Congresso Pd. Davide Ranalli: siamo stati governisti, attaccati al potere. La sinistra deve avere l’ambizione di cambiare il mondo, partendo da clima e pace
La sconfitta elettorale del 25 settembre doveva aprire una profonda discussione nel PD e più in generale a sinistra.E preannunciava, a sentire molti, un congresso dem scoppiettante. In realtà il partito appare in stato confusionale e privo di iniziativa, tanto che molti osservatori lo danno – forse prematuramente – in disgregazione. E del congresso ancora non c’è vera traccia. È quello che pensa anche il Sindaco di Lugo Davide Ranalli, che è molto critico, a tratti sferzante, sul suo partito. In questa intervista dice la sua sulla strada che il Pd dovrebbe imboccare, non tanto per tornare al governo fra 5 anni, ma per tornare a far sognare gli italiani su un altro mondo possibile.

L’INTERVISTA
Ranalli, nella situazione attuale il PD sembra stretto fra una destra rampante, che ha vinto le elezioni, e due forze come il Movimento 5 Stelle e il cosiddetto Terzo Polo che appaiono decise a competere per destabilizzare proprio il PD, piuttosto che pensare di allearsi con il PD contro la destra. Dal punto di vista dem, non è una bella situazione.
“No, è una situazione difficile per il PD, forse la più difficile che il partito abbia attraversato da quando è nato, proprio perché il Partito Democratico esce sconfitto dalle elezioni e di fatto non ha da solo la golden share dell’opposizione, anzi. Il tentativo che il Terzo Polo e i Cinque Stelle stanno mettendo in campo è appunto quello di cercare di ridurre il peso del Partito Democratico attraverso un’operazione di sottrazione di alcune delle tematiche distintive del PD. Questa situazione purtroppo è figlia del male storico del Partito Democratico, un partito privo di identità, privo di profilo politico, degenerato in una forma di governismo che lo porta sempre di più a non essere in grado di esprimere una propria identità. Così si indebolisce ulteriormente e diventa facilmente aggredibile ad opera di altre forze.”
Non è molto tenero con il suo partito.
“Non lo sono. Io penso che l’impianto valoriale della destra si sia affermato in queste elezioni e che il vero sconfitto del 25 settembre sia il governismo del PD e cioè l’idea secondo la quale si può essere una forza buona per tutte le stagioni, purché si stia al governo. Abbiamo fatto passare questa nostra logica governista con l’idea del principio di responsabilità. Io credo che invece tutto questo sia stato visto dalla gente come puro attaccamento al potere, un’adesione allo status quo, mentre la sinistra dovrebbe conservare il suo spirito critico rispetto alle contraddizioni della società. La sinistra dovrebbe essere forza di cambiamento. Dirò di più, la destabilizzazione del Partito Democratico è resa più facile, oltre che dalla assenza di identità e di profilo politico, anche dall’assenza di una leadership che sia in grado di portare avanti il processo di rilancio del Partito Democratico. Siamo dentro una fase congressuale di cui tutti parlano, ma che nessuno ha ancora il coraggio di avviare.”
Cioè?
“Ho sentito in questi giorni importanti dibattiti su quanto deve durare il congresso, ma vorrei ricordare a tutti che un congresso per finire bisognerebbe anche che iniziasse. Questo congresso di fatto non è ancora iniziato e non si capisce se debba essere un congresso costitutivo, ricostitutivo, non si capisce esattamente che cosa dovrebbe essere, non si capisce nemmeno quali saranno le tesi politiche che si porteranno in questo congresso. Infine non si sa neanche quali saranno i candidati che si presenteranno a questo congresso. Grande è la confusione sotto il cielo, come avrebbe detto qualcuno, e a pagarne le conseguenze siamo tutti noi militanti, dirigenti e simpatizzanti che poi nei territori continuiamo a lavorare e a far sopravvivere il PD.”
Lei ha descritto molto bene la condizione attuale del PD, che appare in stato confusionale. A onor del vero non è la prima volta che succede a chi ha perso le elezioni. I primi mesi dopo una sconfitta bruciante sono sempre molto difficili e questa volta la situazione è particolarmente complicata. Tutti strattonano il PD. Molti osservatori addirittura paventano il rischio della disgregazione. Lei cosa pensa?
“Io penso che non ci possa essere un’opposizione al governo della destra senza il Partito Democratico. Tuttavia, bisogna che il PD si dia una mossa. Bisogna avviare subito un processo vero di discussione su che cosa è successo il 25 settembre, su cosa il Partito Democratico deve diventare e, soprattutto, su quale utilità il Partito Democratico potrà avere nello scenario politico che si è creato. Cioè quello di un governo della destra che governa, appunto, con il proprio profilo di destra, con le proprie idee di destra, con i propri uomini e le proprie donne di destra. Io continuo a dire che per quanto ci possano scandalizzare le biografie personali e politiche del Presidente della Camera e del Senato e per quanto ci può scandalizzare il decreto sui rave party, questa è una destra che non si vergogna di essere destra.”

Mentre gli elettori spesso si chiedono se il PD non si vergogni di dire o di fare cose di sinistra.
“Il Partito Democratico è un partito che nel corso di questi anni ha aumentato il suo livello di subalternità culturale. Per questo abbiamo pagato un caro prezzo ed è una delle cose per le quali il Partito Democratico, se non si darà una mossa, faticherà a reggere l’urto di questa situazione. Quindi, per restare alla domanda di prima, un rischio di disgregazione del Partito Democratico c’è nel momento in cui non si vuole mettere mano al tema dell’identità e al profilo politico del partito. Bisogna aggredire questo problema della subalternità culturale rispetto al pensiero dominante liberista e conservatore o populista. Dobbiamo darci un profilo più chiaro e riconoscibile, recuperando le grandi culture, le grandi tradizioni storiche, cioè quella del cattolicesimo democratico, quella che proviene dal movimento dei lavoratori. Mentre noi ci guardiamo l’ombelico con rassegnazione, in un paese che ha guardato a destra, negli Usa le elezioni di midterm sono andate meglio del previsto per il Partito Democratico e in Brasile ha vinto Lula, con un profilo politico autenticamente di sinistra. Intanto Papa Francesco continua a richiamare tutti a un’attenzione forte per i più deboli. È il pensiero del cattolicesimo che guarda ad un mondo fatto di pace, di lavoro e di uguaglianza. La sinistra non è scomparsa.”
Ma secondo lei il PD cosa deve o cosa dovrebbe essere? Il partito pigliatutto, interclassista e a vocazione maggioritaria che però volendo rappresentare tutti e non volendo scontentare nessuno non ha più una fisionomia chiara e precisa, come diceva prima? Oppure deve diventare – qualcuno dice finalmente – un partito di sinistra, laburista e socialdemocratico di tipo europeo?
“Io penso che il Partito Democratico deve innanzitutto tornare ad essere un partito e cioè una forza politica organizzata, cosa che appunto oggi non è, anche in ragione del fatto che alcune scelte che abbiamo fatto sono figlie di quella subalternità culturale. Faccio due esempi: l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e la riduzione dei parlamentari. Il combinato disposto di queste due cose che abbiamo fatto perché siamo stati subalterni al populismo messo in campo da altri, ha prodotto un indebolimento del sistema dei partiti. Abbiamo inseguito queste sirene per cavalcare l’onda ma non abbiamo guadagnato voti, anzi li abbiamo persi. Questo dimostra che non c’è stata grande lungimiranza nei gruppi dirigenti che hanno fatto quelle scelte. Un partito deve tornare a svolgere la sua funzione storica, quella di organizzare le persone, i gruppi sociali, una volta si diceva le masse, e per farlo serve però un’organizzazione che oggi non c’è.”
Prima ci vuole il partito. E poi?
“Per tornare alla domanda, io penso che il partito che ha tentato di fare l’asso pigliatutto, cioè quello che parlava a tutti indistintamente lo stesso linguaggio e che si è esercitato in una forma di equilibrismo, cosa che il Partito Democratico ha fatto negli ultimi anni, ci ha riservato due grandi sconfitte, quella del 2018 e quella del 25 settembre 2022. Penso sia arrivato il momento di cambiare passo. Certo occorre avere l’ambizione di rappresentare quante più persone possibile, per cercare di essere maggioranza nel paese per cambiare le cose. Ma per fare questo bisogna tornare a parlare prima di tutto a quelli che sono rimasti indietro, che sono tanti, anzi sono sicuramente la maggioranza. Chi vive una condizione disagiata, di difficoltà, di lavoro povero e precario, o di povertà vera e propria. Voglio un partito che torni a parlare anche al ceto intellettuale col quale non discutiamo più da tempo. Che entusiasmi i giovani. Una forza politica di sinistra in grado di mettere al centro della propria azione due temi oggi fondamentali: il clima e l’ambiente da una parte, la pace dall’altra. Parliamo della salvezza del pianeta e dell’umanità. Siccome la sinistra dovrebbe avere l’ambizione di guardare al mondo, oggi il mondo è a rischio per effetto di due macro questioni. La prima è il cambiamento climatico. La seconda è la guerra. Per me non esiste una sinistra che non parli di pace e che non parli di ambiente. Perché queste due tematiche abbracciano poi le questioni dell’uguaglianza, della giustizia sociale, del lavoro buono e del futuro delle giovani generazioni. Quindi o il Partito Democratico è in grado di darsi quel tipo di profilo, oppure resterà un partito subalterno e poco credibile.”

A proposito di pacifismo, pace e destini dell’umanità, che cosa pensa delle due piazze del 5 novembre e del fatto che esponenti del PD erano presenti in tutte e due le piazze?
“Penso che ancora una volta abbiamo dato l’idea di essere una forza politica ambigua. Io avrei partecipato alla manifestazione di Roma, se non fossi stato impedito da ragioni di carattere istituzionale per la presentazione della candidatura di Lugo a capitale del libro. Penso che quella manifestazione a Roma – con un documento scritto e sottoscritto da quasi tutte le associazioni cattoliche che oramai restano le uniche ad avere una visione complessiva – avesse un contenuto di pace giusto e condivisibile. Riconosceva ovviamente le responsabilità e le colpe della Federazione Russa quale aggressore dell’Ucraina. Ma richiamava l’esigenza di una costruzione della pace, attraverso il cessate il fuoco e i processi diplomatici. A mio avviso non si può pensare di costruire la pace solo con la vittoria militare sul campo, come si sosteneva nella piazza di Milano.”
A breve ci sarà un passaggio importante, probabilmente anche parlamentare o comunque a livello di governo. L’Italia dovrà decidere se continuare a inviare armi all’Ucraina oppure no. Che cosa pensa Davide Ranalli in proposito?
“Dico che oggi la situazione è molto cambiata. Quindi bisogna tenere in considerazione il contesto. Nella fase acuta della guerra, c’era la necessità da parte dell’esercito ucraino di resistere all’aggressione della Russia: l’invio delle armi si è reso necessario. Oggi siamo di fronte ad uno scenario diverso, dopo il ritiro delle truppe russe da Kherson e la discussione al G20 di Bali. Occorre un surplus di riflessione su quale sia il modo migliore per raggiungere la pace. E credo che ora la diplomazia debba avere molta più voce in capitolo, anche quella che può mettere in campo l’Italia.”
Anche lei ha parlato di contenuti, identità, valori e progetto per un nuovo Pd. Poi però c’è il rischio che il congresso finisca con la solita disputa solo sui nomi, Bonaccini, la Schlein o qualcun altro. Non teme questo?
“Non è così al momento, direi proprio di no. Perché oltre a non discutere dei temi, non discutiamo nemmeno dei nomi. Questa sarebbe di per sé una fortuna, ma nasconde un vuoto. Non mi pare che si avanzino vere candidature. C’è troppo tatticismo. L’unica candidata ufficiale in campo per ora è Paola de Micheli, mentre gli altri sono solo candidati sulla carta. Ho ascoltato con attenzione il discorso di Elly Schlein e non mi pare che la conclusione del suo ragionamento portasse alla volontà di candidarsi alla guida del PD.”
In definitiva se toccasse a Davide Ranalli che impostazione darebbe a questo congresso del PD?
“Intanto proverei a portare a discutere con noi tutti i movimenti – a cominciare da quelli pacifisti della piazza di Roma del 5 novembre – e altre associazioni ambientaliste o più legate al mondo del lavoro, quelle dei diritti civili, dei diritti sociali, anche aprendo una costituente. Una discussione non solo quindi con le forze politiche che sono a noi vicine, ma anche con le persone che nel corso di questi anni se ne sono andate dal PD. Vorrei aprire una riflessione seria sul futuro del nostro paese, che non abbia come fine ultimo il tornare al governo. Il fine ultimo è costruire un partito che sia attrattivo e capace di affrontare le grandi contraddizioni che la società ci mette di fronte. Un partito capace di interpretare e rappresentare il paese. Vorrei un partito più aperto e inclusivo per essere una forza che stimola e alimenta il dibattito. Vorrei affrontare non solo questioni legate ad un programma di governo – necessario e importante – ma avere l’ambizione di una visione del mondo. Quando la sinistra è solo governismo, potere per il potere, quando smette di avere una visione del mondo, non diventa più attrattiva per nessuno, né per i vecchi nostalgici né per i giovani che hanno una gran voglia di essere protagonisti.”
Quindi lei dice facciamo una costituente aperta a tutti per rifare il PD?
“Il problema non è fare la costituente aperta solo per rifare il PD, per fare l’opposizione alla destra e per provare a tornare al governo fra 5 anni. Ripeto, proviamo ad avere più ambizione, facciamo in modo che questo congresso diventi il luogo in cui portiamo dentro le ragioni di chi vuole cambiare il mondo, rendere più giusta la società. Se il tema è che dobbiamo rifare il PD per battere la destra e tornare al governo, quella roba lì si può fare anche con la tattica parlamentare. Finisce che magari puoi battere la destra, ma non costruisci un sogno che sia diverso dalla destra e in cui la maggioranza del paese possa riconoscersi. La piazza di Roma ci racconta di un mondo fatto di persone con valori e ideali che devono trovare espressione politica. La politica non può essere riproposizione sempre della stessa classe dirigente che sta al governo, una volta con la Lega, una volta coi Cinque Stelle, una volta con Tizio Caio e Sempronio. L’abbiamo motivato dicendo che siamo una forza responsabile, ma la gente ci ha detto no, voi siete una forza di potere. Sono due cose diverse.”
È venuto il tempo di una nuova classe dirigente, decisamente più giovane nel PD?
“Io non sono per il giovanilismo. Anzi lo contrasto da sempre, perché molto spesso è stato foriero di grandi delusioni. Io sono per dire che un gruppo dirigente e un partito si devono allargare perché più si allargano e maggiori sono le opportunità di far emergere persone capaci. Mi piacerebbe avere un gruppo dirigente che smette di occuparsi di chi deve fare il capo di gabinetto o di chi deve fare il ministro. Sarebbe più importante invece discutere di che cosa deve fare un ministro per l’Italia, una volta che è ministro, e cioè di quali sono gli orizzonti che un gruppo dirigente si dà come obiettivo. Questo mi piacerebbe, perché altrimenti siamo di nuovo allo schema della rottamazione che – lo abbiamo visto – ha portato dentro un gruppo dirigente che è più vecchio e attaccato al potere di quello che avevamo prima della rottamazione. Quindi cerchiamo di essere molto seri e di non lasciarci prendere dai soliti discorsi retorici del tipo: ripartiamo dai territori, ripartiamo dai giovani, ripartiamo dalle donne. Io dico ripartiamo dai sogni, dei bisogni delle persone e anche dall’interpretazione delle loro paure, delle loro angosce ma anche delle loro speranze.”


