Il piano ENI mette a rischio oltre mille posti di lavoro al Petrolchimico di Ravenna. Cgil pronta alla mobilitazione, se sarà necessario
Riaprire il tavolo regionale della Chimica, per affrontare la crisi che coinvolge anche il Petrolchimico ravennate. È la promessa di Vincenzo Colla, vicepresidente e assessore regionale con delega alle attività produttive, alla platea di delegati e lavoratori dell’iniziativa organizzata da CGIL ieri in provincia di Ferrara, per discutere i rischi che il piano strategico di ENI potrebbe portare a breve anche in provincia di Ravenna. Presente anche l’assessore Giovanni Paglia, con delega al lavoro.
“Un primo passo che valutiamo molto positivamente”, commenta Fabio Rossi, segretario della Filctem Cgil di Ravenna, che non esclude di arrivare alla mobilitazione generale, se il petrolchimico di Ravenna venisse minacciato di tagli o chiusure. All’orizzonte c’è il tavolo politico, che il Governo deve convocare al Mimit (Ministero delle Imprese e del Made in Italy), al quale la Filctem di Ravenna promette di arrivare con un presidio di lavoratori. “Ma, se sarà necessario, siamo pronti ad attivarci, coinvolgendo non solo i lavoratori del comparto chimico, ma tutti quelli che vivono di petrolchimico”.
E sono tanti. Nella fattispecie si parla di oltre 700 lavoratori in Versalis, a cui si sommano circa 120 dipendenti del Consorzio RSI (Ravenna Servizi Industriali), le cosiddette “consociate”, aziende del comparto petrolchimico, come Yara e Vinavil. Ma anche altre di via Baiona, come Polint. In tutto si contano qualcosa come 1.200-1.300 posti di lavoro direttamente legati alla produzione del sito Versalis. Poi c’è tutto l’indotto: secondo una stima approssimativa, per ogni lavoratore chimico se ne devono contare 3 nell’indotto. Stiamo parlando di tante figure lavorative: muratori, saldatori, trasporti, ma anche la ristorazione con le mense e il commercio, fino ad arrivare al bar e alla piadineria che campa con la pausa pranzo dei lavoratori.
Da dove vengono i venti di crisi
“La premessa è questa – spiega Rossi -: i petrolchimici di Versalis sono un sistema integrato che funziona proprio per questo: ogni stabilimento fornisce materie prime agli altri, in una vera e propria circolarità. In più, ogni stabilimento di Versalis è, a sua volta nei vari territori, integrato con altre aziende: a Ravenna oltre a quelle insediate nel petrolchimico, ci sono rapporti stretti con le altre di via Baiona, che acquisiscono materiali dalle aziende chimiche per le loro produzioni. È chiaro che, con la chiusura degli stabilimenti di Brindisi e di Priolo, siamo di fronte ad un chiaro segnale che Eni non vuole avere più a che fare con la chimica di base. Non l’hanno detto espressamente, ma lo fanno capire”.
Gli impatti su Ravenna
“Il primo impatto è sulle forniture – aggiunge Rossi -: le materie prime che poi vengono lavorate a Ravenna non arriveranno più da Brindisi o da Priolo (i due stabilimenti in Puglia e Sicilia che Eni chiuderà, n.d.r.), ma verranno acquistate sul mercato, con tutto quello che ne consegue: arriveranno sempre via nave, ma essendo altri i fornitori, potrebbero esserci ritardi, aumenti nei costi, qualità della materia prima non costante. Problemi di natura produttiva e logistica. Quest’impatto è atteso subito, con la chiusura annunciata dei cracking di Brindisi e Priolo”. Lo stabilimento di Brindisi doveva chiudere ad aprile, ma è notizia di ieri che c’è la volontà di anticipare a marzo. Priolo dovrebbe essere chiuso entro la fine dell’anno.
“Impatti più a lungo termine possono poi essere ancora più pesanti – continua il segretario Filctem -: oggi Eni ci dice che produrre l’etilene nei cracking costa troppo da un punto di vista energetico, il prodotto è reperibile sui mercati a prezzi inferiori, ma il rischio è che possa poi fare la stessa considerazione anche per la chimica a valle, quella che facciamo noi a Ravenna, perché il costo dell’energia è lo stesso”.
“A meno che, e questo è il nostro auspicio – precisa -, non si facciano seri investimenti, vere riconversioni, venga costruito un altro tipo di impianto. Ma al momento non se ne da conto. Quello che noi facciamo è un discorso strategico, che va al di là dei ragionamenti sul singolo sito: l’ottica dell’azienda sembra quella della dismissione. A Ravenna il petrolchimico è praticamente un’istituzione, ci sono lavoratori di “terza generazione”: ci lavorava il padre e prima di lui il nonno. Vorremmo che continuasse anche per il futuro, ma questo piano di Eni non ci rassicura per niente, anzi. Il primo segnale è stata la chiusura del cracking di Porto Marghera, qualche anno fa. Ora arrivano gli stabilimenti di Brindisi e Priolo. Il rischio è davvero concreto anche per i nostri territori”.
D’altronde, come sottolinea Rossi, da anni i sindacati denunciano il restringimento delle posizioni lavorative nella chimica, con pensionamenti che non vengono rimpiazzati e lavoratori incentivati ad uscire dal comparto: “tutti gli impianti lavorano con il minimo dei dipendenti, c’è una situazione di sotto organico costante”, chiude il sindacalista.


