Priorità alla Scuola in piazza “per una scuola al centro della società”. Intervista all’insegnante faentina Gloria Ghetti

Bus dalla provincia per partecipare. Iscrizioni alla mail miofigliovaascuola@gmail.com e prioritaallascuolaer@gmail.com

La scuola ha riaperto i battenti, ci sono ancora difficoltà e criticità segnalate in vari istituti della provincia, ma l’attività didattica è ripartita e gli studenti sono tornati in classe in presenza. Questa era anche una delle richieste principali del movimento di Priorità alla Scuola (PAS), nato attorno ad aprile, in pieno lockdown, chiedendo di riportare il mondo scolastico la centro del dibattito pubblico. Quali sono ad oggi quindi le richieste e gli obiettivi di un movimento, che non accenna ad accontentarsi di quanto fin qui ottenuto, ma anzi rilancia con una manifestazione nazionale a Roma prevista per il 26 settembre, alla quale anche il territorio ravennate sta organizzandosi per partecipare? Ne abbiamo parlato con Gloria Ghetti, docente al liceo faentino Torricelli e attivista della prima ora di Pas.

Ora che le scuole, in qualche modo, sono tornate all’attività in presenza, quali sono le richieste di Pas?

Dice bene quando parla di riapertura “in qualche modo”. Priorità alla scuola non è nata semplicemente per far riaprire le scuole, né per farle riaprire come prima, ma nasce ad aprile da una lettera rivolta alla Ministra: già allora avevamo consapevolezza che stavamo entrando in un periodo di straordinaria gravità ed emergenza, nel quale con straordinaria retorica si diceva che “niente sarà più uguale prima”. In realtà, la scuola che sta riaprendo oggi, non solo non è più quella di prima, ma è addirittura peggio. Nel “precovid” non c’erano studenti che non potevano frequentare. Penso al dato del Lazio, dove il 40% degli studenti risultano in Didattica a distanza, che ora si chiama didattica integrata, perché a nostro avviso c’è un forte tentativo di farla diventare una parte strutturale della scuola. 1/3 delle scuole del Lazio risulta chiuso perché non possono garantire la presenza in sicurezza. In provincia e in Emilia Romagna, sebbene si potesse fare di più, siamo in un’isola felice, ma non possiamo guardare solo al nostro cortile. Noi chiedevamo e chiediamo che la scuola fosse in presenza, in continuità e in sicurezza.

Quale di questi tre elementi non sono contemplati dalle riaperture di questi giorni?

La didattica attualmente non è in presenza, visti i dati di alcune regioni, non è in continuità perché se ci sarà un contagio sappiamo che si arriverà a delle chiusure, e non è in sicurezza perché tra le nostre richieste c’era l’istituzione di infermerie scolastiche, per fare prevenzione sanitaria e invece a scuola non c’è neanche la possibilità di misurare la temperatura all’ingresso e viene chiesto alle famiglie di farlo a casa. Noi al liceo Torricelli dove lavoro ci siamo presi la briga di farlo, perché non tutte le famiglie sono uguali e hanno uguali attenzioni e possibilità. Se poi un bambino sta male a scuola, viene informato il responsabile Covid, avvertiti i genitori che dovranno poi occuparsi di portarlo dal pediatra per le valutazioni del caso. Se ci fosse un’infermeria scolastica, con personale medico, infermieristico, sociosanitario, questa potrebbe essere un presidio sanitario, fondamentale nell’emergenza, ma anche utilissima per affrontare le problematiche psico-fisiche che caratterizzano infanzia e adolescenza. Questa era una proposta sensata per garantire una scuola migliore per il Covid e anche per il futuro.

Numero degli insegnanti e del personale ATA è un altro nervo scoperto.

Quest’anno ci sono più posti vacanti degli altri anni: ci sono state immissioni in ruolo per 21.236 insegnanti su un fabbisogno di 85mila. Parlando del sostegno: sono arrivati 2.000 insegnanti su 21mila posti da coprire. Non si potevano mettere in ruolo i precari storici? Quelli che hanno più di 3 anni di insegnamento alle spalle? Per non parlare dell’edilizia scolastica, che significava investire nella riconversione di edifici pubblici dismessi per dare davvero più spazi alla scuola. Parliamoci chiaro: la trovata del metro tra le rime buccali è un modo per infilarle dentro tutti. Vediamo poi cosa succederà a novembre quando arriveranno i primi raffreddori. Quello che è stato fatto è poco, fatto in modo confuso e contraddittorio.

Quali sono dunque le attuali richieste al MIUR?

A Roma chiediamo che il 20% del Recovery Fund sia destinato alla scuola e vogliamo decidere come investirlo. Già ora si parla di digitalizzazione delle aule, di voucher per i pc: va benissimo che quando ci saranno più scuole, più spazi, più insegnanti, più sicurezza anche sanitaria nelle scuole, si possano anche digitalizzare le aule e dare i computer alle famiglie, ma prima bisogna guadagnare la scuola in presenza, vera e sicura. Chiediamo anche di arrivare a investimenti di almeno il 5% del Pil nel mondo della scuola.

Qual è attualmente il rapporto con il Governo?

L’interlocuzione con il Governo è pari a zero. All’inizio ci faceva rabbia, ora quasi ci inorgoglisce, perché tutte le parti che sono state ascoltate, pare l’abbiano fatto quasi per accontentarle, senza accogliere nulla delle loro richieste. Ci pare che il non volerci ricevere sia sinonimo del fatto che hanno capito che non potevano prenderci in giro. Noi siamo una comunità di insegnanti, di ruolo, precari, di famiglie e anche di studenti. Forse non ci hanno ascoltato perché non potevano metterci a tacere.

Il movimento da aprile è cresciuto, oggi chi rappresenta?

Alla manifestazione del 26 a Roma c’è stata l’adesione di tutti i Sindacati Confederali e anche dei Cobas. I docenti ci sono e c’è anche la Rete degli studenti e le famiglie. Un’associazione come Action Aid è al nostro fianco, perché conviene con noi che la scuola è il primo posto dove si combattono le disuguaglianze. Inoltre stiamo contattando moltissime realtà che in tutta Italia si occupano di diritti civili, di costruire un mondo migliore.

Si può dire che PAS si ponga un obiettivo rivoluzionario rispetto a ciò che esiste? Riportare la scuola al centro della società?

Il Presidente Mattarella, nel discorso di apertura delle scuole, ha detto che la scuola è lo specchio della società. Bene, ma teniamo a mente che la società che abbiamo intorno è violenta e razzista. O la scuola torna a svolgere una funzione non solo di trasmissione di nozioni, che può fare sì anche con la didattica a distanza, ma anche a ricostruire il suo scopo educativo e civico, o la società che ci aspetta sarà sempre peggiore. L’idea di base che ci muove è che la scuola non sia un luogo a parte che riguarda solo studenti ed insegnanti ma la società tutta, perché senza scuola non ci può essere neanche crescita economica. La scuola è il luogo della cultura, della formazione, della rassicurazione contro i catastrofisti e i complottisti. Queste cose, o le fai a scuola in presenza, o non le fai. Perchè queste cose i ragazzi te le chiedono all’intervallo, non è detto che emergano nelle lezioni quotidiane. La DaD è sicuramente uno strumento per le emergenze, di trasmissione delle nozioni, ma non può svolgere questa funzione. Come diceva Gramsci, cultura non è possedere un magazzino ben fornito di nozioni, ma avere coscienza di sé e del proprio posto nel mondo.

Cosa vi aspettate dalla manifestazione di Roma?

Sentiamo tanto fermento, ci sono tante adesioni. È un lavoro faticoso fatto in forma totalmente volontaria. Abbiamo anche realizzato un vademecum che è stato frutto di una scrittura collettiva di genitori, insegnanti precari, di ruolo, studenti. Ci teniamo a sottolineare che non si tratterà di uno sciopero, non togliamo il diritto all’istruzione neanche per un giorno, con tutto il rispetto che come insegnante ho per lo sciopero. È una mobilitazione generale che non è escluso che continui e diventi una mobilitazione permanente. L’obiettivo non è riaprire le scuole, ma renderle presidio e avanguardia sociale.

Fin dall’inizio mi è sembrato che PAS fosse, forse per la prima volta, un movimento trasversale e con finalità rivoluzionarie, quasi utopistiche. È corretto?

Gli obiettivi di PAS sono in effetti obiettivi alti e apparentemente utopistici, ma a ben guardare, si tratta semplicemente del tentativo di realizzare pienamente la scuola descritta nella Costituzione. La scuola è una questione profondamente politica, perché è il primo luogo in cui un bambino ha a che fare con un bene comune, con il riconoscimento di un’autorità, con il rispetto della diversità, con la coscienza di sé. Non ci accontenteremo e non ci fermeremo.