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Pietro Vandini: “State a casa” sta diventando un po’ troppo poco

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Come avrete visto in queste ultime settimane praticamente non ho parlato di politica, non mi interessava e non l’ho ritenuto utile in questo contesto, sebbene siano diverse le cose che avrei voluto dire. Premetto che condivido le misure restrittive prese al fine di contenere ed eventualmente azzerare i contagi e che prevalentemente siano stati presi questi provvedimenti perchè abbiamo dimostrato di non saperci autodisciplinare.

Sta cosa di essere ritenuti quasi dei “coglioni” ammetto che mi pesa e mi infastidisce, ma posso comprenderla perchè ha delle basi evidenti. C’è però una cosa che comincia ad infastidirmi e a preoccuparmi particolarmente, come accennavo ieri, ed è il disturbo psicotico condiviso. Questa cosa dello “state a casa” sta diventando un po’ come “l’uno vale uno” di vecchia memoria, se non lo si contestualizza fa più danni della grandine. Uno vale uno per molti divenne “tutti possono fare tutto” e cioè una delle più grandi sciocchezze della storia dell’uomo; lo “state a casa” sta diventando quasi un modo per scaricare sul singolo cittadino qualsiasi responsabilità.

Sia chiaro, ci sono persone che se ne fregano bellamente delle restrizioni in modo incosciente ed irrispettoso, e questo è un fatto, ma da qui ad identificare nel corridore, nel “pisciatore del cane” e nella signora che fa due passi attorno a casa gli untori irresponsabili ce ne passa. Il messaggio però è quello, sono tantissime le persone che stanno con “il mirino” dalla finestra ad identificare questi untori.

Ma davvero pensiamo che i responsabili principali dei contagi siano questi?

No, perchè, se da un lato bisogna continuare a rimarcare il rispetto delle regole, per evitare che il popolo indisciplinato prenda sottogamba la cosa, dall’altro bisogna continuare ad essere un minimo oggettivi e razionali. Nel nostro territorio siamo anche stati particolarmente bravi perchè dai primi numeri che ho potuto vedere non ci sono variazioni significative sulla mortalità rispetto gli anni precedenti, nonostante  il coronavirus; in Lombardia  ad esempio dopo la revisione dell’elenco delle attività indispensabili, i lavoratori potenzialmente attivi  sono scesi da 1,61 milioni a 1,58 milioni. In pratica, il Dpcm del 22 marzo ha messo a casa solo trentamila persone, tutte le altre hanno continuato a lavorare, e in molti casi a contagiarsi.

Per  non parlare delle aziende che hanno modificato il proprio codice ATECO pur di rientrare nelle attività essenziali o le migliaia che si sono precipitate dai prefetti per chiedere delle deroghe. Mi piacerebbe poter vedere quanti sono i contagi da “camminata, o da pisciata di cane” e quali nei contesti lavorativi ad esempio. Ci vuole un po’ di razionalità, senza puntare il dito a prescindere, un minimo di razionalità. Ci vuole anche una capacità di chi ci governa di far passare determinati messaggi.

Va bene il tutti a casa, ma non può essere l’unico mantra che ci viene propinato da un mese in attesa della prossima scadenza, per poi prorogarlo ulteriormente. Il fatto che le aziende cerchino in qualche modo di lavorare o che la gente provi ad uscire un po’ più spesso è anche legato alla mancanza di un minimo di indicazione sul futuro, cosa che toglie le speranze. Perchè deve essere chiara una cosa, il virus non sparisce. Possiamo stare a casa anche 4 mesi ma il virus non sparisce fino a quando non saremo tutti immunizzati (forse) o non esisterà un vaccino. Questo significa che continueremo ad ammalarci, ad aver bisogno degli ospedali e purtroppo anche a morire. Ora dobbiamo scaricare un sistema sanitario saturo ed in difficoltà ma togliamoci dalla testa che fatto questo il virus sparisca.

Io continuo a vedere una certa sproporzione tra il rischio reale e le misure per affrontarlo, ma soprattutto non vedo nulla che ci faccia capire come si vuole affrontare il dopo in un inevitabile contesto di convivenza con questo microrganismo, consapevoli di tutto quello che ho scritto sopra ma anche e soprattutto che “state in casa”  è troppo poco. E questo comincia a pesare parecchio.

Pietro Vandini

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Commenti

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  1. Scritto da nautilus

    La buona notizia è che la “reclusione forzata” imposta dalle autorità sta evitando un’incontrollabile espansione del virus. Detto ciò, mi pare che si brancoli nel buio più completo, nel senso che nonostante le restrizioni si è ben lontani da un allentamento dell’emergenza sanitaria; chi guarisce è prontamente rimpiazzato dai nuovi ammalati. Non si intravede cioè nessuna luce in fondo al tunnel e tale senso di incertezza prolungata è forse peggio di una pessima certezza. I cinesi ci han messo 6 settimane a portare a zero il numero dei nuovi contagi, da noi se continua di questo passo ci vorranno 6 mesi. Chi glielo dice agli italiani che passeranno il ferragosto in giardino (o terrazzo) invece che sotto l’ombrellone, sebbene a distanza di sicurezza?

  2. Scritto da Marco O.

    E’ un mese esatto che la maggioranza dei ravennati è murata in casa e la minoranza è terrorizzata ed esce per motivi di urgenza con ogni precauzione e ogni attenzione. Qualcuno (possibilmente un medico) mi spiega come è possibile che i contagi a Ravenna siano nello stesso numero di un mese fa? Dove si presume che abbiano contratto il contagio le persone risultate positive oggi? Com’è possibile che quando si poteva uscire e fare tutto i contagi fossero nello stesso numero di questi tempi militarizzati?

  3. Scritto da Direttore

    Non siamo medici. Ma non è difficile rispondere a questa domanda. Senza le misure di distanziamento e di “clausura” i contagi sarebbero stati 10-20 volte di più, come minimo. A livello nazionale hanno stimato che senza misure di contenimento ci sarebbero stati 30.000 morti più di quelli che abbiamo già avuto, purtroppo. In queste settimane si stanno trovando i positivi seguendo le catene del contagio e le indagini epidemiologiche attivate dopo i primi casi. Inoltre si sono creati piccoli focolai nei nosocomi che come tutti sanno sono luoghi a rischio. LA REDAZIONE

  4. Scritto da Marco O.

    So come la pensa La Redazione, totalmente conformata al Pensiero Unico di questi tempi. “Hanno stimato” è una forma impersonale che ha poco di scientifico, finché non si sa chi abbia stimato e finché si ascolta una voce sola. I contagi sembrano quindi provenire da una vicinanza diretta con una situazione di precedente contagio (un familiare, un vicino di letto in ospedale, un ospite di una casa di riposo priva di adeguate protezioni, ecc). Mi interessava sapere se c’erano contagi “inspiegabili” ovvero presi in apparente estraneità da situazioni di conclamato pericolo.

  5. Scritto da Direttore

    Signor Marco O., non abbiamo capito di che pensiero sia titolare lei, certo la Redazione non è custode del Pensiero Unico. Semplicemente cerchiamo di fare il nostro lavoro per informare a dare una mano ai cittadini in questo momento. Senza dare spazio – possibilmente – a fake news o a tesi strampalate che in una fase così difficile creano solo confusione e danni nella pubblica opinione. Se avesse letto i giornali o seguito le tv saprebbe che “hanno stimato” era riferito agli esperti italiani dell’ISS Istituto Superiore di Sanità che affiancano il Governo, i quali proprio nei giorni scorsi, richiesti di un parere, hanno affermato che senza le misure di contenimento messe in atto avremmo avuto 30.000 morti in più secondo le loro stime. Quale altra voce autorevole e credibile dovremmo ascoltare in questo momento? Quella di chi non voleva chiudere nulla e poi si sta affrettando a chiudere tutto (e ce ne sono tanti in Italia e nel mondo, vedi Johnson, Trump o gli Svedesi)? Quella di chi fino a ieri non voleva vaccinare i propri figli? O quella di chi crede che la terra sia piatta? Più che al Pensiero Unico, cerchiamo di conformarci al buon senso. Sperando che non finisca come per il Manzoni: “Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”. LA REDAZIONE

  6. Scritto da Antonio C.

    Credo che l’importanza di stare a casa sia palese, quando c’è di mezzo una pandemia, mentre il significato dell’uno vale uno non lo ha capito solo lei, perché pensa di valere due. Pazienza.