificato, noi non lo abbiamo visto. Il tentativo dei personaggi del libro di uscire da questa situazione però non fa altro che peggiorarla, è come se si muovessero nel fango. C’è un senso di spaesamento forte”.

“Immagino – spiega lo scrittore - che i personaggi abbiano in comune una caratteristica: quella di essere paralizzati, di non sapere cosa fare. Ed è appunto questo che mi piace esplorare: il senso di spaesamento, il fatto che i personaggi sono in qualche modo sfasati e non più sincronizzati con la propria vita. Io sono particolarmente interessato alla vita interiore delle persone, altri scrittori sono più interessati all’evento catalizzatore che ha in qualche modo cambiato la vita dei protagonisti di una storia. Mentre a me quello che interessa è andare a vedere come quell’evento ha cambiato la vita di queste persone. Alcuni mi hanno criticato: dicono che nei miei libri non succede mai niente, che dovrei metterci più azione. E questo mi ricorda quando stavo studiando Virginia Woolf e il suo modo di definire che cosa costituisce un evento. C’è un elemento tragico, catastrofico, o basta semplicemente un piccolissimo elemento. Per esempio, nel primo racconto del mio libro c’è un personaggio che un giorno va fuori a pranzo e ordina un’insalata con un’aggiunta di acciughe. Ma quando arriva l’insalata le acciughe sono troppe, si sente disgustato da questa cosa. Certo voi potete dire: non è che sia un evento molto entusiasmante eppure è un evento che ha un impatto su questa persona”.

E visto che alcuni dei romanzi di Cameron sono stati tradotti per il grande schermo, non poteva mancare una domanda sul rapporto dello scrittore con il cinema. Un rapporto, ammette, “molto complesso”. Ma tant’è.

“Mi sembra strano - dice - che ci siano così tanti film che si basano su dei romanzi, perché secondo me si tratta di realtà narrative talmente diverse da ritenerle difficilmente conciliabili. È difficile per uno scrittore concedere il proprio romanzo a qualcuno perché lo trasformi in film. È come avere un figlio, crescerlo e poi darlo ad un’altra persona che cancella tutto quello che noi gli abbiamo insegnato. Quando qualcuno sta utilizzando un mio libro per fare un film, cerco di fargli capire di che cosa parla, di mostrargli i personaggi e la storia attraverso i miei occhi. Mi rendo conto che questo è quasi impossibile, ma bisogna adottare un atteggiamento pratico e accettare il fatto che quando si dà il proprio libro a qualcuno per fare un film il risultato finale sia diverso dall’originale, che verrà prodotto qualcosa di diverso. La cosa che un po’ mi disturba è la caratteristica di indelebilità del film. Ogni particolare che è stato scelto con cura per definire ambienti e personaggi viene visualizzato e memorizzato dallo spettatore. Mentre invece quando si legge un libro vengono fornite delle tracce. Ma è poi è il lettore a decidere come è vestito il personaggio, cosa fa quella determinata persona. Diciamo che leggere è un’opera di grande collaborazione fra lo scrittore e il lettore, mentre il film non prevede questa collaborazione, la posizione di uno spettatore di un film è passiva. Un’altra cosa che mi disturba è quando prima si vede un film e poi si legge il libro da cui è stato tratto, quindi si finisce per elaborare il contenuto del libro in base a quello che si è visto nel film. Vorrei che fosse inventata una app che consenta di resettare il cervello, che cancelli l’esperienza del film visto per potere ricominciare a mente libera a leggere il libro”.

Ed ancora: Stefano Bon chiede a Cameron di parlare del suo rapporto con i libri.

“Sono stato un lettore precoce – racconta l’autore -. Nella mia famiglia si leggeva molto. La lettura faceva parte della nostra vita quotidiana e ci regalava un piacere particolare. Ricordo l’episodio di un mio amico che venne a trovarmi a casa: Ma che noiosa la tua famiglia, tutti seduti in silenzio a leggere. Secondo me leggere e scrivere sono attività strettamente collegate. Penso che quello che ho letto e quello che leggo abbia avuto e abbia tutt’ora un forte impatto sulla mia attività di scrittura. Per esempio, il mondo che descrivo in Coral Glynn non proviene dalla mia esperienza di vita vissuta, ma è il risultato di quello che ho accumulato nella lettura di tanti libri. Quindi leggere può avere un impatto sulla vita e sulla scrittura tanto potente e preponderante quanto l’esperienza di vita reale”.

Cavezzali: “Tu vivi a New York e molti dei personaggi delle tue storie sono di New York. New York è una città piena di confusione e di vita. Eppure sono tutti personaggi molto soli. Tu una volta in un’intervista hai detto che il luogo perfetto per scrivere è New York perché da nessun’altra parte hai la possibilità di essere così solo”.

Cameron: “Sì, New York come tutte le grandi città offre tante possibilità alle persone. Si può stare da soli o essere circondati da persone a seconda dell’umore o dei propri desideri. Essere soli a New York è una solitudine davvero diversa: significa essere separati da tutta quella che gente. Non è come essere soli in campagna, dove non c’è nessuno per chilometri. Alcuni mi chiedono: come fai a scrivere a New York con tutta quella confusione, quella gente, quelle sollecitazioni? Io penso invece sia un’esperienza particolarmente interessante, questo distanziarsi dalla folla e trasformare tutto questo in un rumore di fondo che non ci disturba più nel nostro processo creativo”.

Ancora su New York: certi luoghi che non ci sono più, la tragedia dell’11 settembre secondo Cameron. “C’era una persona che diceva: a New York è impossibile essere nostalgici, perché è una città in cui le cose cambiano radicalmente e ci troviamo con il cuore spezzato perché tutti ci affezioniamo a dei luoghi che poi scompaiono. L’11 settembre è sicuramente l’evento più terribile capitato a New York che ha cambiato anche l’architettura della città, che però sorprendentemente è andata avanti. La sua vita così frenetica, mutevole ha resistito a questo cambiamento dirompente, ci sono delle cicatrici che sono rimaste, ma nulla è veramente cambiato”.

Infine, prima di passare alle domande del pubblico, un rapido cenno ad un tema che trova spazio ne “Gli inconvenienti della vita”, ma che oggi - annota Cavezzali - è completamente scomparso dal dibattito pubblico, il tema dell’Aids. “Disturba – sottolinea lo scrittore - il fatto che tante cose così importanti scompaiano così rapidamente dai media. Succede qualcosa di catastrofico e tre giorni dopo non se ne parla più perché accade un’altra cosa orrenda”.

 

A cura di Roberta Emiliani

14/03/2019


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