Incontro con Jhumpa Lahiri, "chiamata" a scrivere in italiano, che vede la vita come un mosaico

Incontro con Jhumpa Lahiri, "chiamata" a scrivere in italiano, che vede la vita come un mosaico
Jhumpa Lahiri

La prima cosa che stupisce di Jhumpa Lahiri è la padronanza perfetta della lingua italiana. Non solo la pronuncia quasi perfetta, la costruzione impeccabile del periodo, ma l’utilizzo di parole “pensate”, scelte con cura, come se la scrittrice bengalese le avesse trattenute a lungo dentro di sé. Ieri sabato 22 marzo la rassegna letteraria “Scritture di frontiera” ha vissuto uno dei suoi momenti più interessanti. Merito di un ospite davvero d’eccezione: Jhumpa Lahiri appunto, che ha presentato il suo primo libro scritto direttamente nella nostra lingua: “Dove mi trovo” (edizioni Guanda). 

Un incontro in cui l’autrice ha parlato della sua relazione misteriosa con la scrittura, di libri e biblioteche, di solitudine, del suo amore per gli autori italiani, dello stretto rapporto fra lettura e scrittura. Ma andiamo con ordine.

A rompere il ghiaccio è l’Assessora alla Cultura, Elsa Signorino, che oltre a dare alla scrittrice il benvenuto della città le rivolge un invito: quello di tornare a Ravenna in occasione della “straordinaria occasione delle celebrazioni del settimo centenario dantesco”. Poi la parola passa ai due intervistatori: Matteo Cavezzali e Stefano Bon. E la prima domanda riguarda la scelta in un certo senso “radicale” e anche un po’ “rivoluzionaria” di Jhumpa Lahiri di scrivere un libro nella lingua del nostro Paese. “Perché - chiede Cavezzali - una scrittrice conosciutissima come te, tradotta in tutto il mondo che scrive nella lingua più parlata del mondo, l’inglese, decide di scrivere in italiano, una lingua appunto a noi molto cara, ma una lingua praticamente parlata solo in Italia? A cosa è dovuto questo passaggio di frontiera?”.

“Credo di essere stata chiamata – risponde la scrittrice – La scrittura per me è una cosa misteriosa, che proviene da un luogo irrazionale. Io non cerco la spiegazione di questa scelta: io ho sentito una chiamata e ho risposto. Prima con tanti studi, curiosità, rispetto, frustrazione, tutte le cose che ovviamente vanno affrontate per imparare qualcosa di nuovo, per entrare in una realtà diversa dalla tua. Inizialmente si è trattato di un progetto solo mio, un po’ privato: ero a Firenze e volevo capire le parole che mi circondavano. Poi avvengono alcune cose, in primo luogo la decisione di spostarmi con la mia famiglia a Roma. È un po’ come trovarsi davanti a una serie di porte. Arrivi davanti ad una, la apri, entri e poi ne trovi un’altra che ti aspetta. Il discorso sull’identità che mi riguarda molto – prosegue la scrittrice – è perfetto a Ravenna. Perché è proprio il mosaico che possiamo utilizzare per capire non solo questo mio romanzo italiano che procede a frammenti per creare un insieme, un ritratto di una donna, ma anche per capire il mio progetto identitario, che procede anch’esso a frammenti. Per me è sempre stato così e adesso ho aggiunto un altro pezzo importante, quello italiano. Penso che questa sia una chiave di lettura importante per tutti, perché penso che la vita sia proprio così, fatta di pezzi che costruiamo ogni giorno”.

 

Cavezzali cita Noam Chomsky: “In qualche modo la lingua in cui parliamo genera il nostro modo di pensare. Visto che tu hai attraversato tre lingue, prima quella della tua infanzia, dei tuoi genitori che è una delle tante lingue dell’India, poi l’inglese che è la lingua che ti ha consacrato come autrice e adesso l’italiano. Volevo chiederti se utilizzare la nostra lingua in qualche modo ha cambiato il tuo modo di vedere il mondo e di scrivere del mondo”.

“Certo – risponde l’autrice – l’esperimento è proprio questo: uno sguardo nuovo verso le cose, una nuova prospettiva che mi regala l’italiano. Non credo però di pensare in una lingua. Quando penso ad una cosa è più pensiero puro, un’emozione, una sensazione, le parole mancano, non penso in parole. La lingua non è al centro il che è strano, perché la lingua è molto centrale in generale, soprattutto per una scrittrice. Forse dipende dal fatto che per me nessuna lingua è una casa permanente e quindi c’è sempre una situazione fluida, mutevole che è un po’ l’effetto del mosaico in cui l’occhio si sposta da un frammento all’altro per capire l’insieme”.

Stefano Bon: “Tu sei una scrittrice sovversiva anche perché diventi inclusiva nel discorso dell’identità, mentre viviamo in un mondo tende alla chiusura delle frontiere, dei porti”.

“Stiamo vivendo tempi inquietanti – ammette la scrittrice - . C’è tanta chiusura purtroppo dappertutto. Una cosa che va contrastata con tutte le forze. Io sono nata lettrice forse anche traduttrice, nel senso che mi sono sempre sentita una traduttrice fra il mondo dei miei genitori e il mondo fuori. La letteratura ci insegna l’apertura. La sensazione di aprire un libro e di tuffarsi lì dentro è bellissima è la libertà per eccellenza, per me, perché è la libertà mentale: tu apri un libro e vai da qualunque parte diventi qualsiasi persona, diventi un altro. Questa è la definizione di apertura: la possibilità di diventare un altro, sperimentare un punto di vista alieno nel senso positivo. La biblioteca è un luogo dove tutti possono entrare e avere questo tipo di esperienza. Le biblioteche sono una parte della nostra umanità che va protetta e sostenuta. Ripeto: sono tempi molto inquietanti e anche molto sconvolgenti, preoccupanti. Leggo il giornale e sto male. Però la lettura è la salvezza, ci dà sempre una speranza perché il contrario di una sorta di narcisismo molto pericoloso che stiamo vivendo. Stiamo vivendo un grande rischio, sto parlando in generale, non di una situazione di un paese in particolare”.

 

 

Cavezzali entra nel merito di “Dove mi trovo”. “In questo libro seguiamo la protagonista in un luogo indefinito, anche se riconosciamo che c’è un’atmosfera italiana, ma è un luogo che forse non è fisico, ma un luogo dell’anima”.

“Sì – ammette Jhumpa Lahiri - è un luogo dell’anima, volutamente astratto. È un luogo ispirato alla mia vita romana, al mio quartiere che, volendo, si riconosce, ma nello stesso tempo è anche del tutto inventato. Ci sono dei momenti del libro non ambientati in Italia e questo è un ponte che costruisco io fra Princeton, il luogo dove vivo adesso perché insegno lì, e Roma. Il libro segue la necessità di avvicinarmi ad un luogo dove mi sono ritrovata in maniera molto importante, però in questo libro c’è sempre un distacco perché fisicamente ero dall’altra parte e poi tornavo. Questo libro parla di una donna che cammina, un tema molto dantesco, che si trova fra la vita e la morte: il nostro percorso, in poche parole”.

Cavezzali: “Nel libro si racconta di una grande solitudine. Noi scopriamo mano a mano il personaggio, il suo passato attraverso una serie di incontri che gli ricordano momenti della sua vita”.

“La solitudine – è la risposta - è il tema della letteratura e della poesia. La necessità della solitudine, il distacco che fa soffrire e il distacco che è necessario per vivere, per capire noi stessi i nostri confini. Però volevo anche guardare con attenzione una donna sola, di una certa età senza figli, senza compagni, in una certa atmosfera, in un contesto urbano. Tutti i miei libri nascono da una curiosità. È importante rispettare la solitudine che c’è e di non cercare sempre il contatto. Forse c’è anche un altro aspetto: il titolo del libro rappresenta anche un po’ una mia dichiarazione ed una mia domanda che riguarda il mio rapporto con l’italiano. Il titolo è una sorta di nuova solitudine come scrittrice perché ho deciso di prendere le distanze dall’inglese, da quel mondo e di spostarmi in Italia, di fare questo percorso sentendomi però sempre appena fuori. Questo sentirmi appena fuori è anche la solitudine ridefinita. Perché la solitudine non è una cosa sola, è uno stato d’animo con varie sfumature. Ogni tanto la solitudine è pesante, non ci piace. Ogni tanto è un regalo che cerchiamo. Se sei una scrittrice fa parte anche del momento creativo, perché senza la solitudine non nasce nulla”.

“È una mia sensazione, domanda Stefano Bon dopo avere letto un passo di “Dove mi trovo” - che in questo libro tu affermi che l’affetto sia eterno e l’amore sia precario?”.

Jhumpa Lahiri sorride. “Non lo so. ‘Dove mi trovo’ è a storia di una donna che non trova una soluzione sentimentale e che accetta l’assenza di questa soluzione. È una donna che ha un rapporto con delle persone, ma che ha una relazione fortissima con il luogo in cui vive, il suo quartiere. Il vero dolore per lei non è la mancanza di un amante, un compagno, ma è l’idea di andare via dal luogo che diventa una sorta di famiglia e protezione: questa è la cosa che le suscita angoscia e forse lì dentro ci sono tante storie della mia famiglia. È stato molto duro per me lasciare Roma tre anni fa; è stato durissimo per mia madre lasciare la sua città natale cinquant’anni fa, anche per mio padre per altri motivi. In questo momento globale di spostamenti veloci, anche un po’ esagerati, dove spesso non ci rendiamo conto delle distanze, è importante capire e isolare un po’ il dolore di andare via, anche il distacco ha un prezzo”.

 

Una delle ultime domande riguarda il lavoro di insegnante di Jhumpa Lahiri, che insegna appunto scrittura all’università di Princeton e al suo interessante metodo didattico che parte della scrittura. A questo proposito ha messo a punto un’antologia di racconti di autori italiani. Alcuni notissimi, altri meno conosciuti.

“La raccolta nasce dalla mia nuova identità di insegnante e dal desiderio di condividere la mia passione recente per una serie di autori italiani. Insegnando in un contesto anglofono dovevo trovare le traduzioni di questi autori. Il progetto nasce con questo desiderio. Mi sono innamorata di questi autori in italiano poi li ho trasportati in inglese e adesso sono tornati a casa in italiano. Non sono mai molto felice di lasciare l’Italia ma sono felice di potere tornare a Princeton con questo volume da scoprire con i miei studenti”.

Il metodo della professoressa Jhumpa Lahiri parte da un appassionato invito alla lettura (“la lettura è una postura verso la vita, è un’abitudine, la lettura diventa un’esigenza come il cibo o l’acqua”), perché dalla lettura un giorno può partire quella reazione a catena che può portare un lettore a diventare scrittore. Infine l’ultimissima annotazione riguarda il premio Pulitzer assegnato a Jhumpa Lahiri in occasione della sua opera prima. Cavezzali racconta divertito come la scrittrice abbia accolto la telefonata che le annunciava l’importante riconoscimento non con la comprensibile gioia che di solito accompagna queste circostanze, ma con una certa circospezione.

“Sì, rimane un episodio molto strano: non cercavo un riconoscimento del genere, in quel momento. Pensavo che la telefonata fosse uno sbaglio. Non avevo neanche internet a casa per cercare conferme. Ho chiamato mio padre in biblioteca, ho chiamato mio marito alla redazione del giornale dove lavorava. Sono rimasta completamente allibita e sconcertata. Era vero e una cosa da accettare con umiltà e gratitudine ma anche da mettere da parte perché non mi sembrava giusto in quel momento soffermarmi troppo. Però sicuramente ha aperto una nuova strada per me. Da lì parte anche la mia avventura in Italia. Per cui riesco a trovarmi in un posto magnifico come questo con voi senza andare in preda al panico”.

A cura di Roberta Emiliani

24/03/2019


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