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Massimo Ercolani: Lettera aperta alla Regione e alla Provincia di Ravenna sulla cava di Monte Tondo

Con questa lettera aperta vogliamo porre di nuovo all’attenzione della Regione Emilia-Romagna e della Provincia di Ravenna quella che si configura come una delle più gravi emergenza ambientali del territorio regionale ovvero la distruzione ad opera della cava di Monte Tondo nella Vena del Gesso romagnola. In data 21/10/2022 cesserà la relativa autorizzazione all’attività estrattiva. La Provincia di Ravenna ha avviato la consultazione preliminare (L.R. n.24/2017) riguardante il Polo Estrattivo di Monte Tondo.

Come è noto l’estrazione del gesso a Monte Tondo, è iniziata nel 1958. Le attività della cava si sono svolte nel tempo sia in galleria che a cielo aperto causando criticità ambientali devastanti in un territorio patrimonio di emergenze naturalistiche, speleologiche e archeologiche di rilevanza internazionale. Infatti l’area è ufficialmente candidata a Patrimonio dell’Umanità UNESCO, oltre ad essere tutelata dalla ReteNatura2000, siti di interesse comunitario (SIC), e situata all’interno dell’area contigua del Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola, inoltre Monte Mauro, Monte della Volpe e Monte Tondo sono zona dichiarata di “notevole interesse pubblico”.

Ricordiamo poi che l’area attualmente distrutta dalla cava è soggetta ai vincoli legislativi previsti dalla L.R.n.6/2005, L.R n.100/2005 e L.R. n.10/2005 nonché dal Decreto del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare del 17 ottobre 2007. Criteri minimi uniformi per la definizione di misure di conservazione relative a Zone speciali di conservazione (ZSC) e a Zone di protezione speciale (ZPS).

Quanto stabilito dalle citate norme è preciso e insormontabile. Di fatto vietano l’espansione dell’area di cava e soprattutto la “la modifica o l’alterazione del sistema idraulico sotterraneo; la modifica o l’alterazione di grotte, doline, risorgenti o altri fenomeni carsici superficiali o sotterranei;”. Modifiche e alterazioni che invece avvengono già oggi e devono cessare.

Oggi la cava di Monte Tondo va considerata di gran lunga la maggiore criticità ambientale di tutte le aree carsiche dell’Emilia-Romagna, nonché, in assoluto, una delle maggiori dell’intera regione.
Le dimensioni della cava sono ormai tali da renderla non più compatibile con la Vena del Gesso, come riconosciuto dalle stesse amministrazioni pubbliche nell’ultimo Piano Attività Estrattive (PAE) “l’area estrattiva ha profondamente e in modo irreversibile alterato e modificato la situazione originaria dell’affioramento della Vena dei Gessi.” Per questo già all’inizio degli anni 2000 si era posto il problema di chiudere la cava e fu stabilito un limite massimo di espansione, raggiunto il quale doveva terminare la potenzialità del giacimento e conseguentemente cessare l’attività estrattiva.

Nonostante i molti anni a disposizione, le amministrazioni che si sono succedute e le comunità locali non si sono preoccupate di chiedere e sostenere la necessaria riconversione dell’attività produttiva in grado di salvaguardare gli aspetti occupazionali e sociali conseguenti alla chiusura del polo estrattivo e così cessare la distruzione irreversibile del paesaggio.

Ora la multinazionale Saint-Gobain chiede di espandere l’area di estrazione, dimenticando così che i patti vanno onorati. Fino ad oggi gli enti locali direttamente interessati non hanno nulla da obiettare, poiché non reputano prioritaria la salvaguardia di uno straordinario “bene comune” qual è la Vena del Gesso romagnola. Anzi, si sono dichiarati disponibili a concedere alla proprietà della cava un’ulteriore porzione di ambiente da distruggere, venendo così meno al patto a suo tempo stabilito e a quel ruolo basilare di mediazione tra due esigenze: tutela dell’ambiente e interessi economici. Questi ultimi prevalgono sempre e comunque in maniera esclusiva, senza la benché minima attenzione alle problematiche ambientali.

La cava è, per definizione, un’attività non illimitata: non esiste, del resto, attività estrattiva sostenibile, essa rappresenta da sempre una delle cause di degrado ambientale a maggiore impatto in quanto modifica in modo irreversibile la morfologia dei luoghi.

Chiediamo se la Regione Emilia-Romagna e la Provincia di Ravenna sosterranno coerentemente il patto stabilito a suo tempo circa il limite di massima espansione del giacimento condiviso da tutte le parti in causa, nonché le delibere e gli impegni assunti riguardo alla proposta di candidatura dei fenomeni carsici nei Gessi dell’Emilia-Romagna a “Patrimonio dell’Umanità” UNESCO, considerando che l’eventuale espansione della cava comporterebbe un’ulteriore grave alterazione della Vena del Gesso già profondamente e in modo irreversibile snaturata dall’attività estrattiva, avverrebbe in violazione delle norme di legge e finirebbe per compromettere il buon esito della candidatura stessa in quanto l’UNESCO chiede, giustamente, che i siti “Patrimonio dell’Umanità” siano adeguatamente protetti.

Chiediamo altresì se la Regione e la Provincia di Ravenna confermano di condividere le indicazioni emerse dal recente studio commissionato dalla Regione e voluto dalle stesse Amministrazioni locali. Studio che raccomanda di non ampliare l’area di estrazione del gesso e di “considerare il nuovo periodo di attività come l’ultimo possibile e concedibile, inserendo opportune clausole di salvaguardia negli atti autorizzativi corrispondenti;” nonché di “di utilizzare il decennio di ulteriore attività mineraria per attuare adatte politiche di uscita dal lavoro degli addetti oggi impiegati, in modo da minimizzare il problema al momento della cessazione delle attività”.

Per concludere, vi chiediamo se il futuro di queste vallate sarà la distruzione indiscriminata di quanto vi è di più prezioso, oppure un’attenta conservazione di questi straordinari ambienti che, per citare l’ultimo “Piano Infraregionale delle Attività Estrattive” (PIAE), sono da considerare “patrimonio naturale unico dal punto di vista geologico/speleologico, naturalistico, paesaggistico ed archeologico.”

Per quanto ci riguarda ritenere la distruzione dell’ambiente una risposta alle necessità locali è il segno di un diffuso degrado culturale che considera il paesaggio prevalentemente un bene di consumo da sfruttare e ciò è causa prima di tanti disastri ambientali estesi globalmente.

Massimo Ercolani – Federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna