Ravenna. Assassinio di Pier Paolo Minguzzi, 32 anni dopo forse siamo vicini alla verità: tre persone indiziate

C’è una svolta nel caso irrisolto di Pier Paolo Minguzzi, 21enne di Alfonsine, militare di leva, figlio di una famiglia di imprenditori, che fu rapito e barbaramente ucciso nel 1987. Molto presumibilmente a scopi estorsivi. Il Procuratore Capo della Repubblica di Ravenna Alessandro Mancini ha riaperto il “cold case” anche su richiesta della famiglia Minguzzi e dopo accurate indagini ha notificati i provvedimenti di “avviso della conclusione delle indagini” nei confronti di tre uomini, ritenuti indiziati del sequestro di persona a scopo estorsivo e dell’omicidio di Pier Paolo Minguzzi, fatti delittuosi commessi ad Alfonsine la notte tra il 20 e 21 aprile 1987.

Il delitto Minguzzi, un caso irrisolto per 32 anni

La vittima, Pier Paolo Minguzzi, era un giovane benestante imprenditore locale nel settore del commercio e della lavorazione della frutta: dopo avere accompagnato a casa la fidanzata, quella notte fra il 20 e il 21 aprile 1987 scomparve senza lasciare traccia; la sua autovettura venne ritrovata l’indomani mattina in una via del centro di Alfonsine, regolarmente parcheggiata. Nei giorni successivi la scomparsa del ragazzo, la sua famiglia ricevette la richiesta di pagamento di un riscatto per 300 milioni di lire. Ma il 1° maggio 1987 il corpo senza vita del giovane venne rinvenuto nel Po di Volano, in provincia di Ferrara: era legato ad una inferriata del peso di 16 kg. Furono fatte tante indagini, ma il caso non fu mai risolto. Nessun indagato, nessun processo, nessun colpevole. Il fascicolo contro ignoti rimase per anni a ingiallire, per essere poi archiviato nel 1996.

Le indagini, effettuate dalla Squadra Mobile di Ravenna con la collaborazione del Servizio Centrale Operativo di Roma, sono state riaperte invece sul finire del 2017, con provvedimento del Procuratore della Repubblica, su richiesta della famiglia della vittima e sono consistite principalmente in una minuziosa analisi di quanto già in atti e all’escussione di varie persone infornate sui fatti, anche in relazione ad un analogo grave accadimento, avvenuto circa tre mesi dopo nella medesima cittadina, che vide coinvolti gli odierni tre indagati in un’estorsione ai danni di un altro noto imprenditore di Alfonsine e che ebbe come epilogo la morte di un giovane carabiniere del luogo.

Sull’asfalto cadde in quel caso il ventritreenne Sebastiano Vetrano. Per quel delitto la banda fu catturata e condannata a pene comprese fra i 22 anni e mezzo e i 25. Ebbene, ora la Procura della Repubblica è convinta che tre mesi prima gli stessi possano aver rapito e ucciso Pier Paolo Minguzzi. Sempre a scopo estorsivo.

L’attività investigativa svolta – ha dichiarato il Procuratore Mancini – ha infatti evidenziato significativi elementi comuni tra i due gravi fatti delittuosi e la sussistenza di un importante quadro indiziario nei confronti dei tre indagati, motivi che hanno determinato l’Autorità Giudiziaria inquirente a procedere nei loro confronti.

Chi sono le tre persone indiziate del delitto

Gli indagati per sequestro di persona, omicidio e occultamento di cadavere sono due ex carabinieri in servizio all’epoca dei fatti, Angelo Del Dotto (56 anni, di Ascoli) e Orazio Tasca (55 anni, di Gela), e un idraulico romagnolo, Alfredo Tarroni (63 anni). Tutti e tre furono condannati nel 1988 per il fatto analogo, di cui abbiamo parlato, accaduto sempre ad Alfonsine tre mesi dopo il sequestro e delitto Minguzzi. Del Zotto e Tasca avevano organizzato un’estorsione ai danni di un imprenditore dell’ortofrutta del paese, Roberto Contarini.

Ma la sera in cui avrebbero dovuto intascare la somma, ad aspettarli nel luogo concordato con la famiglia Contarini trovarono una brutta sorpresa: una pattuglia di carabinieri. Colleghi cioè degli estorsori, avvisati dai parenti dell’imprenditore. Fu un inferno, sparatoria, sangue e pure una vittima, Sebastiano Vetrano appunto.

Il Procuratore della Repubblica Alessandro Mancini non si è sbottonato molto. Ha affermato che almeno in un’occasione gli estorsori fecero confusione e si tradirono nel corso di una telefonata fra il cognome Minguzzi e il cognome Contarini; evidentemente la banda – questa la tesi della Procura – aveva architettato entrambi i sequestri.

In ogni caso il quadro indiziario probatorio raccolto con le nuove indagini – ha detto il dottor Mancini – merita di essere svolto nel corso del processo. Ora l’attività investigativa a carico dei tre dovrà passare al vaglio del Giudice delle indagini preliminari, ma la Procura è convinta che il quadro indiziario sia solido e che ci sarà il rinvio a giudizio per gli indiziati.