alfabeto della libertà
A, B, C DELLA DEMOCRAZIA. C COME COSTITUZIONE / Lo scontro di civiltà è dentro le nostre società, fra chi crede nella democrazia e chi nell’autoritarismo
Non sono di tipo nuovo gli interrogativi che in questi giorni ci attraversano. Da tempo – decenni – mi interrogo su quale sia, possa essere, il destino della terra, intesa sia come geo, che come mondo, intendendo per mondo quello che l’umanità ha fin qui costruito. Il destino della geo, per molti scienziati – lo dicono, inutilmente da lungo tempo – è a scadenza molto ravvicinata, “a meno che”. Di questo “a meno che” si vede poco. Secondo autorevoli voci scientifiche la china è senza ritorno. L’esito delle conferenza di Baku, appena conclusa, sembra confermarlo.
E il mondo è su una china o è solo attraversato da terremoti dall’esito incerto, ma aperto? Mi capita frequentemente di ritornare con il pensiero a un libro che suscitò interrogativi, al suo apparire, a livello planetario, nelle università, nei luoghi dei poteri, in quasi ogni parte del mondo. Era il 1996, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, di Samuel Huntington.Fu la risposta di Huntington al libro, da lui non condiviso, di Francis Fukuyama (nella foto), un suo allievo, La fine della storia e l’ultimo uomo, del 1992. Lessi questi libri, a suo tempo, con sconcerto, trovandovi comunque qualcosa di inedito, nell’ambito delle teorie politiche prevalenti in quel tempo. Li compresi bene? Non credo. Mi fu comunque chiaro che le date di uscita di questi libri dicevano molto.

Era appena caduto il muro di Berlino e, con il muro, tutto l’est cosiddetto comunista. Ad esclusione della Cina, mondo veramente altro, anche rispetto all’est cosiddetto. L’indagine di Huntington e di Fukuyama, pur diverse, riguardavano comunque il mondo intero, anzi, i diversi mondi del mondo. Ci aspetta uno scontro fra due civiltà, come sommariamente si pensava con la guerra fredda, o uno scontro fra civiltà, più di due, che attraversano al loro interno paesi, lingue, “nazioni”? Interrogativi che scompigliavano l’illusoria vulgata – tale fu per qualche anno – che, caduto il male comunista, la bellezza dell’ordine liberaldemocratico si sarebbe velocemente, e con gioia pressoché universale, diffuso in tutto l’orbe terraqueo. La mia confusione era in quegli anni grande. Ma una amara certezza l’avevo. Ve ne accorgerete, voi osannanti alla vittoria del bene, quale sconquasso attende il mondo. Il mio non era un ragionamento politico, bensì meta filosofico, seguace come sono, fin dalla adolescenza, di Eraclito, fratello lontano ma molto vicino. O c’è equilibrio, o si precipita nel caos.
L’equilibrio del mondo si era rotto. Ne andava trovato un altro. È stato trovato?Huntington, saggiamente, era convinto che se è vero che nella storia nulla è valido in eterno, finito l’ordine bipolare era auspicabile la costruzione di un nuovo ordine internazionale basato sulle diverse civiltà. In caso contrario gli scontri fra diverse civiltà potevano essere minaccia gravissima per la pace mondiale. Era, questa, la sua risposta all’allievo Francis Fukuyama che nell’opera La fine della storia e l’ultimo uomo più ottimisticamente pensava che i sistemi liberaldemocratici consentissero, nel mondo, di concludere la storia hegelianamente intesa, cioè il mattatoio dello Spirito – sangue motore della Storia – fino a quando lo Spirito non avesse innervato di sé il mondo intero. Forse ci siamo, disse Fukuyama. I sistemi liberaldemocratici potrebbero felicemente espandersi. Magari, pensai. Ma Eraclito remava contro. E temevo che Eraclito, ancora una volta, avesse ragione. Poco dopo ci furono le Twins Towers, poi l’Isis. Da noi, i fatti di Genova. Cose tremende.
Ora sono passati trenta anni abbondanti da quei libri. Gianfranco Pasquino, in una sua recente, e ottima, prefazione a una nuova edizione di La fine della storia e l’ultimo uomo, sostiene la persistente validità del lavoro di Fukuyama e degli interrogativi che contiene, per mantenere la pace. La nuova edizione è del 2020. Prima quindi del 2022, anno cruciale per l’Europa, con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e, per stare a casa nostra, della vittoria elettorale di una destra estrema, nel settembre del 2022. Nell’ottobre del 2023, poi, la immane tragedia in Palestina, che perdura, come la guerra in Ucraina. Altro che operazione militare speciale. Putin dice “attenti, ho le atomiche pronte”. Veramente un bel paesaggio.
Allora riporto nel contesto del mondo odierno i miei interrogativi, assai problematici. Huntington pensava a diverse civiltà, al loro interno omogenee, per lingua, cultura, religione, con il pericolo che si ponessero l’una contro l’altra armate. Ma cosa sto vedendo, in modo ravvicinato qui, nel mio paese, l’Italia, da qualche decennio, e, più recentemente, in molti paesi in Europa? Vedo uno scontro fra civiltà all’interno di ognuna delle cosiddette Nazioni, come se, le Nazioni, fossero abitate da umani antropologicamente diversi, anche se vivono non solo nello stesso paese, ma nella stessa città, nella stessa piazza, nello stesso condominio. Uno scontro per ora all’arma bianca. Inquietante, brutto. Le parole più convincenti e forti le ho sentite, come spesso accade, dal Presidente Sergio Mattarella.
I sistemi liberaldemocratici non si sono felicemente diffusi. Anzi. Le preoccupate parole del Presidente Sergio Mattarella di pochi giorni fa, rivolte a giovani che lo ascoltavano con grande rispetto, lo testimoniano. Uno scontro di civiltà abita il nostro paese, e l’intera Europa, da est a ovest. All’interno quindi, dello stesso mondo. La sintesi delle parole del Presidente dice molto di quanto incombe sull’Italia, ormai molto diversa, in Parlamento e nel paese, da come la Costituzione volle disegnarla. I tre poteri non siano fortilizi contrapposti, dice il Presidente. Sono sovrani, ognuno nel proprio ordine, ma non assoluti, ognuno ha limiti. Molto interessante l’uso del termine “fortilizi”, che richiama luoghi di guerra, che non è politica con altri mezzi, come pensava Carl Von Clausewitz. Ne è, in realtà, la NEGAZIONE.

La politica passa esclusivamente attraverso le parole, con azioni, poi, più o meno conseguenti. Mattarella vede quindi l’indebolimento di un pilastro dell’ordinamento liberaldemocratico. Il rischio è che si perda l’equilibrio necessario. Inoltre, dice, non esiste il Ministero della verità. Mattarella parla per noi, per chi, fra noi, vede rafforzarsi la pratica di ministri, più d’uno, che esternano loro verità in toni e forme che di liberaldemocratico nulla hanno. Certo, non è una novità in termini assoluti. Ma che da Berlusconi in avanti, spesso complici i media, il fenomeno sia dilagante, è un dato.
Un esempio recente. La Corte Costituzionale ha di fatto svuotato, per incostituzionalità, quasi tutti i punti della legge Calderoli, rendendola pressoché inutilizzabile per le mire autonomistiche, ostili all’art.5 della nostra Costituzione, che la Lega, in realtà, coltiva dalla fine degli anni Ottanta. Un ampio schieramento di forze, sociali, culturali, politiche, ha raccolto un milione e trecentomila firme per chiedere la totale abrogazione della legge Calderoli. Un grande numero di costituzionalisti, in un importantissimo convegno a Roma, il 14 novembre scorso, promosso dalla Associazione nazionale Salviamo la Costituzione, ha spiegato le tante ragioni a favore della ammissibilità del nostro quesito totalmente abrogativo.
Di fronte al lucido e pacato argomentare, della Corte e dei costituzionalisti, quali sono state le parole del ministro Calderoli, apparentemente tutto contento? Non sia mai detto ammettere un insuccesso! Faremo le correzioni che indica la Corte e, dopo, chi non è d’accordo taccia per sempre. Allora, mi chiedo. Questo ministro, e altri con il suo stile, appartengono alla civiltà liberaldemocratica? O le fratture, quasi di faglia, attraversano culture, lingue, religioni, Nazioni, Continenti? Nazione, da nascor, che rinvia al latino nascere. Nascere dove? Nascere come? Lo scontro, cioè, è più trasversale di quanto pensasse Samuel Huntington?
Le meravigliose donne che in Turchia, in Iran, si denudano, per affermare nel modo più provocatorio possibile la loro libertà, sono omogenee o sono rivoluzionarie rispetto alla cultura che prevale nei loro paesi? Lo stesso interrogativo vale per donne che, in Francia, vogliono andare a scuola velate, nonostante il divieto laicista di un paese, ormai lontano dai fulgori rivoluzionari di un tempo, ma sempre molto machi, dal 1789 ai giorni nostri, nonostante Simone de Beauvoir e Foucault? Che dire di Matteo Salvini, così identico, nelle idee e nel linguaggio, a Donald Trump? Ditemi voi se sono nati nella stessa Nazione. Di certo, abitano lo stesso mondo delle idee, quello abitato anche da Putin, Orban, Milei, Netanyahu. Cristiani di varia confessione – ma, mi chiedo, i Vangeli li hanno letti? – e un ebreo. Lingue, culture, religioni diverse, eppure idee e azioni così simili.
Stesso interrogativo per altre parole di Mattarella. Siamo una Repubblica, non una Monarchia. A chi parla il nostro Presidente? Certamente, non ai monarchici, in estinzione, almeno dalle nostre parti. Neppure la destra estrema vorrebbe una monarchia, arrabbiata com’ è, ancora, con Vittorio Emanuele III e con nostalgia per la Repubblica di Salò, che ebbe nel giovane Almirante un notevole protagonista. Almirante nato nella stessa Nazione di Gramsci, di Gobetti, di Calamandrei, di Don Milani. Modi opposti di essere italiani.
E ancora Mattarella. Nessuno deve avere troppo potere. E in questo caso, a chi parla? Certamente ha presente i tre poteri, Legislativo, Esecutivo, Giudiziario. Ma a chi, in realtà, si rivolge? Vediamo il Parlamento, il potere legislativo, in molte occasioni arreso a culture politiche poco in sintonia con le idee della Costituente, culture politiche che, di fatto, ne hanno indebolito la forza. Lo spiega bene Pancho Pardi in un recente libro Il Parlamento contro la Costituzione. Come viene sfigurata la Carta. Avremo Pancho con noi, martedì 26 novembre a Ravenna, per parlarne. In buon numero, chi ha abitato il Parlamento ha fatto spesso auto da fé, ritirandosi, in buon o cattivo ordine, e piegando la testa a continue decretazioni governative, rinunciando a parlare e a confliggere.
Cosa è, il Parlamento, se non il luogo in cui si parla? La Magistratura, altro potete costituzionale, è sotto attacco, in modo esplicito, da Berlusconi in avanti, e, in questi giorni, dal governo Meloni/Nordio, che intende dare il colpo definitivo – sarà, la nostra, una rivoluzione copernicana, dicono – con un divide et impera della Magistratura, per l’ennesima controriforma costituzionale. Ne abbiamo parlato pochi giorni fa con Armando Spataro, testimone rigoroso ed efficace della sua storia di magistrato libero e indipendente. Salutandoci, ci ha rassicurato. Visto che si sta parlando di selezione su base psicologica e attitudinale per entrare in Magistratura, lui, che ha agito con grande forza giuridica contro terrorismo e mafia, ci ha detto che, a suo tempo, esami psicoattitudinali non ne ha fatti. Fu Berlusconi, per primo, a dire che, i magistrati, erano gente da manicomio.
Ho letto parole di Prodi, in un suo recente dialogo con Massimo Giannini, che mi hanno confortato, in merito a un mio persistente pensiero. Chi ha aperto, nelle democrazie liberali, la porta a, per esempio, Trump? Il primato è di Berlusconi – dice Prodi – con la sua potenza finanziaria, clientelare, mass mediatica. È stato un maestro, come a suo tempo Mussolini. Berlusconi, poi, si è meritato lutto nazionale e funerali di Stato, quelli che la famiglia di Aldo Moro fermamente non volle. Quindi, ripeto la domanda? A chi parla Mattarella? A chi non basta la mortificazione del Parlamento, ma, per stare dalla parte del sicuro, vuole cambiare la Costituzione con l’elezione diretta del Capo. Altra controriforma incombente. Mentre, dice il Presidente, nessuno deve avere troppo potere. Neppure il Presidente della Repubblica, naturalmente. Un passaggio luminoso delle sue parole, nel senso che fa molta luce.
Il Presidente non ha alcun potete legislativo, è solo un garante super partes. Sono le “parti” presenti in Parlamento a fare le leggi. Spesso, ha detto Mattarella, ho dovuto – è mio dovere – promulgare leggi che non condividevo. Tanto per essere chiaro. E questo significa un preciso altro dovere, ha detto a giovani che lo ascoltavano. Quello di coltivare sempre spirito critico. Informarsi, studiare, analizzare, criticare, dire dei no, o dei sì, a ragion veduta. Il primo significato di criticare è “distinguere”. Pratica rara, è vero. Anche in questo caso non è una novità. Ma la novità è una democrazia liberale che elegge un Trump, come a suo tempo un Berlusconi. E non è una novità, purtroppo, che un intellettuale del valore di Tomaso Montanari, al quale va tutta la mia solidarietà e stima, venga aggredito con parole gravissime per avere espresso una opinione, certamente forte e robustamente critica perché, appunto, è testimone vivente di esercizio critico continuo, come Mattarella chiede ad ognuno di noi. Da tempo sentiamo parole grevi, oltre che gravi. Come i magistrati “zecche rosse”. Quale è il destino di molti fastidiosi insetti? Essere schiacciati.

Foto CNN
Gli USA in passato erano portati ad esempio per i pesi e contrappesi fra i poteri, nonostante l’elezione diretta del Presidente. In questi giorni sembra che questo equilibrio sia saltato. Trump con un asso – Musk e spirito critico in caduta libera, anche negli USA – ha preso tutto: Presidenza, Congresso, Senato, ha annunciato il licenziamento del Procuratore generale, e già possiede la Corte Suprema. Questo è il modello gradito a buona parte dell’attuale governo italiano. Trump: “Se eletto licenzierò in due secondi il procuratore speciale Smith”. Smith è il procuratore che avviò le inchieste nei suoi confronti per l’assalto a Capitol Hill. È ancora democrazia liberale?
In Europa, vediamo felici per l’elezione di Trump Orban, Putin, Salvini, Le Pen. Altri in un quasi silenzio imbarazzato. Con Xi che, testimone di una cultura mai stata di democrazia liberale – né prima né dopo il 1949, a conclusione della Lunga Marcia – osserva, fra lo stupito e il divertito. Ma, a ben vedere, perché stupirsi nel vedere l’assenza di democrazia liberale in Russia, tradizione assente in quello sterminato paese, fra Europa e Asia? Stupore e preoccupazione non possono invece mancare nel vedere espandersi culture e pratiche illiberali in paesi come gli USA, la prima democrazia moderna, e la Francia, dove l’Illuminismo è nato.
Mentre c’è chi si rallegra per le zecche rosse da schiacciare, ecco comparire uno scontro di civiltà, qui, in casa nostra. Lo sciopero proclamato da CGIL e UIL per il prossimo 29 novembre è accolto con disprezzo e minacce di precettazione, da una parte, e con grande e convinto sostegno, dalla nostra parte, quella della Costituzione. Due parti egualmente italiane. Maurizio Landini, in un recente commento a politiche governative che acuiscono le disuguaglianze, ha dichiarato la necessità di una rivolta sociale. Non l’avesse mai detto. Rivolta. Come si permette? E la pace sociale dove la mettiamo? Allora, compare qui un vero e proprio conflitto di civiltà.

L’odio per gli scioperi è antico, da quando lo sciopero esiste. Contrastato, represso. Solo il pragmatico Giolitti pensò che valeva la pena consentirlo. Il fascismo lo cancellò. Perché mai scioperare. Siamo un solo e unico popolo, abbiamo un unico destino, di grandezza, e ci meritiamo addirittura un rinnovato Impero. Ci volle la Costituzione per scriverlo addirittura nella Carta come diritto. Cos’altro hanno, coloro che lavorano alle dipendenze, per opporsi criticamente a ingiustizie, se non lo sciopero, azione forte e non violenta? Rivolta sociale e sciopero sono la stessa cosa, dice Landini. Simpatico, Landini, che ha regalato a Giorgia Meloni un classico del Novecento L’uomo in rivolta di Camus. Aggiunge, il Segretario generale della CGIL: “… se non ti rivolti di fronte alle ingiustizie, che persona sei? Che vita fai?”. Ottimo, Landini. Hai tutto il mio sostegno e solidarietà.
Allora, se Fukuyama ha pensato, nei primi anni Novanta, che forse eravamo arrivati a destinazione, con la democrazia liberale che si sarebbe diffusa in tutto il mondo, un interrogativo si pone. Fukuyama lo pensa ancora? O lo sviluppo progressivo, in realtà più tecnico scientifico che politico, ha avuto una forte battuta d’arresto, o, addirittura, una ancora più forte regressione? In realtà, in un suo libro di inizio millennio America al bivio. La democrazia, il potere e l’eredità dei neoconservatori, sembra essere meno ottimista di prima. Credo che il destino delle Twins Towers lo abbia scosso. La democrazia non si può esportare ed è meglio non fare guerre armate. Quindi, il pensiero unico vincente di cui fu sostenitore, ora non vince più. Può procedere forse con altri mezzi. Per esempio, aprire, senza troppa pubblicità, uffici della CIA a Kiev. L’ho saputo leggendo il giornalista de La Stampa Domenico Quirico, che, di mondi, ne ha visti molti.
Cosa resta, a noi, appartenente all’altra civiltà, quella non berlusconiana trumpiana, che vuole poteri circoscritti e con reciproci limiti? Ci resta una certa fiducia nella società aperta, dove imprevisti possano sempre rimetterla in movimento. Dove rivolte sociali siano agite, ogni volta che sia necessario. Dove di fronte alla durezza, spesso tragica, della storia, non ci si inginocchi ma, come ci ha insegnato Walter Benjamin, ci si dia la forza, possibilmente in buon numero e insieme, di non nuotare con la corrente, ma di spazzolare la storia contropelo. Senza, possibilmente, essere bruciati e senza compiere olocausti. Il contropelo del socialismo, dell’ambientalismo, del femminismo. A tutte le donne che in queste rosse giornate stanno sollevandosi per affermare la loro libertà dedico queste mie riflessioni.
LA RUBRICA DI MARIA PAOLA PATUELLI È A CADENZA MENSILE


