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L’OMBELICO D’ORO / Abitiamo la ‘tomba’ Candiano, occupiamo la Darsena già la prossima estate… non voglio aspettare la mezza età per godermela

Bentornati all’Ombelico d’Oro, rubrica culturale stoica per tempi emotivi. Alla fine sono andato a Palazzo Rasponi dalle Teste per vedere la mostra “Un ponte dal passato al futuro”, che raccoglie tutti i progetti architettonici – e mostra in particolare i più convincenti – presentati al concorso di idee sull’Hub intermodale della stazione di Ravenna.

Di che si tratta, fuori dai tecnicismi? Di trovare una soluzione architettonica per collegare il centro città (passato) alla Darsena (futuro?), cercando di colmare la cesura storica della stazione.È il perenne Leitmotiv di Ravenna, a ben vedere: la città, “abbandonata” dal mare, tenta disperatamente di riavvicinarsi all’Adriatico – o a un suo surrogato affettivo, quale appunto il Candiano.

Premetto che sono un grandissimo amante dei rendering. Adoro questi tableaux vivants partoriti dall’immaginazione degli architetti: sono goffi e sognanti, e stimolano la fantasia come poche altre cose. Guardo due sagome passeggiare sull’ipotetica nuova banchina, e penso subito a cosa si staranno dicendo: due ragazzini al primo appuntamento? E quell’uomo in disparte che fa? Spaccia, adesca, o innocentemente riposa? Sono presepi laici, perennemente baciati da un cielo limpido e da un ordine impeccabile. Come ogni presepe, ci fanno sentire onnipotenti.

E dunque, devo dire, che anche questi rendering mi sono piaciuti tanto. Ci sono alcuni progetti più futuristici, che mi hanno ricordato certi disegni di Sant’Elia; altri pieni di alberi rigogliosi e progressisti; immancabili le biciclette; uomini d’affari in completo che fatturano al telefono in piazza Farini; bambini che, essendo bambini, giocano.

Alcuni progetti poi presentano dei veri e propri colpi di genio. Il terzo classificato azzarda addirittura una piscinotta pubblica in testa al Candiano: nel rendering si vedono uomini in costume, bimbi che corrono con tavolette di plastica blu, donne che prendono il sole: è la “riviera di città”. In quello del progetto vincitore si dipinge invece una scena tra il fantascientifico e il bucolico: una folla assiepata su una scalinata, tra palazzoni vetrati e fronde verdi, si gode una band che suona sull’acqua, a bordo di una tonda zattera galleggiante. Ma non vedo attracchi. Chissà come ci sono finiti quei musicisti in mezzo al Candiano. Magari sono croati.

Ombelico d'Oro

Non si tratta però di fare ironia su questi rendering. È bello sognare, e se anche solo un 10% di questi presepi venisse realizzato, sarebbe comunque una vittoria per la città. Quello che mi preme dire è un’altra cosa.

Studiando uno di questi progetti, vengo attratto da un particolare. È un uomo di mezza età, seduto su una di quelle meravigliose bitte in acciaio che ritmano le banchine del Candiano. Osserva sognante il futuro, immerso in una calda luce estiva. E dalla sua postura, dalla sua fisiognomica, ho realizzato con incrollabile certezza che quell’uomo non è un uomo qualunque: sono io, nel 2050, anziano e soddisfatto per il progetto finito.

Questa finestra sul futuro mi ha svegliato dal sonno dogmatico. Vanno benissimo i progetti, è giustissimo realizzare passerelle per biciclette, verde pubblico, e financo piscine sul Candiano: il problema è il tempo. Non ho più tempo.

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Ho compreso, in un istante, che non vedrò mai, da giovane, la nuova Darsena. Quel futuro mi è precluso. Sarò un anziano che ascolta la band galleggiante suonare musica che non mi dice niente, così diversa da “quella di una volta”. Brontolerò quando i ragazzini correranno a piedi nudi con le tavolette in mano facendo schiamazzi. E mi lamenterò per la gran fatica di fare le rampe sospese, facilitate all’8% di pendenza.

E quindi, mi sono detto, è ora di godersi adesso la Darsena. Godersela così com’è: spettinata, arrugginita, solitaria. Bisogna immaginarsi una vitalità spontanea e indipendente per quella tomba industriale lungo il Candiano a cui siamo tutti affezionati.

(Curioso: il poeta francese Yves Bonnefoy sosteneva che i monumenti di Ravenna sono tombe. Esclusivamente tombe. E che cos’è la Darsena se non una lunga tomba di silos e cemento, che conserva i poveri resti dell’industria novecentesca? Non si scappa mai dal proprio destino, évidemment).

Come fare, allora? Come facciamo in città. Abitare le tombe. Far sì che la Darsena diventi una casa. Un gruppo di giovani architetti ravennati, i Denara, ci avevano già provato l’estate scorsa, con discreto successo – riprova che non c’è bisogno di andare troppo lontano per trovare buone idee. Il loro progetto, selezionato da Almagià Creative Hub, si chiamava Casa come città. Ma stavolta una casa non basta: voglio un condominio come città. Quasi un quartiere.

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Casa come città, foto di De Felice

L’immagine che mi si presenta dietro la fronte è questa: estate, Darsena, rive gauche. La riva sfigata, quella del cimitero. Non un negozio, non un’azienda: si disturbano giusto i gabbiani e le pantegane.

Disegnata sul cemento, una grande planimetria. Il salotto comune sarà davanti all’ex Consorzio Agrario. Tutto attorno tende dove dormire e imbucarsi la sera, ombrelloni, tavoli e sedie, materassi, divani, piscine gonfiabili, frigobar, librerie, un campetto da calcio, una zona solarium, un palchetto dove esibirsi, suonare, recitare, ballare. Di bagni chimici non c’è bisogno, perché c’è già il canale. Un villaggio bric-à-brac sorto come un fungo davanti alle carcasse spolpate dei capannoni. Mica male come colpo d’occhio: una via di mezzo fra Woodstock e villaggio post-atomico.

Un Condominio Darsena, un’occupazione estiva, periodica, dal basso, fino a che i progetti degli architetti non saranno realtà. È possibile. E soprattutto è possibile subito, prima della mezza età. Viviamola ‘sta Darsena, anche se è brutta, anche se non c’è niente, anche se puzza. Allontaniamoci dal fighettismo speculare e imperante del centro e dei lidi. Basta organizzarsi un po’.

Denara, io la proposta pubblica ve l’ho fatta: voi cominciate a pensare ai rendering.