alfabeto della libertà
A, B, C DELLA DEMOCRAZIA. C COME COSTITUZIONE / Alla ricerca di un potere di altro genere e di donne senza palle, facendo l’amore e l’arte, non la guerra
Avvio una riflessione su parole ascoltate e dette nelle ultime settimane. Parole che testimoniano l’esistenza di una dimensione del pensiero, e di pratiche, in direzione opposta alle guerre, tante, che stanno scuotendo in modo tragico l’asse geopolitico e l’ambiente, ormai avvelenato, di questo nostro unico pianeta, che da almeno duecento anni usiamo in modo sconsiderato.
Dieci giorni fa abbiamo dialogato, a Ravenna, in un incontro promosso da Femminile Maschile Plurale e dalla Casa delle Donne, con una filosofa della politica che seguiamo da tempo, Giorgia Serughetti. Una filosofa che non fa sentire la sua voce e il suo pensiero solo nell’aula universitaria dove opera, all’Università di Milano Bicocca. Scrive regolarmente anche sul quotidiano Domani, non di rado compare in trasmissioni televisive. Lei segue una lezione che vidi per la prima volta teorizzata e praticata da bell hooks – le minuscole del nome furono una sua scelta -, filosofa femminista afroamericana. Disse – anni Novanta – che nei media dobbiamo stare, e nelle trasmissioni televisive popolari, non solo quindi nelle nostre comode cattedre universitarie. Il femminismo è per tutt*, disse e scrisse. La critica radicale al patriarcato può migliorare di molto anche la vita degli umani di sesso maschile, e oltre.
Giorgia Serughetti ha già scritto libri importanti, come i recenti Il Vento conservatore. La destra populista all’attacco della democrazia (2021) e La società esiste (2023). Segue quindi lo svolgersi contemporaneo della politica con l’intenzione di interpretare e chiarire ciò che spesso è avvolto in una coltre di propaganda e di semplificazione. È ciò che troviamo al cuore del suo ultimo libro, POTERE DI ALTRO GENERE. Donne, femminismi e politica (2024). Una donna, in Italia, ho rotto il tetto di cristallo e si è insediata in una poltrona da sempre maschile. Un vantaggio per tutte le donne? Questo il nucleo problematico del libro di Serughetti e del dialogo che, con Barbara Domenichini, abbiamo avuto, in pubblico, con lei.
Una settimana dopo, a Forlì, si è svolto un vero e proprio FESTIVAL DI STORIA DEL NOVECENTO, promosso ogni anno dalla Fondazione Alfred Lewin, e dedicato quest’anno ai Femminismi del Novecento. Ogni azione associativa che crei spazi di discussione, dialogo, approfondimento, è una vera manna, che non piove dal cielo, ma è fortemente voluta da umani che non si rassegnano. Perchéstudio, informazione, discussione e dialogo sono l’esatto contrario della guerra. Questi spazi portano con sé un “valore di senso” che parla da solo. Fate l’amore, non fate la guerra, disse la controcultura degli anni Sessanta, Beatles compresi, una generazione ormai lontana nel tempo. Recentemente, a Parigi, ho trovato una locandina, bellissima, che ho portato con me in Italia. Fate arte, non fate guerra. Mettete fiori nei vostri cannoni. Utopie, ancora tali. E c’è un nesso tragico, fra il non trovare alcun senso nel proprio vivere e cercare di trovarlo dedicando armi, e morte, a guerre, un tragico non senso da sempre molto mobilitante. Uno scandalo che dura da millenni.


Non credo che possa essere l’amore, in ogni sua forma, a distoglierci dalla guerra e dalla violenza. Ma il creare spazi di confronto e, quando possibile, dialogo, è l’unico antidoto al non senso di chi pensa che solo la guerra abbia un senso. I femminismi sono tanti e fra loro diversi, non solo i femminismi del passato. Ma nonostante che nel tempo presente ci siano forze che cercano di negarli o manipolarli, resistono e, come accade quando l’ambiente muta, si fanno, almeno in parte, loro stessi mutanti.
Il libro di Serughetti e il Festival di Forlì mi hanno suggerito alcune riflessioni. Il contrario dell’effetto che hanno su di me le guerre, che annichiliscono il mio pensiero. Che fare, per mettere fine alle guerre? Disfare patriarcato? Cosa direbbe Hannah Arendt, alla quale spesso mi rivolgo per trovare bandoli di matasse oscure? Arendt non era femminista, intravide appena gli albori della seconda ondata. Per lei essere donna era un dato di fatto. E, per quanto riguarda la differenza, resta una sua frase. Disse. Non riesco a pensare a una donna che dà ordini. Non ebbe modo di vedere all’opera Golda Meir e Margaret Thatcher.
Il libro di Giorgia Serughetti è prezioso. È un percorso storico dove ho trovato aria di famiglia. Molte donne, Adriana Cavarero, Lea Melandri, Maria Luisa Boccia, Rosi Braidotti, Nadia Urbinati. E un uomo, Norberto Bobbio (nella foto sotto). L’ho ritrovato con grande soddisfazione, perché è a lui che debbo, nella mia gioventù, l’avvio di un metodo laico di guardare e interpretare il mondo, che non ho lasciato neppure quando ho incontrato, tardivamente, il femminismo. Anche questa è stata una grande scoperta, laicamente, faticosamente attraversata. Bobbio e femminismo hanno cambiato il mio modo di essere di sinistra. Le parole che lo storico Eric Hobsbawm ha dedicato al femminismo dicono molto della portata storica del femminismo. È stata l’unica rivoluzione del Novecento che ha avuto successo, senza armi e senza sangue. Una rivoluzione che su di me, appassionata di rivoluzioni, che troppo spesso però hanno peccato di violenza e di terrori, ha fatto un salutare effetto.

Ma – non è la prima volta nella storia – a una rivoluzione segue una controrivoluzione. Il mio interrogativo, sollecitato dalla analisi di Serughetti, allora è: il presidente del Consiglio Giorgia Meloni fa parte della rivoluzione o della controrivoluzione? Abbiamo concordato che è parte di una controrivoluzione, alla quale, anche questa non è una novità, partecipano donne. Ci furono anche dopo la svolta emancipazionista che, partendo dalla partecipazione di tante donne alla Resistenza, portò finalmente, con il voto, a una piena cittadinanza. Ricordo che in Noi Donne, la rivista di mia madre, venivano fortemente criticate, a volte derise, le donne che l’UDI, negli anni Cinquanta, chiamava anti donne, ostili alla libertà delle donne. Ero piccola, leggevo Noi Donne, ma già, avendo Silvia come madre, mi chiedevo, come è possibile che ci siano anti donne?
Questo è a mio avviso il baricentro del lavoro di Serughetti. Donne molto femminili, eleganti, con ottimi parrucchieri, e contemporaneamente anti donna. La prima ragione della controrivoluzione è, nel suo inizio, l’insopportabilità da parte del sistema verticale patriarcale per l’auto determinazione delle donne in ogni ambito, procreativo, sentimentale, sociale, economico, visto come la negazione di un ordine naturale assoluto. Padrone di sé stesse. Come si permettono?Dal punto di vista antropologico la disperazione di molti maschi è comprensibile. A loro cade il mondo addosso. È una catastrofe. E nella politica, cosa è successo? È a questo terremoto che i terremotati che si trovano nelle Istituzioni stanno reagendo. Ovunque nel mondo in cui il terremoto ha maggiormente agito. Soprattutto, quindi, in Occidente, senza dimenticare l’Est europeo che è comunque Europa. Fare guerra a donne orgogliosamente libere e a chi, altrettanto orgogliosamente, intende affermare la propria libertà anche se diversa dal presunto assoluto ordine naturale.
Giorgia Serughetti affronta il tema della sotto rappresentazione delle donne nelle Istituzioni. E, nel contempo, definisce il quadro contemporaneo. Ho sempre affrontato il tema con un certo distacco, perché non penso che le donne agiscano bene nelle Istituzioni a prescindere dalle loro convinzioni politiche. Ritengo, cioè, che non sia questione di corpo. A proposito di corpo, il libro di Serughetti dà spazio al nesso fra donna, emancipazionismo, e destre radicali o fasciste, che non di rado si sovrappongono. E qui non mi trattengo. Inserisco parole mie, non politicamente corrette, ma di uso frequente, certamente non da parte mia, se non in questa occasione.

Giorgia Meloni o donne come lei piacciono a chi ha “le palle” perché anche loro, le donne ammirate, hanno “le palle”. E, elegantemente, lo dicono. Certo, più in privato che in pubblico. È un reciproco riconoscimento. Evidentemente, non è una questione di natura genitale, ma di corrispondenza di amorosi sensi. È una espressione che ho colto anche nel mondo di sinistra nel quale abito. Anzi, più di venti anni fa ho ricevuto quel complimento. Prima della mia trasformazione femminista avrei sorriso. Dopo, ho fulminato quel compagno. Le donne virilmente dotate piacciono ai patriarchi sia per somiglianza che per affinità elettive. Il piglio del comando, per Arendt impossibile, invece lo troviamo in non poche donne, a braccetto con forza, controllo, poche chiacchiere, sicurezza. Anzi, se sono anche le donne a sostenere la visione del mondo virilmente machista, i terremotati delle Istituzioni si sentono sicuri. Apprezzano, aprono porte, concedono poltrone.
Le donne non assimilate all’ordine machista non sono, se non con pochi numeri, nelle Istituzioni ma, dice Serughetti, sono molto presenti altrove. Però le assimilate non piacciono alle donne “senza palle”. Il mondo femminile non è tutto femminista. Quelle fortemente virili sono arrivate, è il caso italiano, agli alti livelli delle Istituzioni. Garanzia di miglioramento della vita delle donne? La risposta è negativa. Pensiamo agli asili nido promessi, di cui si sono perse le tracce, alla definitiva manomissione del ruolo dei Consultori, resi dall’attuale governo presidio permanente dei Pro Vita. Pensiamo al reato universale diventato legge pochi giorni fa. Far nascere bambini desiderati è reato.
Ma neppure il femminismo è uno. Su questo tema del reato universale si scontrano visioni diverse, a volte reciprocamente ostili. Per quanto mi riguarda, seguo la strada che Spinoza indica come metodo umanamente e politicamente produttivo. Cercare di comprendere, invece di condannare. Fu questo il metodo che, lentamente, portò alla legge che regolava l’aborto. Un tema negato e dannato. Per avvicinarsi all’obiettivo, ci furono donne che non avevano mai abortito che, per solidarietà, dissero di averlo fatto. Una avanguardia radicale che cambiò non poco la vita delle donne, con la legge 194, ancora oggi detestata da medici obiettori e da Pro Vita, donne e uomini.
Dopo la Conferenza ONU di Pechino nel 1995, alla domanda “le donne sono umane?” il diritto internazionale ha dato risposta definitivamente positiva. Ma un grave arretramento è in atto, e, di nuovo, il campo di battaglia è il corpo delle donne, con l’aborto sotto scacco, per mano di maschi, e in USA, anche di donne, come la antiabortista Amy Coney Barret – la ricorda Serughetti – nominata a suo tempo da Trump alla Corte Suprema degli Stati Uniti. È un livello altissimo, la Corte, negli USA, dove si va e poi si sta a vita. C’è ora una donna che a vita sarà anti donna. Su questo nodo si giocherà molto nelle prossime elezioni presidenziali USA. Lo scalpo in gioco è anche l’autodeterminazione delle donne sul proprio corpo.
A questo proposito, ricordo come sia stato redatto in forma rivoluzionaria l’art.3 della nostra Costituzione, per merito delle donne Costituenti, che hanno chiesto e ottenuto l’inserimento, nell’articolo, della parola sesso. Non erano femministe, ma hanno compiuto una sintesi veramente rivoluzionaria, l’eguaglianza dei diritti di ogni differenza, sesso compreso. Una rivoluzione non ancora digerita e non solo da maschi, ma anche da donne. La nostra differenza di donne, anche per alcune femministe, vale molto, va protetta e ha un suo valore da non confondere con altri valori. Il fatto è che l’uguaglianza dei diritti non confonde, ma riconosce tutte le differenze che il tempo, lo svolgersi della storia, l’emergere di ciò che un tempo era negato o nascosto, ha portato nella scena pubblica, facendo diventare politica ciò che è personale, come la sessualità. Affermarla liberamente o il doverla negare, può dare forza o ostacolare la ricerca della propria felicità, che la cultura liberale, peraltro, sancisce spesso come valore assoluto e indiscutibile, costi quel che costi, anche la sofferenza, per esempio, sociale, di mezzo mondo, dentro casa e fuori casa. È qui il cuore del femminismo, di valore immenso, il personale visibile nella polis. Ed è qui che inciampa la cultura di una destra radicale e di donne che la incarnano, anti donna ad ampio spettro.
Donne emancipate e arrivate in cima, e destra fascista e/o radicale sono compatibili. Non è una ipotesi. È un dato storico molto chiaro.E il femminismo, i femminismi, sono compatibili con il fascismo? Non lo sono, Serughetti è netta. Carla Lonzi vedeva che la rivoluzione femminista era possibile non per il corpo che abbiamo ma per i millenni di nostra assenza dalla storia politica. Ora nella storia politica ci siamo. E, nel tempo che stiamo vivendo, ci sono donne corifee del patriarcato e donne all’opposto.
La nostra forza – non più solo di donne bianche e colte, da quando il femminismo afro americano ha mosso parecchio le acque, senza dimenticare i coraggiosi femminismi musulmani – è stata un esempio che sta muovendo tante altre differenze, come i nuovi femminismi intersezionali, per i quali ho considerazione e simpatia.
Non c’è ricerca di libertà personale e giustizia sociale, che, a mio avviso, non vada sostenuta. È quanto l’ultima generazione femminista sta portando nella storia. Angela Davis non è più sola, con il suo motto donna, razza, classe. Categorie che riguardano ogni umana singolarità, qualunque sia il termine, anche uomo, oltre a donna e ad altro, messe al centro dal movimento di Non Una di Meno, contro ogni violenza sulle donne e contro ogni altra violenza del patriarcato.

Da cosa nasce cosa. È dai femminismi del passato che derivano i femminismi di oggi. Una speranza di futuro in un momento in cui ogni altra speranza sta subendo un colpo durissimo. Questo è stato l’asse portante del Festival che si è svolto a Forlì. Che ha analizzato le origini del femminismo, da Olympe de Gouges, ghigliottinata perché portatrice di una richiesta di libertà per le donne, indigeribile per giacobini che dichiaravano libertà, fratellanza, uguaglianza per umani che avessero però sesso maschile, fino ad avanguardie confluite poi nel Novecento, come le suffragiste, partite dagli USA, arrivate in Inghilterra e in Italia, con Anna Maria Mozzoni e la socialista e femminista Anna Kuliscioff.
Importante e chiaro è stato il percorso storico compiuto da Alessandra Bocchetti, che ha agilmente raccontato come è stata la vita delle donne nel corso dei millenni, rendendo ancora più chiara la radicalità della rivoluzione femminista. Inoltre l’importanza data dal Festival alla Fondazione Elvira Badaracco, ci ha consentito la visione di preziosi materiali archivistici degli anni Settanta. Quella degli anni Settanta è stata la rivoluzione pacifica senza la quale non avremmo avuto né la legge sul divorzio, né il nuovo diritto di famiglia, né la legge 194.Idee, nate molto prima, che la grande azione collettiva delle donne degli anni Settanta ha trasformato in realtà. Pensai, in quegli anni lontani. Ecco, in Italia è finalmente finita la Controriforma. Solo con il tempo compresi che la grande spinta era venuta dalle donne.
Ancora una volta, poi, da cosa nasce cosa. La controrivoluzione ha scatenato sempre più la violenza sulle donne. La Convenzione di Istanbul, nel 2013 tentò di fermarla. Saranno le donne latino americane, partendo dalla Argentina, a dare vita al movimento internazionale di Non Una di Meno, rendendo mobilitante in tante forme la giornata mondiale dell’ONU contro la violenza sulle donne, il 25 novembre. Per Non Una di Meno, tutte le donne, tutti i corpi vanno sottratti alla violenza, in ogni sua forma. Sessismo, razzismo, schiavismo, in forme vecchie e nuove, tutto ci riguarda. E le genealogie si sono allungate. Se per me, donna bianca, il punto di partenza è Olympe, arrivo poi a Kuliscioff, non dimentico la bisnonna bracciante analfabeta, a seguire la nonna che ha fatto la Settimana Rossa, mi fermo a lungo sui libri di Hannah Arendt, decisivi, e ugualmente lunga è la mia sosta sui libri di bell hooks, l’ultima ondata del femminismo ha bisnonne che, ad Haiti, erano schiave.
È il caso di Marie Moïse, che intreccia sessismo, razzismo e classismo, e si oppone all’oppressione, ovunque sia. Transfemminismo intersezionale, così viene definita questa ultima ondata da una letteratura che già sta studiando il fenomeno. Ho dialogato con Marïe, al Festival di Forlì, su questo tema. Il tempo a disposizione non ci ha consentito di approfondire, come avrei voluto. Intravedo un problema. Le magnifiche streghe degli anni Settanta fecero paura. Intendevano ribaltare un mondo che aveva condannato un sesso a stare in basso, e servente. Le transfemministe sono streghe ancora più inquietanti. Sabato 26 ottobre erano a Verona per la uccisione di Moussia Diarra. Il corpo di Moussia conta, non meno dei nostri. Ma pochi erano i corpi bianchi presenti.
Non mi è stato possibile ascoltare, a Forlì, Adriana Cavarero, che ha concluso il Festival. Un suo saggio della seconda metà degli anni Ottanta Noi che non fummo a Itaca, scombinò la mia testa in modo irreversibile.
Ho suddiviso sabato 26 ottobre fra passato, al mattino, e presente, al pomeriggio. Un passato che ho vissuto intensamente, e che la Fondazione Casa di Oriani ha affrontato in dense giornate di studio Il sistema repubblicano trent’anni dopo “la grande crisi”. Storicizzare il tempo presente. Cercherò di recuperare le sessioni perdute, perché fuori Ravenna. Ma non potevo perdere la tavola rotonda con protagonisti di quegli anni, coordinati da Marc Lazar, con leggerezza e intelligenza. Tutti protagonisti che ricordavo bene nel loro muoversi, negli anni Ottanta. Nulla di inaspettato, nelle loro parole. Tranne che in quelle di Gennaro Acquaviva, uno dei principali collaboratori di Bettino Craxi. Ha detto – non avevo mai ascoltato affermazioni tanto nette, sul tema – che Bettino Craxi era in Italia la longa manus degli USA. Si fece quindi garante del divieto di ogni possibile compromesso storico, tema del film di Andrea Segre, Berlinguer. La grande ambizione.


L’uccisione di Aldo Moro mise fine alla ambizione, sua e di Berlinguer. Quale? Rendere possibile l’alternarsi di forze parlamentari al governo del paese. La morte di Berlinguer, invece, mise fine alle speranze di chi, è il mio caso, si trovò in piena sintonia, allora, con il “valore universale della democrazia” e con il distacco, tardivo, dall’URSS che, poco dopo, mise fine a se stessa. Bettino Craxi fu fra i più attivi nel volere la trattativa per la liberazione di Moro. Per non essere confuso con chi quella morte voleva? Per un senso di colpa? Quale? Sta di fatto che nella tavola rotonda solo una donna, l’unica seduta al tavolo, Livia Turco, ha pronunciato la parola femminismo, e la parola pace. Non credo sia un caso. Gianfranco Fini ha compiuto un salto inaspettato, criticando il concetto di Nazione – lui fondatore a suo tempo di Alleanza Nazionale – e enfatizzando il concetto di Patria, che, dice, significa la terra dei padri. E delle donne, no?
È stata la pace ad essere al centro del pomeriggio di sabato. Il primo dei presidi settimanali che La Via Maestra Insieme per la pace della provincia di Ravenna ha programmato. Per il cessate il fuoco subito, e permanente, a partire dalla straziata Palestina. Ieri la Regione Sardegna ha approvato un ordine del giorno che chiede il riconoscimento dello Stato di Palestina. La stessa cosa La Via Maestra ha chiesto a tutti i sindaci della nostra provincia. Tutte le guerre si fanno per dominare, conquistare, impadronirsi. Da più parti si sta cercando di scrivere un’altra storia, contro ogni forma di dominio, sui popoli, sui corpi.
Le democrazie liberali non hanno mantenuto le promesse scritte nelle Costituzioni e il valore universale che Berlinguer le attribuiva. Riusciranno le forze che si considerano progressiste e di sinistra a fare propria la missione di scrivere una storia contraria ad ogni forma di dominio? Sarebbe, credo, l’unico modo per togliere terreno e ossigeno a fascismi vecchi o riverniciati, da chiunque vengano agiti.
DA DOPO L’ESTATE LA RUBRICA DI MARIA PAOLA PATUELLI È A CADENZA MENSILE


