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A, B, C DELLA DEMOCRAZIA. C COME COSTITUZIONE / Fine anno o fine del mondo? Rosi Braidotti e l’obbligo di stare nel processo di cambiamento da protagonisti

Mi soffermo su una imposizione che sto facendo a me stessa. Per resistere a una forte e consueta tentazione, quella di misurare il mondo che ci circonda con il metro con in quale grandiosi architetti progettarono il nostro edificio repubblicano, Madri e Padri Costituenti, protagonisti di una stagione unica, eccezionale, nella storia italiana. Il progetto, la Costituzione, è tuttora leggibile, nitido e chiaro, formalmente quasi intatto. Ma se ci accingiamo a usare quel metro, i conti non tornano.

Se la civiltà di un paese si misura dalla condizione delle carceri o dalla condizione sociale ed economica delle donne, dobbiamo concludere che la nostra civiltà è assai scadente. L’Europa lo vede e ci dice di mettere mano al metro della civiltà. Inoltre, chi chiede asilo, o è respinto o vive in campi evocanti un passato molto nero, senza contare chi non riesce ad arrivare qui e da decenni lastrica di ossa il nostro Mediterraneo. Mare solo Nostrum? Respingiamo per salvare i confini, aggrediti da donne, bambini, uomini, spesso ignudi e non di rado morenti? Suvvia. Su questo versante, l’Europa è quasi silente. Si è chiusa a riccio, o quasi. Brutta storia. Vedremo come saranno le cose nei reclusori di nuova generazione, in Albania. Inoltre, quale è stato il contributo dato dal nostro paese al terremoto geopolitico che sta sconvolgendo l’Est europeo e la Palestina?

Quindi, quale è la tentazione alla quale mi impongo di resistere? Alla tentazione di concludere il 2024, annus veramente horribilis, riflettendo sui persistenti dolorosi nodi di pubblica infelicità, che ritroveremo a partire da dopo l’Epifania, e ricordare, invece, come letture recenti di libri che anche a Ravenna hanno avuto un pubblico, e parole ascoltate e scambiate, ci consentano di resistere al lamento. Finché ci sono libri, letture e pensieri che circolano, c’è speranza. Farò riferimento a due libri, seguendo non un ordine di importanza, ma di date del loro arrivo a Ravenna, un mese fa. Il primo, riguarda una voce romagnola che ci riguarda da vicino. Il secondo, un libro che attraversa, fra passato e presente, il mondo, continenti, persone, collisioni e storie che molto dicono.

I lumini del 9 febbraio. È il titolo dell’ultimo libro di Sauro Mattarelli, recentemente presentato a Ravenna, dopo un significativo percorso romagnolo. È un libro che ho ricevuto in dono dall’autore e che in ogni caso non sarebbe mancato nella mia libreria, dove dimorano altri libri di Sauro. Ne cito solo uno Dialogo sui Doveri. Il pensiero di Giuseppe Mazzini (Marsilio 2005), libro che qui, nella mia casa, abita accanto a una edizione della Associazione Mazziniana Italiana di Giuseppe Mazzini Doveri dell’uomo (2010), dono, a suo tempo, di Angelo Morini, presidente della Associazione Mazziniana della nostra città.

Lumini

Ho dato quindi la collocazione giusta, confermata da una nota di Roberto Balzani a questa edizione del 2010. Balzani indica come assai utile per la comprensione dei DOVERI, scritti da Mazzini in linguaggio non facile, la lettura del libro di Sauro Mattarelli, uscito nel bicentenario della nascita di Mazzini. Libro che si sviluppa in forma di “intervista impossibile”, ma convincente, fra l’intervistatore (Sauro, lo riconosco) e l’intervistato (Mazzini, visto e interpretato da Sauro). Nella prefazione, trovo l’inizio del filo rosso che collega il lavoro del 2005 a I lumini del 9 febbraio di oggi. A proposito di una parte del nostro territorio, di tradizione repubblicana, si legge, nel libro del 2005: “Un luogo dove, ancora oggi, la notte del 9 febbraio, gli ultimi mazziniani intransigenti pongono sui davanzali delle finestre una tremula luminaria colorata in ricordo della Repubblica romana del 1849”.

I colori sono il bianco, il rosso e il verde, la nostra bandiera. Ma una cosa è certa. Non sono una luminaria nazionalista. Non lo erano, fin dall’inizio, e non lo sono oggi, i lumini che Sauro rivisita nel suo ultimo libro. Il libro, che sicuramente dedica pagine importanti alla Repubblica romana del 1849, ha una seconda parte molto contemporanea. Mi auguro che chi legge il libro non si fermi alla prima parte. L’impostazione del libro è affascinante. Scandisce, a partire dal 9 febbraio 1849, altri ventuno 9 febbraio, in date di rilevanza storica, o di rilevanza autobiografica. Fra i primi, uno per tutti, 9 febbraio 1912. Con una significativa frase di Aldo Spallicci: “E andarono, anche i reprobi andarono. [ …]. Indossarono il grigio-verde a malincuore, furono spinti, mormorarono, ma stettero alla loro pena e al loro travaglio – morire per i signori – si doveva, e bisognava andarci a morire”.

aldo spallicci

Il nonno di Sauro, Amedeo, andò malvolentieri in Libia, ma riuscì a fare i lumini il 9 febbraio 1912. Spallicci, è nome spesso ascoltato nelle conversazioni domestiche della mia infanzia. Mio padre Nello contribuì al salvataggio dell’antifascista Spallicci. Informatori avvisarono gli antifascisti di Ravenna che Spallicci era ricercato dai fascisti. Fu consegnato un messaggio in tal senso a mio padre, che raggiunse in bicicletta Cervia, con il messaggio nascosto fra pianta del piede e calzino. Lo consegnò ai partigiani di Cervia e Spallicci fu nascosto e messo in salvo. Piccola, profonda Resistenza. Sto parafrasando lo storico Marco Severini e il suo bellissimo Piccolo, profondo Risorgimento. Altre scansioni poi si intrecciano con la vita di Sauro, e le sue esperienze, incontri, amicizie, come nel caso del 9 febbraio 1993, dove la scrittura di Sauro incontra una lettera di Bobbio, che cita a sua volta una scrittura di Roberto Balzani, dedicata, con amarezza, al tramontare dei lumini in quella parte di mondo, la parte sud del Comune di Ravenna, la più repubblicana nella storia dell’Italia contemporanea.

Altre sequenze parlano di lumini studiati e ammirati da Maurizio Maggiani che, entusiasta, da quando ha conosciuto quella storia repubblicana, si definisce anarchico mazziniano. Dallo storico francese Michel Ostenc, che conosce bene la storia della Repubblica romana del 1849. Dal presidente Napolitano, dopo avere ascoltato nel 2011 il discorso pubblico di Sauro Mattarelli, nel teatro Alighieri, in occasione del 150° dell’Unità d’Italia. Ricordo bene l’occasione, perché ero presente. Anche in quella occasione Sauro parlò dei lumini. Ma cosa ho trovato, che mi ha convinto, e molto, nel lavoro di Mattarelli? Il continuo esaminare, soprattutto nella seconda parte, la storia recente, e di oggi, misurandola con il metro mazziniano, il metro che in buona misura, a braccetto con ideali cristiani, socialisti e comunisti, ha scritto la Costituzione.

Un miracolo, la nostra Costituzione? Utopia pura? Nelle ultime pagine Sauro non dà risposte, ma pone a se stesso e a noi interrogativi. Ne riprendo alcuni. “Gli artefici del Risorgimento europeo? Quelli dei lager sono stati davvero sconfitti? E i gulag? I nazisti? I comunisti? I torturatori? Gli inquisitori?”. Un altro passo. “Un cortocircuito, un eterno ritorno, tra Vico e Nietzsche, perfidamente ci sussurra che stiamo dibattendoci sempre nella stessa sostanza, con forme diverse solo all’apparenza. Ingannevoli”. Inoltre. “Pochi, pochissimi, avranno dunque la forza per continuare a coltivare il sogno dei lumini: distribuire equamente le risorse, garantire a tutti l’istruzione, la cura, lo studio, la formazione e la salvaguardia dell’ambiente in nome dell’uguaglianza e della libertà. […] Apostolato per rivoluzionare una democrazia percepita ormai come falsa, chiusa, egoista, ipocrita e ora in fase di inquietante archiviazione sotto l’incalzare delle formule criptiche e invasive dell’artificial intelligence”.

Ora, solo una risposta posso dare. Sicuramente, i comunisti italiani sono stati sconfitti. Faccio parte di questa sconfitta. Il Berlinguer della grande ambizione – mi riferisco al recente film di Andrea Segre Berlinguer la grande ambizione – fu sconfitto, sicuramente, ed io con lui. Per non parlare di Allende, di Gorbaciov, di Palme, di Brandt. Di altri comunisti, che quella ambizione non condividevano, non dico. Apostolato, si chiede Sauro. Un termine molto mazziniano. Non so se il lavoro che tante e tanti intellettuali con cui da anni stiamo lavorando per non spegnere, a proposito di luce, quella che ancora brilla nel cuore della nostra Costituzione, possa definirsi così. La lingua, essendo viva, cambia. Pedagogia civile? Lavoro politico? Assunzione di responsabilità, per non precipitare nello sconforto o, peggio, nella indifferenza? Lascio aperta la questione. Sta di fatto che fra il mazziniano Sauro e chi qui sta scrivendo, di storia comunista, differenze ne vedo, oggi, molto poche. La storia cambia e ci cambia. Forse, potremmo entrambi essere scambiati per patetici, disamati e disarmanti sognatori del nulla. Ma, il libro che segue, ci propone anche altro e qualche indicazione si trova.

il sogno rosi braidotti

IL RICORDO DI UN SOGNO. Una storia di radici e confini. È l’ultimo libro della filosofa Rosi Braidotti. Ne abbiamo parlato con lei, qui a Ravenna, un mese fa. Non è un lavoro filosofico. È un libro di storia, che intreccia la storia di famiglie, soprattutto della sua, fra Ottocento e Novecento. Non mi risulta che altre menti filosofiche del nostro tempo abbiano scelto di compiere questa ricognizione. Credo che, nel caso di Braidotti, sia stata la storia stessa della sua famiglia, fra Europa e Australia, a dare forza al suo pensiero, la filosofia del soggetto nomade, che, a mio avviso, ha portato a ulteriori – e superiori – esiti la filosofia post-strutturalista del suo maestro Gilles Deleuze. Il nomadismo anti hegeliano di Deleuze è sicuramente stato, per Rosi, nutrimento, non più però, del suo avere, negli stessi anni che vedevano crescere la fama filosofica del suo maestro, sempre fermo a Parigi, l’attraversamento non facile dell’Oceano Pacifico e l’inizio di una vita radicalmente diversa, in Australia. Europa Australia andata e ritorno.

La storia europea che spinge altrove chi, all’inizio degli anni Settanta, fatica a vivere. La filosofia studiata, poi, in Australia, con grande successo, riporta Rosi a Parigi con una preziosa borsa di studio. Nulla che fosse scritto a priori. Nulla di dialettico. Di molto rizomatoso, invece. Ma è proprio nella ritrovata Europa che nasce il desiderio di fare storia. Una ricerca di radici – il produttivo rizoma divenuto, con Deleuze, forza creativa, nella cultura, nella storia – alla quale Braidotti ha dedicato trenta anni di ricerca, fra Latisana del Friuli, Boemia, Germania, America Latina, dove nonno Augusto si recò e rimase, per molti anni. Fotografie, lettere, interviste. Mentre insegnava in prestigiose Università del mondo, mentre pubblicava libri diventati già classici della filosofia contemporanea, femminista e non solo, mentre vive anche la sua coraggiosa e felice vita, non sospende mai il ricercare e documentare le sue radici.

Le fonti principali sono fotografie, come punto di partenza, lettere e fonti orali, di parenti ancora in vita o parenti acquisiti. La prima guerra mondiale, che fa a pezzi la sua famiglia friulana. Il Friuli, su e giù nella storia, fra gli Asburgo, i Savoia, di nuovo gli Asburgo, e poi, ancora, i Savoia, o, meglio Mussolini, con la lingua italiana divenuta feticcio. Chi osava parlare in Sloveno, botte. La storia aggredisce e separa le famiglie, dalla prima guerra mondiale in avanti. A volte, si trovano storie straordinarie e controcorrente, che vivono in prima persona i disastri della storia, come la bisnonna materna, di nome Pasqua. Raccontata con grande efficacia e senza veli.

Inoltre, a proposito di complessità poco dialettica, due nonni, uno fervente fascista, uno fervente socialista, che, volutamente, non si sono mai incontrati, eternamente nemici. E uno zio materno. Romano – zio Manino for ever, scrive affettuosamente Rosi – che reagisce al fascismo patriarcale e violento del padre. Come? Diviene sacerdote, parroco, prete operaio, imbevuto di cultura, dai classici latini, alla rivoluzione di Papa Giovanni XXIII. Rosi lo adora. A lui deve la scoperta di una particolare bellezza. Quella dei libri, della scrittura, della poesia.

Il libro di Rosi è una miniera, per cercare radici nel sotto suolo, alcune, le più rare, che restano ferme, e altre che si spostano, e che ritroviamo, in varie e diverse forme, nel mondo grande. Lo zio prete, un rizoma, fiorito poi, con Rosi nomade, in Australia, a Parigi, e in molti altri luoghi. E le donne della famiglia di Rosi? Alcune, con vite tragiche, e, in qualche caso, loro stesse crudeli. Alla faccia del mito del materno, buono di per sé. Ma molte di loro, a partire dalla madre, Bruna – una mia personale risonanza, Bruna era il nome di battaglia di Silvia, mia madre – divenuta madre con Rosi a vent’anni, sono donne forti. Spesso, più degli uomini. Il libro vuole essere, soprattutto, un omaggio a quelle che Rosi chiama “le mie antenate”.

È una storia di divenire, di spostamenti, di cambiamenti, a conferma del pensiero nomade di Rosi. Identità immobili non esistono, o sono maschere. Quelle che i nostri filosofi maschi del passato, da noi preferiti, hanno, appunto, smascherato. Spinoza, Nietzsche. Spinoza nomade, anche se il suo più grande spostamento fu da Amsterdam a L’Aja. Ma il suo pensiero ha rivoltato il mondo, svelando molto e cercando di disarmare corazze. Anche Nietzsche, nomade. Nel suo caso anche in senso stretto, fra Sicilia, Alpi, Mezzogiorno e luce, a volte molto abbagliante. Il mondo, quello oppressivo della sua infanzia, volle distruggerlo. Ci consigliò di non rallegrarci per la morte di Dio, perché erano in agguato altre pericolose divinità. Se tornasse oggi, direbbe. Vedete, quanti mostri, che sembrano immortali, ci circondano? Datevi da fare.

Ecco, il punto. Rosi si è data molto da fare. E continua. Spesso la sua voce arriva nelle nostre case. Non si sottrae al ruolo di opinionista. La ascoltiamo non di rado, con Lilli Gruber, anche lei donna di confine, a “Otto e mezzo”, Rete7. Ha accolto la grande lezione di bell hoooks, meravigliosa femminista afroamericana, indimenticabile, che non si sottraeva ai talk show televisivi, dove portava la sua grande ventata di libertà femminista, antirazzista, antisessista, e critica delle disuguaglianze di classe. C’erano intellettuali femministe, negli States, che arricciavano il naso. Lei andava avanti.

Rosi Braidotti va avanti. Ho debiti, non solo teorici, nei suoi confronti. Il suo femminismo nomade, oltre ogni chiusura identitaria, è diventato il mio, perché fra le sue pagine mi sento a casa. Correvo il rischio, di fronte alle tempeste della storia, di rinchiudermi, anch’io, a riccio e in brume nostalgiche. Invece la sto ascoltando, quando dice, anche a Ravenna, nel corso della presentazione del suo libro, che il mondo dove abitiamo è assai diverso da quello della nostra infanzia. Tutto è modificato, non solo il cibo. I nostri corpi sono in piccola o in grande parte cyborg, ospitano non solo trapianti biologici ma macchine, congegni, salva vita di ogni tipo. Le tecnologie riproduttive da tempo hanno cambiato il concepire e il nascere. Un salto non solo di specie – covid indesiderato -, ma un salto che produce discontinuità radicale con il mondo di prima, quello meccanizzato. Ora c’è ben altro.

Tecnologie informatiche crescono ad una velocità mai vista prima, nel mondo delle umane invenzioni. Nella quotidianità, il nostro lavorare ed operare è diverso da quello delle nostre madri e dei nostri padri e a questa radicalità è inutile, e sbagliato, opporsi. Va conosciuta e agita, non subita. Molto altro, che sfugge alla nostra quotidianità, ci è ignoto. È fonte di turbamento, se non di paura. Come lontani fantasmi che sappiamo con certezza esistere. Cosa potranno combinarci di male? Come e quando? Braidotti è su questo categorica. Facciamocene una ragione. Indietro non si torna. È d’obbligo stare nel processo, e starci da protagonisti, non da vittime. Studiare, fare ricerca, agire con forza politica, dare spazio alla libertà, alla giustizia, anche ambientale. Il mondo è uno e nel mondo ci muoviamo, agiamo, cambiamo, noi nel contesto, nei contesti. Indietro non si torna, ripete.

Lo sguardo lungo di Braidotti mi fa pensare anche a situazioni passate. Il telaio meccanico spaventò, fu visto come un nemico che toglieva lavoro ai tessitori, il luddismo invitò a spaccare le macchine, a farle fuori. Inutilmente. Ma cosa accadde? Nacquero movimenti di operai e di intellettuali con loro solidali, e altre inaspettate novità comparvero, da loro inventate, cooperative, sindacati che si collocarono nel processo di meccanizzazione, fecero di tutto per controllarlo e darsi così, insieme, forza. Agendo su tempi e luoghi. Ci volle qualche generazione per mettere in discussione l’uso spietato della forza lavoro. E, i popoli coloniali, per liberarsi. Creatività, e lotta, sostituirono rabbia e paura.

A questo invita il pensiero post umano – nel senso di critica all’antropocentrismo immobile e solo pago di sé – di Rosi Braidotti. Diamoci da fare, perché c’è molto che possiamo fare, e senza paura, neanche della intelligenza artificiale. Facciamola nostra alleata, e non nemica. Nel dibattito sulle nuove tecnologie e la loro gestione dobbiamo esserci. E questo è politica. Noi, donne femministe, possiamo contribuire alla evoluzione della tecnologia verso benessere e pace. Possiamo minare questo ordine autoritario – il patriarcato è un sistema – fino a farlo schiantare, dice Rosi. Il femminismo ha già introdotto nel mondo cambiamenti enormi. Continuiamo a farlo. Come? Parliamone. Parliamone, dice più volte Rosi, invece di avere paure e rifiuti, e nostalgie identitarie, e intolleranze, anche fra donne, con ossessioni normative.

Vogliamo assomigliare al suprematista bianco Elon Musk, che detesta tutto ciò non è binario e si propone come la forza tecnologica che regolerà tutto, in terra e in cielo? Abbiamo saputo da Rosi che Musk è impazzito quando un suo figlio è diventato donna. Non ha retto, e gli USA ne stanno pagando le conseguenze. Obiettivo. Una Nazione tutta bianca, eterosessuale, ricca. Gli altri colori e differenze, a servire.

La mattina del 29 novembre, con Rosi, abbiamo partecipato, al teatro Alighieri, alla cerimonia di apertura del Museo Byron e del Risorgimento. Incantata dalla bellezza del Teatro Alighieri, ha seguito con interesse e ha trovato ottimo il discorso di Gregory Dowling, docente a Cà Foscari, che ha tratteggiato un Byron di grande fascino e di creatività, poetica ed erotica, da eccellente romantico qual era. Byron, gender fluid, ha detto Rosi con simpatia. A proposito di rigidità identitarie da sovvertire. Un Byron nomade, che amava uomini e donne, fra Inghilterra, Italia, Grecia. Anticipò Garibaldi, per la libertà di tutti i popoli e per questa ragione si precipitò in Grecia. Se si ritrovasse in Italia, oggi, con il ddl sicurezza in vigore, Lord Byron “giacobino” non potrebbe dormire sonni tranquilli.

Tornando a Rosi, per riassumere, con allegria – Rosi è quasi sempre allegra – la sua proposta di vita, post fissità e post immobilità umana, potremmo dire, come lei spesso dice, TENERE DURO, espressione più vitale e futurista del mio classico RESISTENZA. Non a caso, la sua lezione di saluto, a Utrecht, nel 2022, aveva un titolo illuminante, disarmato e disarmante, Affirmative Ethics: We Are Rooted But We Flow. Etica affermativa: Abbiamo radici ma siamo fluidi. Come Byron.

LA RUBRICA DI MARIA PAOLA PATUELLI È A CADENZA MENSILE