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L’OMBELICO D’ORO / Cultura e potere. Alcune note a margine del libro di Ivan Simonini su Mussolini e Dante (prima parte)

Bentornati all’Ombelico d’Oro, rubrica culturale cratofobica per tempi arrivisti.

Quando esce un libro di Ivan Simonini solitamente alzo le antenne. Nel panorama cittadino Simonini rappresenta una delle voci più libere e provocatorie che mi sia capitato di leggere, almeno dal capolavoro La basilica degli specchi, uscito nell’ormai lontano 1993 per Essegi. Figuriamoci poi se il nuovo libro in questione, pubblicato negli ultimi scampoli del 2022 per i tipi delle Edizioni del Girasole, s’intitola Mussolini lettore di Dante. Il dantismo “eretico” di Simonini coniugato al personaggio più controverso del nostro Novecento? Da fregarsi le mani.

Con la consueta leggerezza enciclopedica che contraddistingue la sua prosa, tutta un rincorrersi di fatti, aneddoti, riflessioni fulminanti, giudizi lapidari, Simonini intreccia i fili di varie matasse, talmente complesse che farebbero tremar le vene ai polsi a qualunque storico: non solo è qui ricostruita la vicenda umana di Mussolini, con particolare attenzione alla sua formazione culturale, ma è anche raccontato dettagliatamente l’uso retorico-propagandistico di Dante e della sua Commedia da parte del regime fascista – aspetto che mi pare di cruciale importanza per capire che funzione può avere la cultura, anche oggi, nella legittimazione del potere.

Ivan Simonini

Mussolini Dante

Mussolini dantista?

Simonini parte, come di consueto, con una provocazione. Alla domanda: chi è stato il premier più colto d’Italia, dal 1860 a oggi?, risponde con sicurezza Benito Mussolini. Non c’è stato, argomenta, un altro premier che abbia scritto più di lui (l’opera omnia di Mussolini conta 44 volumi, “solo Lenin, tra i leader politici contemporanei, ha scritto altrettanto”), che si sia cimentato in tutti i generi di comunicazione (“poeta, narratore, saggista, traduttore, biografo, novelliere, oratore, drammaturgo, giornalista, paroliere”) e, soprattutto, che abbia conosciuto così bene l’opera di Dante, studiata da Mussolini quotidianamente con “intima ammirazione”.

Viene totalmente rovesciata l’immagine di un Duce ignorante, goffo autodidatta provinciale, insensibile alle lettere o bisognoso di ammaestramento, proposta ad esempio da Gadda in Eros e Priapo (“Venuto dalla più sciapita cafonaggine, maccherone furioso, parolaio-istrione communitosi del più misero bagaglio di frasi fatte da burattinare le genti”); o, più recentemente, da Antonio Scurati nella trilogia M. Il figlio del secolo, – libro per cui Simonini riserva un giudizio più che tagliente (“infinito fumettone satirico (…) sembra vergato dal moschetto di un ex camicia nera in vena di togliersi tutti i sassi dagli scarponi”).

Ora, che Mussolini leggesse Dante tutte le mattine, scrivesse poesie e romanzi di successo, suonasse il violino, apprezzasse le avanguardie e attirasse le lodi di Carducci (pare che abbia detto, dopo aver conosciuto il giovane liceale Benito a Forlimpopoli, “è un giovane dotato, che potrà fare di molto bene o di molto male all’Italia”): tutto questo può stupire solo chi crede che la cultura abbia qualcosa a che fare con la morale.

Indicativo di questo scollamento è uno degli episodi più interessanti riportati da Simonini, che cita a sua volta Mussolini da vicino di Paolo Orano, del 1928. Orano, giornalista fedele al regime, è convocato da Mussolini di mattina presto e d’urgenza: il Duce gli vuole parlare. Il giornalista accorre e, sorpresa!, Mussolini lo interroga sulla Commedia.

“Ne leggo un canto ogni giorno al mattino. Dante parla mai bene degli italiani nella Divina Commedia?”. No, evidentemente: parla sempre bene dell’Italia e sempre male degli italiani. “Ma Dante ha ragione”, conclude Mussolini dopo un’ora di discussione letteraria: “Che libro! Bisogna che lo facciamo degno di lui questo paese!”.

Sarebbe un quadretto perfetto per uno sceneggiato televisivo, quasi innocente: ci raggela pensare che questo incontro si sia svolto il 2 gennaio 1925, un giorno prima che Mussolini si assumesse la totale responsabilità del delitto Matteotti in Parlamento (“Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico, morale l’ho creato io”), gettando la maschera e, simbolicamente, inaugurando la dittatura vera e propria. Ecco un buon aneddoto per chi pensa ancora che la cultura possa raddrizzare la morale di una persona.

Fascisti attorno a Benito Mussolini

Dante, strumento di consenso

Non dubito, come sostiene Simonini, che il culto di Dante per Mussolini fosse sincero; né che il regime qualcosa di buono per lo studio e la preservazione dell’opera dantesca l’abbia fatto. Più interessante, a mio avviso, è la disamina dell’uso propagandistico di Dante da parte degli intellettuali organici al partito. Emerge così il quadro di un’Italia intellettuale intrinsecamente cortigianesca, supina, opportunista e in mala fede. Gli esempi, anche dolorosi, si sprecano.

C’è la Sarfatti, amante di Mussolini, che nella sua biografia DUX, del 1926, scioglie l’enigma del XXXIII canto del Purgatorio indicando in Mussolini il salvatore dell’Impero profetizzato da Dante. C’è il dantista Domenico Venturini che nel 1928 ravvisa nel fascismo il progetto politico di Dante finalmente realizzato.

Dante riteneva dannosa alla continuità del potere non solo la lotta dei partiti, ma l’esistenza ancora di essi. Ed il fascismo non ha operato la soppressione dei partiti?”, sostiene Venturini, come se si potessero comparare le faide comunali dell’Italia medievale, di matrice sostanzialmente familistica, coi partiti di massa del XX secolo. Si scopre che Mussolini, al pari Dante, sogna la “pace universale”, da affidare a un arbitrato superiore, come la Società delle Nazioni – quella stessa società che condannerà il colonialismo italiano in Africa Orientale.

Per giustificare la dittatura si operano insopportabili contorsioni teoriche: Mussolini, coi Patti lateranensi, non ha forse realizzato il sogno dantesco dei due soli?, si chiede il ministro dell’educazione Balbino Giuliano. E ancora, riportando il resoconto dell’inaugurazione della Zona del Silenzio, a Ravenna, nel 1936, Dante diventa inopinatamente “Vaticinatore dell’Impero” – non importa che l’Impero sognato da Dante sia un organismo sovranazionale, e non una dittatura imperialista.

Ecco che Dante, filtrato da una lettura irredentista e dannunziana, diventa un formidabile collante patriottico per legittimare le peggiori pulsioni belliciste. Non è forse D’Annunzio a riportare in auge il dantesco “duce” (e doveva conoscerlo bene, il Vate, il canto IX dell’Inferno: “sì com’a a Pola, presso del Carnaro | Ch’Italia chiude e i suoi termini bagna”)? Ed ecco che, nel giro di una decade, l’ex socialista Mussolini, mangiapreti e contrario alla guerra di Libia, diventa l’erede dell’Aquila imperiale, l’uomo della Provvidenza, il realizzatore della profezia dantesca. Insomma, per il regime Dante è un “precedente” talmente importante da essere citato addirittura nell’inno ufficiale del Partito: “la vision dell’Alighieri | oggi brilla in tutti i cuori”.

Ma d’altronde, come chiosa lo stesso Simonini, “appropriarsi del Sommo Poeta è una costante della politica. Il sequestro è indebito ma pressoché inevitabile, essendo ormai l’Alighieri un’icona universale”. Da Mussolini a Renzi. Lezione mai abbastanza studiata, questa: diffidare dell’uso politico del Poeta, di volta in volta stirato per farlo precursore delle tesi più assurde e consolatorie, sia da destra che da sinistra, sia dai laici che dai credenti.

Cuori pavidi e sinceri sostenitori

Si sprecano poi gli esempi di cortigianeria intellettuale, anche da parte di grandissimi, riportati da Simonini. È il tracollo morale di una nazione quello che vediamo in controluce, espresso dagli ingegni più fini del secolo.

Giuseppe Ungaretti

C’è Ungaretti, che chiede (e ottiene) una prefazione di Mussolini per la sua raccolta Il porto sepolto. “Ricorro a vostra Eccellenza come a un signore della Rinascenza”, implora il poeta il 5 novembre 1922, a un mese dalla marcia su Roma e dagli episodi più feroci di squadrismo; lo stesso poeta che scriveva, a esergo di quella silloge: “Nella mia poesia non c’è traccia di odio per il nemico, né per nessuno”.

Oppure Pirandello, che in un’intervista del 1923 sostiene di “essere come pochi in grado di comprendere la bellezza di questa continua creazione di realtà che Mussolini compie”. Nel settembre del 1924 (e siamo dopo il delitto Matteotti) Pirandello ribadirà la sua fede fascista, e si iscrive al partito come il “più umile e obbediente gregario”. L’anno seguente sarà ricompensato con 700 mila lire per il suo Teatro d’Arte di Roma.

Acutissime anche le pagine che Simonini dedica a Ezra Pound, fra le più belle e ispirate del libro. Il poeta americano, uno dei veri grandi del Novecento, fu un fervente sostenitore del fascismo per ragioni che oggi potrebbero sembrarci bizzarre. Per Pound Mussolini, “la mente più sveglia che io conosca”, avrebbe inaugurato una vera rivoluzione contro… gli usurai e il capitalismo.

Durante gli anni più duri dell’autarchia, ricevuto a Palazzo Venezia, Pound si offre di avviare in Italia una coltivazione di noccioline americane per produrre burro d’arachidi – idea che pare non abbia avuto una gran fortuna. Nei Cantos, fino alla fine della sua parabola biografica, Mussolini comparirà ritratto con affetto: di volta in volta è “Muss”, “Ben”, “Boss” (traduzione americana di “duce”), un “poveraccio” appeso per i piedi in Piazzale Loreto assieme “alla Clara”.

Ezra Pound

La foga anti-capitalista di Pound è tale da non fargli vedere le collusioni fasciste con gli strati più alti delle élite finanziare, agricole e industriali del paese. Il fascismo è per lui “rinascimento politico”; ha reso l’Italia un paese più civile, anche rispetto all’America, perché “Mussolini ha detto alla gente che la poesia è necessaria allo Stato”. Frase che è più di un sintomo; laddove la poesia è necessaria allo Stato, essa si fa retorica e finisce per invertire la proposizione: lo Stato è necessario alla poesia. “Ho perso il mio centro | a combattere il mondo”, confesserà più tardi Pound nell’ultimo, bellissimo frammento del suo capolavoro.

E infine, ahimé, troviamo un giovanissimo Giorgio Caproni che, sulla rivista Augustea, nell’ottobre del 1938, a leggi razziali già annunciate, esalta l’oratoria mussoliniana: “Io penso con meraviglia al fatto che tanta potenza scaturisca da vocaboli puri, i vocaboli che tutti comprendono, (…) ma che solo le grandi coscienze possono adoperare”. Caproni ha solo 26 anni, e avrà tempo di redimersi, da lì a poco, partecipando alla Resistenza.

Riporto questi esempi, ma non lo faccio per bieco moralismo: nessuno, nemmeno Dante, può dirsi del tutto puro e incontaminato (si leggano a proposito gli studi di Santagata e Barbero, o le acute riflessioni di Garboli sull’odio nella Commedia). Il compromesso fa parte della condizione umana. Credo tuttavia che sia un esercizio salutare, quasi ecologico, quello di umanizzare e smitizzare i protagonisti della nostra cultura, non foss’altro che per avvicinare questi mostri sacri con uno sguardo più propenso alla critica e meno al panegirico.