Il Purgatorio visto da Frank Hentschker: una drammaturgia moderna per un’opera locale e universale
Frank Hentschker è una figura centrale sulla scena teatrale internazionale. Attualmente è direttore esecutivo e dei programmi presso il Segal Center di New York, il principale forum nazionale e internazionale per gli studi teatrali negli Usa. Ogni anno, cura e produce più di quaranta eventi: letture sceniche, conferenze, simposi, work in progress e conversazioni con studiosi di teatro, drammaturghi e voci emergenti della scena teatrale internazionale. In questi giorni Hentschker è a Ravenna per partecipare alla rappresentazione del Purgatorio. Fa parte del Coro Beuys nella cornice dei Superbi.
Frank Hentschker ha lavorato come assistente per Robert Wilson e ha avuto modo di conoscere e apprezzare l’opera di Joseph Beuys, la cui figura è fondamentale per andare alla radice dell’innamoramento di Hentschker per Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, fino alla sua scelta di sottoporsi a questa lunga trasferta, dal suo grande centro in NYC fino al piccolo Teatro Rasi, dove fervono le prove del Purgatorio. È qui che lo incontriamo in uno dei pomeriggi più afosi di quest’estate in cui l’emergenza climatica e ambientale bussa minacciosamente alla porta.
L’INTERVISTA
Frank Hentschker come nascono l’amicizia e la vicinanza artistica con Marco Martinelli ed Ermanna Montanari?
“Con il nostro centro internazionale di teatro, il Segal Center di New York, abbiamo creato un progetto legato ai drammaturghi italiani, in collaborazione con Valeria Orani e la sua casa di produzione 361 gradi, e così abbiamo invitato molti scrittori di teatro italiani, Lucia Calamaro e Fausto Paravidino per esempio. In questa occasione, nel dicembre scorso abbiamo invitato e incontrato Marco Martinelli ed Ermanna Montanari. Naturalmente conoscevo già il Teatro delle Albe ed è stato un onore per me e per noi organizzare l’incontro con loro a La Mama Theatre, un incontro in cui abbiamo parlato della storia della compagnia, della visione delle Albe e, in special modo, di questo progetto su Dante, molto affascinante.”
E poi siete finiti a parlare di arte contemporanea e di Joseph Beuys, artista importante, complesso, che lei ha conosciuto… e questo l’ha addirittura convinta a prendere parte al progetto del Purgatorio nel Coro Beuys.
“In qualche modo è andata così. La cosa è nata quasi per gioco, bevendo un caffè, mentre Marco ed Ermanna mi raccontavano come si sarebbe sviluppato lo spettacolo. È saltato fuori il nome di Beuys, artista che mi è caro. Da qui è nata una certa connessione e la cosa poi è diventata seria. Ho pensato fosse un grande onore per me partecipare a un lavoro come il Purgatorio, che è un progetto veramente contemporaneo, un qualcosa che guarda al futuro e non al passato. Mi piace.”
Che cosa pensa della temerarietà di Ravenna Teatro di mettere in scena le tre grandi cantiche dantesche, l’opera-mondo di Dante, come è stata definita?
“Oh sì, temerarietà nel senso di coraggio. Penso che Marco ed Ermanna siano davvero due figure molto significative del teatro contemporaneo, due artisti internazionali, globali. E, come tutti i veri artisti sanno, ci vuole una certa dose di coraggio per misurarsi con giganti della letteratura europea e mondiale come Dante o Shakespeare. Anche Dante si può definire un autore di teatro, certo non in modo convenzionale, perchè è arrivato troppo presto. Ma se fosse vissuto all’epoca di Shakespeare, sono certo che Dante avrebbe scritto per il teatro. Nella sua opera c’è già tutta la magia del teatro. Marco ed Ermanna l’hanno saputa cogliere e trasformare in un’opera originale. Una scelta, ripeto, coraggiosa. E rischiosa. Anche loro immagino si siano chiesti se potevano riuscire nell’impresa. Io stesso mi sono domandato: ma come fanno a mettere in scena una cosa di questo genere. Rischiosa anche perchè a Ravenna, qui, Dante è diventato perfino un cliché, lo trovi ovunque, dal caffè al ristorante, sulle magliette, forse perfino nella carta igienica (ride, ndr). Eppure loro sono riusciti a misurarsi in modo originale con questo gigante, creando un’opera teatrale nuova, insieme molto professionale, molto molto locale, perchè nata qui e legata a questo luogo, ma molto globale. È una bella idea, una bella sfida. La rispetto e apprezzo molto.”
Un’opera “glocal” dunque?
“Sì, proprio così. Un’opera affascinante, che trasmette lo spirito del luogo ma parla un linguaggio universale.”
La sua partecipazione al Purgatorio nasce dalla connessione sentimentale con Joseph Beuys, una figura importante nell’arte del Novecento, a cui è dedicato un coro dello stesso Purgatorio. Ci spieghi meglio.
“Sì. Noi abbiamo parlato di Beuys a New York e ne abbiamo parlato per due ragioni, legate sia ai temi dell’arte contemporanea sia al progetto su Dante. La prima ragione è questa: Beuys voleva superare vecchie idee e vecchi cliché. La sua opera è tesa a cogliere l’anima di un’opera per metterla in connessione con lo spirito del tempo, trasformandola, ricreandola. Immettendo nuova energia, immaginazione. Mi spiego. Pensiamo a Woodstock, il grande concerto, con le stesse canzoni e forse le stesse band, ma l’impatto non c’è più. La musica è la stessa, i tempi sono cambiati. Oppure prendiamo il famoso quadro del cervo, una sorta di chiché nella cultura tedesca, qualcosa di kitsch. Ebbene Beuys propone di immaginare di incontrare il cervo solitario, di notte, nella foresta. Ecco che la scena si trasforma, il cervo diventa un animale “musicale”, si crea un’armonia nuova che riconnette alla vita, ricrea il mistero della vita e della bellezza. Ecco la nuova energia di cui parlo. La trasformazione. L’essenza dell’arte.”
La seconda ragione.
“Riguarda il modo in cui Beuys era cristiano, probabilmente marxista, certamente impegnato nel movimento artistico, sul piano sociale e politico. È stato fra i fondatori della International Free University e dei Verdi tedeschi. È un artista impegnato che pensa alla democrazia diretta, a una dimensione sociale dell’arte, in cui potenzialmente nessuno dovrebbe restare escluso.”
Un artista totale.
“Sì. Soprattutto l’idea di Beuys è che la cultura debba coinvolgere ed essere partecipata. E questa cosa per lui è più importante dell’accademia o delle gallerie d’arte. È qualcosa che ha a che fare anche con la sua stessa vita, lui scampato per miracolo alla morte nella campagna tedesca in Russia, perchè salvato e curato dalle persone del luogo. C’è in lui l’idea della trasformazione, della riscoperta, del riscatto, della rinascita. Una tensione quasi profetica che si lega alla stessa profezia del canto I dell’Inferno di Dante… “Molti son li animali a cui s’ammoglia, / e più saranno ancora, infin che ’l veltro / verrà, che la farà morir con doglia. / Questi non ciberà terra né peltro, / ma sapïenza, amore e virtute, / e sua nazion sarà tra feltro e feltro.”
Beuys a un certo punto lanciò il famoso progetto delle 7.000 querce.
“Sì, come dicevo Beuys ha dato un contributo essenziale alla fondazione del movimento dei Verdi in Germania. Nel 1982, invitato a partecipare alla VII edizione della grande esposizione “Documenta” a Kassel, egli ha espresso la sua sensibilità ecologista con una delle sue opere più suggestive: “7.000 querce”. Non si trattava di una scultura tradizionale ma di un grande triangolo composto da 7.000 pietre di basalto, ognuna delle quali “adottabile” da un potenziale acquirente. Il ricavato della vendita di ogni pietra è servito nel corso degli anni a piantare una quercia. Una grande idea di arte impegnata e partecipata.”
Il Coro Beuys nella cornice dei Superbi ha un forte timbro pedagogico e politico insieme, con una chiave molto ecologista… da Beuys a San Francesco a… Papa Francesco. Una chiave ecologista che si trova in tutto questo Purgatorio che termina con le piccole Greta Thunberg impegnate a scuotere il potere e gli adulti per salvare la casa comune che brucia. È questo il nostro Purgatorio, abbiamo cioè la possibilità di riscattarci con un salto di sensibilità e di impegno per cambiare il mondo, per salvare il Pianeta?
“Sì. Dante vedeva il destino suo e dell’umanità del suo tempo, guardando a ciò che accadeva attorno a sé. Un destino tragico per cui Dante è spinto a fare un percorso di purificazione, di rinascita, di ricostruzione. Proprio il Purgatorio è il terreno, la chance del cambiamento e della rinascita. Marco ed Ermanna hanno attualizzato il tema del destino dell’uomo legandolo a quello della distruzione del pianeta, della dissipazione delle risorse, della distribuzione ineguale delle ricchezze. È una interpretazione ecologica, alla maniera di Beuys. È un fatto politico, sociale, morale. Ed è un atto artistico, per la ricerca della bellezza. E Beuys ritorna ancora perchè il Purgatorio è arte che richiede partecipazione. C’è la chiamata a partecipare. Io stesso ho voluto partecipare. È un modo molto moderno di fare drammaturgia che richiama modelli antichi. Non abbiamo qui il drammaturgo che si chiude in una stanza e lavora per il palcoscenico, c’è l’idea di uscire, di essere sulla strada, di usare gli spazi pubblici, di far partecipare le persone. È una forma contemporanea di arte partecipata e socialmente impegnata. È un modo di celebrare la vita. È una grande visione e una grande scommessa.”
Lei parlava di un’opera molto locale, che nasce qui, pensata per questo luogo e che riflette appunto lo spirito del luogo. È così?
“Sì, certo. Tu giri per le strade di Ravenna e trovi una grande calma. Gli orologi qui non lavorano. Sembra non lavorino nemmeno nei ristoranti (ride, ndr). È una sorta di tempo sospeso, parallelo a quello di Dante e del Purgatorio. Nella loro opera Marco ed Ermanna hanno reso questa tranquillità, questa bellezza, con una calma liturgica e una rappresentazione morale e corale. Si respira la quiete e l’energia della città. Nello stesso tempo però l’opera può essere rappresentata ovunque, a Matera o a New York, perchè no? Fra l’altro ci sono diverse lingue nel Purgatorio a significare le lingue che si parlano sulle strade di Ravenna oggi e sulle strade del mondo.”
Martedì sera c’è stata la prima a Ravenna dello spettacolo. La sua impressione dall’interno della scena.
“Mi è piaciuto il modo aperto in cui tutti hanno interpretato il loro ruolo, c’è stato impegno e c’è stato rispetto. Pur essendo in strada, nessuno ha disturbato, fatto casino, domandato, vociato. Le auto si sono fermate e pure i passanti. Tutti hanno capito quello che si stava facendo e hanno avuto rispetto. Come dicevo, quando hai una buona idea e la metti in piedi con convinzione, si sprigiona un’energia che arriva a tutti. Io sono rimasto sorpreso e impressionato dal livello di gentilezza e generosità del pubblico e dei partecipanti. Marco ed Ermanna hanno avuto una grande idea e un grande coraggio, perchè la sfida è di quelle olimpiche, ma credo che l’abbiano affrontata con la chiave e con l’energia giusta.”
A cura di Pier Giorgio Carloni






