L'incontro con Lisa Halliday che ha aperto ScrittuRa Festival con il suo "Asimmetria"

L'incontro con Lisa Halliday che ha aperto ScrittuRa Festival con il suo "Asimmetria"
Lisa Halliday ha aperto ScrittuRa Festival alla Classense di Ravenna

Lisa Halliday ha aperto ieri pomeriggio 13 maggio alla Classense di Ravenna ScrittuRa Festival. Bionda, minuta, il viso da ragazzina, la scrittrice americana (è cresciuta a Medfield nel Massachusetts e adesso vive a Milano) ha parlato della sua opera prima “Asimmetria” dialogando con il direttore della rassegna Matteo Cavezzali e Stefano Bon davanti ad un pubblico numeroso che, nonostante l’allerta meteo, non è voluto mancare al primo appuntamento della fortunata rassegna. A causa dei problemi causati dal maltempo alle linee ferroviarie, è stato invece costretto a dare forfait l’altro ospite dell’incontro, lo scrittore Paolo Di Paolo bloccato a Bologna. 

Ben accolto dalla critica e dal pubblico dei lettori (in Italia il libro uscito per la casa editrice Feltrinelli ha avuto tre ristampe in due settimane) “Asimmetria” si compone di due storie che viaggiano parallele, due storie apparentemente molto distanti tra loro. Nella prima parte del romanzo si racconta la storia d’amore fra la venticinquenne Alice che lavora in una casa editrice e il più maturo e famoso Ezra Blazer, premio Pulitzer per la letteratura, uomo di potere e di grande prestigio. La seconda storia vede invece protagonista Amar, un economista iracheno-americano. Amar è in viaggio verso l’Iraq per andare a trovare il fratello. Durante questo viaggio fa scalo all’aeroporto di Heathrow, ma qui viene trattenuto dalla polizia per un week end.

“Da una parte dice Cavezzali - c’è una giovane ragazza quasi schiacciata sotto il peso di questo grande scrittore, dall’altra c’è un’asimmetria specularmente politica dove il peso non è più quello di una figura maschile che si impone su quella femminile ma di un modo di pensare. Come mai hai deciso di dare al romanzo questa struttura così particolare?”.

Prima di rispondere, Lisa Halliday fa una precisazione: pur parlando italiano preferisce rispondere nella sua lingua madre. La traduzione delle sue risposte sarà quindi affidata alla brava Licia Pini.

“La struttura del libro – spiega la scrittrice - vuole comunicare qualcosa, vuole comunicare cosa si prova ad essere vivi oggi. È una sorta di immagine, un modo impressionista di descrivere da una parte il nostro privato al quale siamo tutti molto legati, dall’altra il mondo che noi vediamo attraverso i vari strumenti che ci collegano all’esterno. All’interno del libro ci sono tantissimi dialoghi. Ce n’è anche uno che consente di mettere in relazione le due parti. Nella prima parte c’è un dialogo fra Alice e Ezra, Nella seconda abbiamo un dialogo fra Amar e l’ufficiale passaporti e nella terza parte fra Ezra e un’intervistatrice, ma non dico altro, altrimenti vi spoilero troppo. Quella di ‘Asimmetria’ non è una struttura originale, ma mi ha permesso di dare una forma particolare al romanzo e di veicolarne il contenuto”.

Stefano Bon: “L’asimmetria secondo me è anche nei luoghi che fanno da cornice alle due vicende. Da un lato c’è una New York molto amata, ci sono descrizioni della città dove questo amore traspare. Dall’altra parte abbiamo un aeroporto, un luogo asettico dove però si parla molto del mondo esterno”.

“In effetti – ammette Lisa Halliday - quando sono vissuta a New York ho avuto esperienze simili a quelle di Alice, anche se quando le persone mi dicono che la prima parte del libro è autobiografica lo trovo frustrante perché non è proprio così. Non solo. Se poi pensate alla seconda parte nella quale trovate un personaggio che sembra molto lontano da me in realtà trovate degli elementi che mi sono molto vicini. Io ho vissuto New York come una sorta di paese delle meraviglie. Quando parlo di New York sembra quasi che io ci abbia abitato da bambina, in realtà ero già una giovane donna, avevo una percezione di quella che era la diversità del mondo e avevo una coscienza politica. Una coscienza politica in un certo senso colpevole, perché mi sentivo in colpa, non ero soddisfatta di ciò che veniva fatto negli Stati Uniti, volevo cercare di esplorare, capire meglio quello che c’era fuori e, nel mio piccolo, fare qualcosa. Se si vuole essere scrittori – aggiunge - è necessario esplorare, cercare, trovare delle risposte a delle domande difficili. Se vogliamo fare un paragone fra la prima e la seconda parte del libro, è vero, la prima parte appare più dinamica e colorata, la seconda più asettica, questo è assolutamente voluto ed è per evidenziare le sovrapposizioni e i contrasti che possono esistere nelle diverse parti del mondo”.

“Per scrivere un libro di questa portata – sottolinea Cavezzali riprendendo in mano il filo della conversazione - occorrono molti anni. Eppure quando il libro è uscito, queste due narrazioni toccavano esattamente il tema di cui tutti parlavano in quel momento, quasi che tu avessi avuto un presentimento di quello che stava per succedere. Perché la prima parte del romanzo tocca quello che è stato chiamato il movimento Me Too: parla di un maschio predominante che si impone su una giovane donna. La seconda parte fa riferimento ai temi legati all’immigrazione e a una burocrazia che stritola le persone con un sospetto. Temi che sono poi diventati temi caldi nell’America di Trump”.

“Questo romanzo – racconta l’autrice - l’ho scritto prima della nascita del movimento Me Too e quando non pensavo proprio che Trump vincesse le elezioni. Ma c’è anche un altro tipo di dibattito che è nato da questo libro, un dibattito che ho anticipato un po’, il dibattito sull’appropriazione culturale. La domanda è: possiamo scrivere in una prospettiva che non è la nostra? Metterci nei panni di qualcuno che non fa parte della nostra cultura? Una donna bianca americana può scrivere mettendosi nei panni di un uomo iracheno? Questo significa appropriazione culturale. Uno scrittore dovrebbe poter scrivere di tutto ciò che vuole con umiltà e rigore. Il parallelo con il movimento Me Too non me lo aspettavo, anche se capisco che le persone possano leggere il libro anche attraverso questo movimento. La prima parte infatti è scritta in un modo che consente di dare libero spazio all’interpretazione personale, in uno stile che permette a chiunque di leggere tra le righe attraverso il proprio background. Per me ‘Asimmetria’ non è così correlato al movimento Me Too. Ezra ha potere, ha successo, ha un ingente capitale, ha vinto tanti premi. Alice dal canto suo forse vorrebbe seguire la strada che ha già percorso Ezra ma ha altri tipi di potere: è giovane, è in salute, è intelligente e a parte l’intelligenza sono tutte cose che Ezra non ha più. È una sorta di scambio quello che viene messo in atto fra i due personaggi. Ho detto – prosegue Lisa - che non mi aspettavo l’elezione di Trump. Quando questo è successo avevo già scritto il libro, ero nella fase di editing e ho riletto alcuni passaggi quelli dell’amministrazione Bush che viene citata all’interno del romanzo in una chiave un po’ diversa. Amar parla di una fase di depressione politica, in cui succedono cose che noi non ci aspettavamo prima. Diciamo che l’azione che ha luogo nel libro avviene molto prima, ma l’ho rivista in una chiave diversa dopo quello che è successo con Trump”.

 

“La prima parte del romanzo – sottolinea Bon - è caratterizzata da dialoghi brillanti che aprono delle porte su problematiche molto importanti. Come hai lavorato sulla scrittura per fare questo?”

“Quando scrivo – replica l’autrice - scrivo veramente tantissimo. Sono stata anch’io editor, sono molto precisa e non mi accontento molto facilmente”.

Più che inoltrarsi in spiegazioni Lisa Halliday preferisce leggere un passaggio del libro: prima in inglese, poi la lettura della traduzione italiana è affidata a Licia Pini. Alice e Ezra si conoscono da oltre un anno. Lui ha subito una serie di operazioni, ha un defibrillatore. I due stanno passeggiando insieme all’infermiera di Ezra ed è la prima volta che si parla di quelle che sono le ambizioni di scrittura di Alice.

Cavezzali: “In questo passaggio del libro emerge un tema che è al centro del confronto fra i due scrittori, uno affermato e un’altra che sta incominciando a prendere timidamente confidenza con il lavoro della scrittura. Un tema in qualche modo generazionale sul quale sei tornata in alcune interviste. Il tema del punto di vista”.

Il direttore di Scrittura Festival indugia sulla rivoluzione provocata dai social media anche nel mondo della letteratura. Oggi, dice, “c’è quasi una bramosia di conoscere tutto o quasi della vita di un autore e di mettere a questo proposito anche informazioni nei libri. Tu come ti sei relazionata con questo?”

“Ho raccontato in un’intervista – risponde l’autrice - che quando diedi per la prima volta il mio manoscritto a quello che poi è diventato il mio agente, lui lo lesse e disse, beh, è molto interessante, si inserisce nel filone delle auto-fiction. Io non avevo idea di cosa stesse parlando anche perché avevo trascorso tantissimo tempo in una cantina a lavorare al mio libro e non mi ero preoccupata d’altro. L’auto-fiction è quella che fa tanti riferimenti alla vita e all’identità dell’autore. Alice ha più o meno l’età in cui io ho vissuto questa esperienza, è bionda come me, viene anche lei dal Massachusetts, lavora nell’editoria e come hanno fatto altri autori nei loro romanzi avrebbe potuto chiamarsi Lisa pure lei. Molti autori lo fanno perché oggi è impossibile rimanere anonimi. Quando si legge un libro ci sono già delle aspettative, perché i lettori si possono documentare. È una tendenza che oggigiorno imperversa e ci permette di avere un interlocutore, un autore che ci sembra più vicino, perché ci siamo documentati sull’autore stesso. Auto-fiction – sottolinea Lisa Halliday - è un termine che non mi piace: auto mi rimanda a qualcosa di automatico come se il libro dovesse scriversi da solo, cosa che, vi garantisco, non è affatto così. Ci possono essere dei dettagli biografici, ma per far sì che la storia sia accattivante bisogna inserire tanti altri dettagli. Posso capire il motivo per cui diverse persone abbiano pensato che la prima parte del romanzo sia riferita a me perché non ho fatto nulla perché questo non avvenisse, anzi ho fatto dei riferimenti alla mia esperienza. Se Alice può sembrare me, Ezra può assomigliare in alcune cose a Philip Roth: quando si scrive si è in un certo senso limitati dalla propria esperienza. Ma un punto di vista della scrittura è quello della espansione del proprio punto di vista per non essere imprigionati nei limiti delle proprie esperienze. Anche la seconda parte del romanzo – prosegue la scrittrice - ha dei punti in comune con il mio vissuto. Ad esempio anch’io sono stata fermata allo scalo di Heathrow per una notte. Con Amar ho in comune il senso dell’umorismo, certi atteggiamenti, lui ha un fratello e io una sorella ed io ho utilizzato questo rapporto fraterno nella descrizione degli atteggiamenti nei confronti l’uno dell’altro. Considero Amar anche una sorta di specchio di quello che è stato il vissuto del mio tempo. Se penso ad una guerra che abbia caratterizzato la mia generazione, penso alla guerra in Iraq. I libri sono veramente interessanti, perché cambiano significato nel tempo. Io posso leggere qualcosa e posso essere influenzata da quelle che sono le notizie di attualità, dalle immagini che trovo su Instagram o su Twitter e se leggerò questo libro fra trent’anni lo leggerò in un’ottica diversa. C’è una alchimia perfetta fra il libro e il lettore”.

Infine la parola passa a Stefano Bon per l’ultima domanda. “Abbiamo finora parlato della prima e seconda parte del libro, ma a me piace tantissimo anche la terza: la trovo veramente spiazzante. Ritorna Ezra in una dimensione completamente diversa. La terza parte ha un impianto teatrale ci sono dei dialoghi fantastici e c’è anche una scaletta musicale”.

Lisa Halliday sorride. “La musica è sempre stata molto importante per me, io ho una nonna italiana, di Caserta e una famiglia molto musicale. Io stessa cantavo nei matrimoni, suono il violino, il piano, mi piace tantissimo il musical. In effetti in questo libro troviamo tre movimenti che possono sembrare tre movimenti musicali. La terza parte è arrivata molto tempo dopo la prima è la seconda. Ero a casa, a Milano, stavo stirando, e alla radio c’era una trasmissione radiofonica che si chiama Desert Island Discs: la lunghezza di una puntata è ottimale per finire di stirare i panni di una settimana. Fra i vari scrittori che erano stati intervistati e ai quali veniva chiesto quali dischi si sarebbero portati in un’isola deserta c’era John Updike e ho pensato di fare la stessa cosa con il personaggio di Ezra, per cercare attraverso la sua voce, di spiegare meglio il libro. La parte relativa all’intervista è stata divertente e soprattutto più facile da scrivere e contiene dei passaggi musicali. Dovevo capire però cosa fare quando nell’intervista originale vengono fatti sentire dei brani di musica. E quindi ho deciso di adottare una soluzione che era stata adottata nella versione originale del libro ‘Alice nel paese delle meraviglie’: mettere degli asterischi. Pochissimi mi hanno detto di aver capito che quegli asterischi erano una specie di citazione. Fatto sta che lo scorso autunno nel corso della presentazione del libro, c’è stato un signore che mi ha detto di aver notato questa cosa e io gli ho detto bravissimo! Mi sono molto esaltata, mai poi mi hanno detto che era il presidente della Lewis Carrol Society e se non lo sapeva lui...”.

L’incontro si scioglie in una risata generale seguita da un lungo applauso.

 

A cura di Roberta Emiliani

14/05/2019

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