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Everardo Minardi: Fare politica in vista del confronto elettorale, note sul contesto politico regionale e locale

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Premessa

Gli eventi politici che si stanno configurando per l’area regionale e per alcuni territori comunali richiamano l’attenzione nei confronti del mutamento molto rapido intervenuto nella composizione dei vecchi e nuovi raggruppamenti di interesse politico; anche perché ciò si tradurrà in diverse soluzioni di rappresentanza elettorale della popolazione e in diverse pratiche di gestione e di amministrazione delle funzioni e delle risorse proprie delle autonomie locali e dell’ente di governo regionale.

Da ciò la riconosciuta opportunità di una riflessione che consenta di individuare gli elementi caratterizzanti della vita democratica delle istituzioni regionali e locali; anche e soprattutto di fronte a profonde trasformazioni che possono intervenire nei sistemi di rappresentanza degli interessi politici e nei sistemi di governance delle istituzioni di governo locale.

Non si può peraltro dimenticare la situazione in atto di cambiamento di alcuni caratteri propri della realtà regionale, quali il decremento demografico (ancora più forte rispetto ad altre regioni), la riduzione drastica di formazione delle nuove famiglie, la presenza consistente di popolazione immigrata da altri paesi, soprattutto da paesi dell’est europeo, che risentono della riduzione delle risorse pubbliche destinate alla qualità della vita sociale ed ai percorsi di una vera e propria inclusione sociale.

A ciò si aggiungono non solo una riduzione delle opportunità occupazionali in posizioni lavorative di carattere tradizionale, ma anche una tendenziale riduzione delle nuove imprese costituite soprattutto da giovani; tali elementi non possono non tenere conto di un minore peso del settore agricolo e di espressioni proprie del settore artigianale e piccolo industriale, che da sempre costituivano un profilo significativo della realtà regionale, ma anche di tanti territori sia dell’area emiliana che di quella romagnola.

Di fronte ad un quadro sociale ed economico, che non sembra essere destinato ad un diverso trend nel breve-medio termine, occorre perciò rendersi responsabilmente partecipi delle scelte e delle prospettive di azione che le espressioni della volontà politica popolare, sia sulla scala regionale che su quella locale, si trovano nella necessità di manifestare, anche con la costituzione di nuovi soggetti politici e partitici, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

La necessità di una nuova politica

Sono ormai numerose le manifestazioni di interesse, che si esprimono anche nei luoghi della vita quotidiana, per una nuova politica, un diverso modo da fare politica, che superi la dimensione degli interessi particolari, oggi spesso dominante, per esprimere una visione ed una rappresentazioni di aspirazioni, interessi e volontà capaci di corrispondere non alle logiche ed alle prassi di gruppi ristretti e auto selezionati, ma alle attese, ai bisogni, alle difficoltà che la popolazione oggi affronta quotidianamente, senza poter disporre di riferimenti di carattere più generale.

In questa direzione occorre prestare una forte attenzione, anche con la finalità di dare voce a chi oggi, nei particolarismi della vita quotidiana, regolata da una burocrazia invadente e preclusiva di altre azioni possibili, non riesce a manifestare i propri interessi e la propria volontà in direzione di istituzioni che in alcuni casi e in alcuni contesti non sembrano particolarmente reattive nei confronti delle attese e delle domande della popolazione locale.

È divenuto ormai urgente muoversi affinché le persone e le comunità avvertano come nella loro manifestazione di interessi e volontà politiche, contribuiscono a costruire la polis, come ambito di riconoscimento e di manifestazione della loro cittadinanza attiva e non solo rinchiusa nell’attesa di un soddisfacimento di interessi particolari.

In questo quadro sembrano anche manifestarsi le espressioni di un deficit pervasivo di cultura politica, di un vuoto preoccupante di interesse per una visione ed una prassi di polis, volte quindi alla costruzione della comunità della polis. Interessi particolari, visioni e rappresentazioni dei rapporti sociali che si esauriscano nelle logiche di gruppi ristretti di azione politica, non disponibili a prendere in considerazione la dimensione della comunità e del territorio nel loro insieme, non sembrano costituire i fattori di innovazione della scena della vita politica e dei suoi protagonismi.

Da ciò la necessità di mettere a fuoco alcuni nodi e temi su cui si possa innestare il processo generativo di un nuovo modo di vedere e di fare politica nelle comunità, per costruire con loro e dentro di loro quelle condizioni da cui si originano e si rafforzano i fattori e le risorse per il lavoro, il benessere e la qualità delle risorse dei territori che sono chiamati non a ridurre o distruggere, ma a valorizzare i beni comuni.

I nodi essenziali per costruire una nuova polis, per tutti

 Le persone al centro della polis e del fare politica, anche attraverso le necessarie forme rappresentative

Al centro dell’azione politica stanno la tutela, la valorizzazione, la formazione e la qualificazione umana, conoscitiva, culturale, relazionale della persona. Non si parte quindi dagli oggetti, da politiche settoriali, da azioni di selezione e di differenziazione, ma dalla centralità del valore, non simbolico, ma etico della persona.

La persona va perciò accompagnata nella sua crescita, nella sua istruzione, nella sua formazione, nella partecipazione ai diversi ambiti e spazi della socializzazione extra famigliare, sostenendo i passaggi di posizione nell’organizzazione sociale, soprattutto nella fase di manifestazione della sua preparazione ad intraprendere la sua fondamentale vocazione al lavoro.

Oggi chi fa politica non sembra interrogarsi significativamente su questi temi, e si tende spesso a recepire i casi e le situazioni crescenti di mancata o debole socializzazione, di marginalità crescente, di allontanamento progressivo dei giovani e sempre più spesso di persone adulte dai contesti condivisi della vita delle comunità; tutto ciò in qualche modo come fosse normale e di quotidiana frequentazione.

Le stesse politiche educative e sociali rivolte sia ai minori che alle persone anziane sembrano dichiarare i loro deficit in relazione ai soggetti che non stanno alle regole della istruzione e del Welfare; con l’effetto di ribaltare la direzione delle stesse politiche che fanno diventare la persona oggetto di azioni politiche e di regole amministrative e non soggetti portatori di domande e di aspettative che si traducono una risorsa originale per il benessere di una comunità e di un territorio.

Occorre perciò rivedere a fondo le azioni politiche odierne che fanno dalla persona un oggetto di regolazione sociale e non una risorsa primaria di crescita di quel lavoro che si manifesta nel capitale sociale di un territorio e di una comunità. Diventano prioritarie le azioni di intervento – dal livello locale a quello regionale – per consentire a tutti l’accesso all’istruzione, da quella di base a quella superiore, alla formazione nelle sue diverse espressioni, come condizione essenziale per la costruzione di percorsi di professionalizzazione e di lavoro.

Nessuna discriminazione, per effetto diretto o indiretto, deve essere posta in essere nei confronti dei disabili e di coloro che anche temporaneamente portano i segni di una riduzione di tutte le loro capacità espressive, comunicative e realizzative di attività necessarie per il loro riconoscimento sociale. Perché questo campo di azione metta in evidenza tutte le strategie di breve e medio termine che possono e devono essere messe in atto, occorre che siano riconosciute tutte le espressioni delle associazioni (a carattere volontario e gratuito) e delle organizzazioni (cooperative e imprese sociali) che con una logica non profit nell’ambito delle comunità si attivano per rendere responsabili anche i diversi soggetti locali nei confronti dei problemi che rendono necessaria la partecipazione di tutte le parti sociali.

Il lavoro come fonte generatore di benessere delle persone e delle comunità

La forte enfasi che viene ancora posta sui sistemi e le modalità di offerta delle sedi e degli strumenti del benessere è certamente importante in una fase storica in cui a fronte della crescita della domanda di interventi sanitari, socio-sanitari e socio-assistenziali, si rivelano sempre più insufficienti le risorse economiche e finanziarie in dotazione alle istituzioni pubbliche, anche a livello locale.

Tale situazione induce a riconsiderare l’assetto organizzativo e gestionale dei diversi sistemi di offerta e di distribuzione delle strutture e dei servizi che fanno capo ai diversi settori del benessere sociale; se i servizi specificamente sanitari non possono vedere il ruolo prioritario del sistema dei servizi pubblici, con l’accesso garantito a tutti, i servizi socio-sanitari e socio-assistenziali vanno forse riconsiderati anche alla luce di una piena applicazione del principio di sussidiarietà che va interpretato in una logica non solo istituzionale, ma anche sociale, con una più forte attenzione ai diversi attori che nella vita delle famiglie e delle comunità sono già protagonisti, spesso non riconosciuti nella loro pienezza, dalla organizzazione pubblica dei sistemi del benessere.

Quindi l’applicazione di una sussidiarietà orizzontale rispetto a quella verticale rende riconoscibili tutti quei soggetti che, anche a cominciare dalle Opere pie e dalle società di mutuo soccorso del passato fino arrivare oggi alle Fondazioni di comunità, possono vedere accrescere nella qualificazione e nella capacità di prevenzione dei bisogni sociali anche più gravi la loro missione di generatori di un benessere sociale che da effetto garantito dai sistemi di Welfare si vede ampliato e diffuso da pratiche sociali e relazionali volte ad ottenere risultati di Wellbeing.
Il benessere è però sempre il risultato di un insieme di azioni, di valori e di risultati che non si possono non ricondurre sistematicamente al lavoro. Ciò non tanto perché il lavoro produce da un lato capitale economico e dall’altro reddito, ma perché esso è la condizione che attribuisce dignità alle persone e che genera quelle risorse economiche, che non sono destinate di per sé alla appropriazione privata e all’arricchimento di singoli, ma prioritariamente alla reciprocità e alla mutualità delle relazioni tra le persone che vivono all’interno di una comunità, che da a tutti il benessere atteso e dovuto.

Il lavoro è quindi generatore di benessere se prima di tutto genera e rafforza la reciprocità e la mutualità delle azioni e delle relazioni che consentono la condivisione di obiettivi e mezzi per la produzione di quel valore economico, che diventa capitale per le imprese e diventa risorsa necessaria per una condizione vitale delle persone e delle comunità.

Si rende necessario, ancora di più, di fronte agli effetti di un processo di globalizzazione che ha per tanti aspetti reso invisibile l’accentramento e la moltiplicazione dei beni del capitale economico, un cambio di prospettiva che deve coinvolgere le comunità e soprattutto coloro che a partire dalle comunità, sono in grado di giocare un ruolo attivo e costruttivo nella qualificazione del lavoro – ormai sempre più connesso con le nuove tecnologie – e nella moltiplicazione del capitale economico, anche nelle sue diverse configurazioni attuale come capitale finanziario, spesso privato della sua identità originaria.

Il lavoro e i portatori di conoscenze e competenze, ormai inscindibili dalle nuove tecnologie, vanno posti oggi al centro di azioni e programmi politici, che guardano non ad interessi di gruppi ed organizzazioni particolari e settoriali, ma alle condizioni irrinunciabili del benessere di territori e di comunità, spesso non rinchiusi solo all’interno dei confini nazionali ed europei.

Perché questo cambio di visione complessiva del lavoro e della economia (come si dice spesso, di paradigma) avvenga, occorre un’attenzione forte e continua nei confronti di quanto sono in grado di mettere in atto le istituzioni (da quelle locali, a quelle nazionali ed ora anche a quelle europee) nel campo del lavoro e della formazione di nuove imprese dove le competenze e le abilità delle giovani generazioni siano in grado di manifestare i loro effetti positivi in termini di reddito e di sicurezza per i territori e le comunità.

Il benessere di una comunità non si legge più prioritariamente attraverso la performance di grandi imprese nazionali o internazionali, ma sempre più spesso attraverso la significativa capacità delle istituzioni e organizzazioni locali (associazione di imprese, di lavoratori e di nuove professioni) di promuovere e sostenere l’attivazione di nuove imprese, la cui crescita non si misura attraverso la quantità della produzione e dei lavoratori dipendenti, ma attraverso la loro capacità di “fare rete” (“comportarsi da grandi rimanendo responsabilmente piccoli”) con altre imprese per raggiungere comuni obiettivi, con la valorizzazione delle professionalità presenti nelle loro specifiche strutture aziendali.
Si rendono necessarie le strategie per programmare e realizzare interventi di alta formazione (pre e post universitaria) al fine di rispondere alle esigenze delle imprese nei confronti di mercati globali; ma si rende necessaria anche una rinnovata attenzione verso aspetti e problemi che per lungo tempo sono rimasti marginali, anzi esclusi dalle logiche proprietarie e manageriali delle imprese.

Ci riferiamo a due aspetti che si presentano come facce della stessa medaglia:
– gli aspetti etici della produzione e della organizzazione del lavoro; la nuova impresa ha una impronta nuova: non le macchine e i sistemi di macchine, ma la qualità del lavoratore, la sua competenza e anche la sua capacità e libertà di porsi delle domande sulle ragioni e sugli esiti del suo lavoro, senza dimenticare gli effetti che si andranno produrre sulla vita di altri;
– gli effetti di differenziazione che si producono tra i lavoratori; da un lato una forte attenzione per coloro che nelle loro competenze e qualificazioni sono in grado di manifestare anche una sorta di creatività nel gestire e sviluppare il processo della produzione e la qualità del prodotto finale; dall’altro, i lavoratori relegati in posizioni marginali della impresa dove vengono richieste prestazioni manuali, senza qualificazioni e senza interventi di formazioni che riducano la loro persistente marginalità e provvisorietà nel tempo delle loro prestazioni.
Il lavoro è ormai lontano dalle ormai storiche visioni classiste che ne garantivano l’uguaglianza sociale, ma si presenta come un fattore generatore di differenze che accentuano la priorità dei portatori di Knowledge nei confronti di coloro che non riescono a trarre motivi di identità e di interessi riconosciuti dalle attività esecutive che svolgono.

I beni comuni come risorse riconosciute per un nuovo sviluppo

Il rinnovo dei soggetti chiamati a sviluppare una nuova esperienza non solo di rappresentanza politica, ma anche di promozione e di gestione delle risorse destinate al benessere delle persone, dei territori e delle comunità, non può non particolare dalla consapevolezza che il fare politica oggi non si limita solo alla gestione ed al miglioramento di quelle risorse che si riconducono alla storia anche patrimoniale delle istituzioni pubbliche.

Non si possono prendere in considerazione solo i beni pubblici, le entità più direttamente riconducibili agli interessi collettivi, così come si sono storicamente definiti, ma anche altre entità che da sempre comunque incidono (anche senza la condivisa e permanente consapevolezza) sulla qualità della vita collettiva, sul benessere dei territori e delle comunità: i beni comuni.

Nella logica di impostazione giuridica e amministrativa delle funzioni pubbliche del governo sia locale che nazionale, si è persa da tempo la nozione di bene comune, per alcuni aspetti riferita ad altri linguaggi e a diverse matrici culturali. Ma il significato che ancora viene attribuito a tale espressione, anche se limitato, porta l’attenzione su quei fattori di matrice naturale e ambientale (l’aria, l’acqua, l’ambiente naturale) che anche nella logica degli interventi normativi pubblici vengono considerati come risorse da valorizzare e sfruttare, senza i necessari interventi volti a rendere fruibili a tutti tali risorse, senza alcuna privatizzazione a carattere individuale (di persone, organizzazioni o imprese).

Nel contesto attuale, non solo per effetto di una diffusione di una coscienza culturale della primazia di tali fattori per il benessere collettivo, si rende urgente e necessario un nuovo e più sistematico approccio normativo e quindi con strumenti di intervento amministrativo e regolativo, che ponga in rilievo come i beni comuni, a cominciare da quelli naturali e ambientali, siano spazi accessibili e fruibili dalla popolazione per il suo benessere, senza che vengano modificati, alterati, distrutti; ne va anzi affermata la priorità, negando la possibilità che essi divengano beni privati.

Nel contesto odierno, anche considerando le nuove e più articolate prospettive delle istituzioni pubbliche (da quelle locali a quelle regionali), l’attenzione va posta anche ad altri beni comuni; quelli che la nostra storia e tradizioni ci ha consegnato attraverso i beni culturali, una vera e propria eredità, che non va privatizzata, ma conservata anche in caso di uso privato, per la sua capacità di conservare e trasmettere memoria e, quindi, conoscenza di tante dimensioni (a cominciare da quella religiosa) che non si possono dimenticare e dissolvere nella identità di un territorio e di una comunità.

Una rinnovata dimensione si apre, quindi, nell’azione delle istituzioni del governo locale e regionale: la conservazione e la promozione delle identità originarie dei territori e delle comunità, attraverso la tutela, il riconoscimento e la valorizzazione dei beni comuni; interventi non strumentali, ma strategici per ridare valore a beni che sono costitutivi della dimensione della politica.

Everardo Minardi

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