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A, B, C DELLA DEMOCRAZIA. C COME COSTITUZIONE / Le nostre idee disarmate trovano piena accoglienza nella Costituzione italiana
L'immagine che promuove la manifestazione per il Cessate il fuoco del 9 marzo a Roma

Che orrore, la contabilità riguardante la morte. È quello che da due anni sentiamo ogni giorno, per i soldati e i civili ucraini e per i soldati russi. E, dal 7 ottobre del 2023, per chi muore, nelle vicinanze di Gaza e a Gaza. Impossibile vivere mettendo tutto questo fra parentesi.

Vediamo una diffusa e sofferta attenzione, negli ultimi mesi, soprattutto per Gaza. Incontri di informazione e discussione, come il recente incontro con la relatrice speciale ONU Francesca Albanese promosso dalle studentesse e dagli studenti della Normale di Pisa, a manifestazioni, fiaccolate, concerti per Gaza, come quelli di Napoli, domenica 25 febbraio.

Anche a Ravenna abbiamo alle spalle diversi appuntamenti dedicati al NO alla guerra, al CESSATE IL FUOCO SUBITO. L’ultima occasione, il pomeriggio del 24 febbraio, FARI di PACE, promosso dalle tante associazioni della provincia di Ravenna che fanno parte della rete La Via Maestra. Insieme per la Costituzione. Insieme per la pace. Le voci che si sono alternate nel corso del pomeriggio hanno portato argomenti di tale intensità e ricchezza – drammatica ricchezza – che meritano una riflessione e un richiamo perché diventino memoria, possibilmente condivisa.

Ma, prima di ridare voce ai nostri FARI di PACE, sento come dovere necessario – in realtà è un mio bisogno – riportare un fatto che mi ha rispedito indietro nel tempo, in modo del tutto imprevedibile, inatteso, un fatto compiuto là dove neppure una viva immaginazione poteva prevederlo.

Compiuto da Aaron Bushnell. Chi era Aaron? Ne sappiamo molto poco, almeno per ora. Qualcuno lo ha già collocato fra i disturbati di mente. Quasi nessun media ne ha parlato. Una non notizia? O una notizia da trascurare e fare dimenticare subito a chi l’ha intercettata?

Aaron Bushnell

E’ una notizia che mi ha comunque riportato alla mia gioventù, quando, con commozione, seppi dei monaci buddisti che si trasformarono in torce, protesta estrema contro la guerra degli USA in Vietnam. Quando, con commozione ancora più forte e dolore, perché era un giovane studente, come ero io a quel tempo, Jan Palach si trasformò in torcia per condannare l’invasione sovietica che aveva spento la primavera di Praga. Di Jan parlò il mondo intero, e di lui ha parlato di nuovo il mondo intero nel 2019, nel cinquantesimo della sua morte. Una figura luminosa, indimenticabile, che fa parte della mia vita e della mia memoria.

Accadrà lo stesso per Aaron? Vedremo, in futuro. Ma ne dubito, almeno in tempi brevi. Così come di uomini diventati torce per protesta, un urlo di dolore, come Mohamed Bonazir in Tunisia, che diede il là alle primavere arabe del 2012, come il disoccupato Angelo Di Carlo, che divenne torcia di fronte a Montecitorio, nel 2012, poco dopo Mohamed. Sperava forse di dare vita a una primavera italiana? Annamaria Rivera ne ha parlato in un bellissimo libro, Il fuoco della rivolta. Torce umane dal Maghreb all’Europa. Ma queste torce sono diventate memoria persistente? Non lo sono diventate, perché erano di corpi che non valgono, si direbbe negli USA.

Aaron, militare bianco americano, ingegnere informatico, si è fatto torcia per protestare contro la responsabilità degli USA nel sostenere Israele e nell’avere posto il veto, all’ONU, perché non si chiedesse il cessate il fuoco in Palestina. Aaron proprio questo ha detto, un istante prima del fuoco.

Non voglio essere complice del genocidio e la mia sofferenza sarà poca cosa rispetto a quello che stanno patendo i palestinesi. Le sue ultime parole Free Palestine. Non è facile comprendere questo suo gesto estremo, come altri nel passato. Aaron folle? Jan folle? Di Jan non lo disse nessuno. Di
Aaron già lo si sta dicendo, e non fa notizia. Oggi, raccolgo qualche informazione in più su di lui. Era molto impegnato nel volontariato a sostegno dei poveri, dei senza tetto. Molto religioso e di pensiero anarchico. Sentiremo di nuovo il suo nome? Ne dubito. Morire per niente? La geo politica ci offre anche questo genere di spettacoli, fra presenze e assenze.

Eppure, quando ho sentito la storia di Aaron ho subito pensato. Morire per Gaza? Non morire a Gaza, cosa tragicamente quotidiana. Non a ma per. Allora ho pensato a un altro interrogativo che riguarda il passato. Morire per Danzica? Un interrogativo che attraversò l’Europa a partire dall’1 settembre del 1939. Rispondere alla guerra con la guerra? Inizialmente Simone Weil disse no, non rispondiamo alla guerra con la guerra. Ben presto fu aiutata dal suo pensiero, un pensiero forte. Alla parola guerra sostituì la parola resistenza e divenne resistente con France Libre, pronta a morire per la pace. E così fu. Vittima indiretta della guerra. Smise di mangiare, pensando a chi, in Europa, moriva, anche di fame. Un esempio di empatia assoluta. E rara.

La stessa empatia assoluta di Aaron che, con una azione fortemente simbolica, pensando di non potere fare altro, si è recato a Washington, di fronte alla ambasciata di Israele, e ha fatto olocausto di sé, per essere certo di essere ascoltato e di morire, come quotidianamente accade in Palestina. Come altri disperati, consapevoli della loro insignificanza, hanno fatto e fanno. Vorrei conoscere la storia di Aaron, la sua origine, la sua famiglia, i suoi studi. Chissà se la geopolitica ci consentirà di saperne di più.

Di altra drammatica complessità abbiamo saputo, all’incontro FARI di PACE. Il nesso fra guerra, economia e profitti è stato spiegato con informazioni e analisi raramente raggiungibili in modo sintetico e correlato. Lo stesso vale per la tragedia in atto nella striscia di Gaza. Scelgo alcuni nodi affrontati, che rendono inquietante il tempo che stiamo vivendo. A partire dal luogo scelto per ragionare di pace. Il porto. La proposta ci è giunta da una associazione di cui non sapevo – colpevolmente – l’esistenza. Weapon Watch, un osservatorio che osserva e documenta, appunto, quanti materiali bellici passano attraverso i porti. Prima di Ravenna, altre iniziative si sono svolte in città che hanno il porto, Savona, Spezia, Genova, Napoli, Bari. Lavoratori del porto, anche a Ravenna, tempo fa, dopo Genova, non hanno voluto scaricare armi. Di questo ci ha informato Carlo Tombola, della associazione Weapon Watch.

fari di pace

I portuali hanno agito in regola con la legge n.185 del 1990, che vieta il passaggio di armi verso paesi in guerra. Le autorità portuali hanno il compito di fare rispettare la legge. Eravamo ospiti in una sala della autorità Portuale di Ravenna. Daniele Rossi, il presidente, in una lettera di saluto a noi indirizzata, ci dice che non gli risultano passaggi di armi nel nostro porto. Eppure, a portuali di Ravenna la cosa risultò, e si opposero.

Tombola tocca un punto cruciale. Solo avvocati e giuristi si oppongono e si muovono? E la politica? Dopo la legge del 1990, e nonostante la legge, aziende italiane, specializzate in mine antiuomo – quelle i cui effetti Gino Strada conosceva bene – hanno venduto a piene mani a Iran e Irak. Fu uno scandalo. Grandi affari si fanno vendendo armi, soprattutto a paesi non democratici, come Arabia Saudita, Qatar. Leonardo, azienda pubblica, produce anche armi e fa ottimi affari.

Anche aziende ravennati producono per armamenti, come Curti, MED Spa e Astim, il cui presidente, in un recente convegno, ha sottolineato con soddisfazione come le guerre in corso facciano lievitare i fatturati. Aggiunge, Carlo Tombola. Eterno è il conflitto fra morale e politica. O fra morale ed economia, mi chiedo. Se la politica si inchina all’economia – in realtà ai profitti, ciechi di fronte a quanto la nostra Costituzione chiede nell’art.42, cioè l’utilità sociale dell’impresa privata – è ancora politica? O è politica sotto mentite spoglie? Per concludere, Tombola si rivolge direttamente al presidente Daniele Rossi. Gli chiede di informarci con totale trasparenza su quello che passa attraverso il porto.

fari di pace

Altre voci abbiamo ascoltato, il pomeriggio del 24 febbraio, al porto. Voci plurali hanno raccontato molto, e da diversi punti di vista. Punti di vista diversi ma convergenti su un punto. La pace. Come quella di Raffaele Spiga, BDS ITALIA, acronimo di Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni contro l’occupazione e l’apartheid israeliane. Come quella di Annarita Cenacchi, di Pax Christi, associazione fondata dopo la seconda guerra mondiale. Per fare pregare insieme gli ex nemici, altra informazione che non avevo. Diventò poi una associazione più attiva che contemplativa.

Come, in anni successivi, avviare la campagna Banche Armate, le banche dove avvengono transazioni per vendita di armi. E’ una delle campagne considerate più fastidiose. Un’altra voce ci ha condotto direttamente al cuore dell’inferno che il popolo palestinese sta vivendo. Il giornalista italo palestinese Milad Basir ci ha ricordato, con commozione e commuovendoci, da laico quale è – come molti palestinesi sono, per storia e cultura – che papa Francesco ha rifiutato da Leonardo, azienda compartecipata per il 30% dal ministero italiano dell’economia, un milione e mezzo di euro per l’ospedale pediatrico Bambino Gesù. No, ha detto Papa Francesco. Non possiamo accettare in dono euro insanguinati. Mentre, aggiungiamo, quasi la metà dei trentamila morti in Palestina in questi mesi sono bambini. Bambini morti sotto le bombe e da qualche settimana anche morti perché privi di cibo.

Milad Basir ci invita al rifiuto di ogni generalizzazione. I palestinesi non sono tutti musulmani. L’occupazione israeliana, nel corso di decenni, ha dato ossigeno ad Hamas e al fondamentalismo, ma la nostra, in Palestina, è una storia laica e pacifista. Sento, nelle sue parole,  uno spirto civile e politico che mi riporta di nuovo indietro nel tempo, al Festival internazionale della Gioventù del 1968. Incontrammo giovani palestinesi del movimento di Arafat. Avevamo gli stessi ideali, giustizia, libertà, pace. E lì ancora siamo.

fari di pace

Riconoscere la Palestina. Il Vaticano lo ha fatto, da tempo. Milad ricorda un nostro presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Disse. La diaspora a cui il popolo ebraico fu condannato per secoli, oggi colpisce il popolo palestinese. E chi parla di apartheid dei palestinesi, oggi? Il Sud Africa, assai esperto di apartheid. E la parola genocidio? E’ un termine che continua a seminare ombre e dissensi. E’ comprensibile perché indica qualcosa di tremendo. Ho già avuto modo di precisare che il genocidio dei palestinesi non è un termine da prendere alla lettera, come fu per l’olocausto ebraico e per lo sterminio degli hutu, eliminati per peccato di nascita. I palestinesi sono portatori di un altro peccato. Di volere restare nella loro terra, per altro ridotta al minimo. Il genocidio può diventare, di fatto, la cancellazione del popolo palestinese per questa loro colpa. E tale sarà, se la strage continua.

La discussa questione se le armi siano o no passate dal porto di Ravenna ha un seguito. Carlo Tombola di Weapon Watch nel sito www.weaponwatch.net risponde alla lettera del presidente Daniele Rossi e, nel farlo, ricorda che una legge dello Stato e un Trattato internazionale impongono di non consentire il transito di armi verso paesi in guerra e verso paesi che violano i diritti umani.

Ma né nel porto di Ravenna né negli altri porti in Italia si è impedito il transito. Come è possibile – aggiungo -, che armi non siano transitate, visto che i fatturati lievitano? Che siano armi dotate di ali? Mentre era in corso questa interlocuzione con interrogativi aperti, giunge la notizia che, nelle
stesse ore, il Senato ha approvato una modifica alla legge 185/90, che va in senso opposto ai nostri auspici di pace. Sono modifiche che cancellano obblighi di trasparenza e rendicontazione in Parlamento su export di armi. Passerà anche alla Camera? Negli stessi giorni l’ONU ha chiesto l’embargo immediato della vendita di armi ad Israele, con riferimento alla sentenza della corte Internazionale di Giustizia, che segnala il rischio di genocidio a Gaza.

Nel mondo stanno emergendo due fronti che si oppongono, in modo trasversale, nei paesi, nei continenti. Un fronte che si oppone ad ogni guerra. Vi prego, fermatevi, dice papa Francesco rivolgendosi ovunque ci siano guerre. E un fronte che affida alla guerra il compito di risolvere i conflitti e che, per questo, vuole produrre e commerciare armi. E’ una guerra fra idee inermi e idee armate. Il futuro è imponderabile.

La coalizione Assisi Pace Giusta – tante le associazioni che la compongono, come CGIL, ACLI, ANPI, ARCI – promuove una manifestazione nazionale a Roma per il prossimo sabato 9 marzo, che connette le nostre libertà sotto attacco, come la libertà di manifestare, la libertà di informazione, e tanto altro, con il cessate il fuoco a Gaza.

Potrà nascere nel paese un grande movimento popolare che dice NO? Può, chi agisce senza armi, incidere sull’andamento della storia? Anche se in modo non frequente, esempi nella storia ci sono. Inoltre, le nostre disarmate idee trovano piena accoglienza nella nostra Costituzione. Per ora, almeno. Esempi che hanno avuto bisogno, però, di tempi lunghi, che superano la durata delle nostre brevi vite.