Kraugé, l’ultima fatica letteraria del ravennate Eugenio Sideri è un urlo di dolore e rabbia per drammi senza tempo: stragi, morti bianche, crisi del lavoro
È uscito l’ultimo libro di Eugenio Sideri, drammaturgo e regista ravennate, fondatore della compagnia Lady Godiva Teatro, da tempo dedito al teatro di impegno civile e sociale. Si intitola “Kraugé. Tre tragedie moderne” (edizioni Pendragon), con prefazione a cura di Lorenzo Donati e postfazione di Andrea Baravelli, docenti rispettivamente dell’Università di Bologna e di Ferrara.
Enrico Rambaldi ha realizzato l’immagine di copertina e le xilografie interne, mentre il repertorio fotografico all’interno del libro è a cura di Marco Parollo. Come autore teatrale Sideri ha pubblicato, tra gli altri, per i tipi della Fernandel, “Anima e carne. Donne in scena” (2006), e “Partigiani. Storie della Resistenza raccontate a teatro” (2018). Nel 2021 ha dato alle stampe, per Pendragon, il suo primo romanzo, “Ernesto faceva le case”.
L’INTERVISTA
Sideri, partendo dal titolo, “Kraugé”: può spiegare cosa significa e come è stato scelto?
«Kraugé, in greco antico, significa ‘urlo’ di dolore, ma anche urlo di rabbia. È una parola che mi ha regalato Carlo Giannelli Garavini, uno dei miei compagni di viaggio da ormai dieci anni. L’ho trovata idonea, perché identifica il sentimento che guida questi testi: il dolore e la rabbia. Kraugé nasce dall’esigenza di fissare sulla carta copioni scritti negli ultimi cinque anni, due dei quali tuttora in repertorio (“Tantum ergo” e “Lo squalo”) e un inedito (“Quasi una farsa-italiana”)».
Il volume contiene tre copioni, tre tragedie moderne. Qual è il filo conduttore?
«Sono testi in cui è presente il sentire comune di personaggi ‘che non fanno storia’ ma che, come dice Lorenzo Donati nella prefazione, appartengono alla ‘storia del presente’. Il mio sguardo si pone, attraverso le loro vicende e i loro sentimenti, su fratture ancora dolenti del nostro Paese. Mi sono sempre interessati i lavoratori, le persone che nella vita quotidiana cercano di resistere e a volte soccombono di fronte all’ingiustizia di un mondo che non li riconosce più».
Soffermandosi sul primo testo teatrale, “Tantum ergo. Oratorio civile in dodici stazioni”, si parla della strage della stazione di Bologna del 1980. Qual è il punto di vista che le interessava raccontare?
«Ho scelto di non indagare sul filo dell’inchiesta, ma dell’emozione: dolore e rabbia che trovano respiro proprio da due vittime ravennati, Antonella Ceci e Leo Luca Marino. In loro, e in tutte le vittime della strage, urge il grido di Kraugé: rabbia di una giustizia che ancora non ha concluso il suo corso e dolore per una morte assurda. Lo stragismo, a Bologna, quel mattino del 2 agosto 1980, ha colpito senza ritegno, assassinando con vigliacca casualità e disegnando una delle sue pagini più atroci e dolorose. La vicenda di Antonella e Leo Luca diventa motivo di indagine in quello strappo nel muro della sala d’attesa, tuttora visibile a Bologna, come testimonianza e segno di un dolore che ancora non si è chiuso, di una sofferenza che grida giustizia».
Poi c’è “Lo squalo. Monologo in cucina e sedia a rotelle”, incentrato sulla tragedia del cantiere Mecnavi al porto di Ravenna. Che cosa racconta?
«Avevo 19 anni, quel 13 marzo 1987, e vedevo il fumo attraversare il cielo di Ravenna. Il giorno dopo ero insieme a decine e decine di giovani a tenere quello striscione con scritto: “Mai più”. Ecco, racconto questo perché quella scritta volevo fosse una promessa, fatta a me stesso e fatta da una città in lacrime, una brutta storia di caporalato, di uomini morti come topi… Quando il costo del lavoro vale il costo della vita, allora la società ha fallito. È un testo dedicato al porto di Ravenna e a tutte le imprese che ogni giorno si impegnano per lavorare nel massimo della sicurezza. È dedicato alle morti bianche e agli incidenti sul lavoro. Ogni giorno dell’anno dobbiamo tenere alto il livello di attenzione, ogni giorno la sicurezza deve essere al primo posto».
Il terzo copione è “Quasi una farsa (italiana). Atto unico in cinque stasimi”, con protagonista Ernesto. Quanto è attuale oggi il tema del lavoro?
«Il dramma di Ernesto, il protagonista, e con lui il tema del lavoro, ci ripropone drammaticamente nella crisi e in molti paradossi del nostro Stivale. “Un paese che, forse per la corsa troppo affannosa – dice lo storico Andrea Baravelli nella postfazione del volume –, per i tanti risultati raggiunti, negli ultimi decenni si è ritrovato, oltre che confuso, tremendamente sospettoso e arrabbiato”».
Il suo è sempre stato un teatro impegnato e incentrato sul recupero della memoria. Cos’è cambiato nel tempo nel suo approccio e nel dialogo con il pubblico o i lettori?
«Sono sempre stato molto sincero con il mio pubblico: a loro dono quello che sento, le parole e i sentimenti che mi carico sulle spalle ogni volta che costruisco una storia, che do voce a un personaggio. Scavo sempre di più dentro di me, nel cuore dei sentimenti, e mi sembra di lasciare più spazio alla poesia, nella mia scrittura».
Come valuta le nuove generazioni? Di cosa hanno bisogno? Crede che ci sia maggiore smarrimento e fragilità, come spesso si sente dire?
«Il passaggio del secolo ha lasciato molte macerie. Molte delle certezze e degli ideali con cui, ad esempio, la mia generazione era cresciuta, si sono sgretolati. Occorre che diamo forza ai giovani, per aiutarli a ricostruire. Non perdiamo i vecchi valori, ma ritroviamoli e diamogli un nuovo contesto. Non si tratta di guardare troppo indietro, ma di tenere vivi e attuali sentimenti di cui abbiamo bisogno per ripartire: il senso di Comunità, la forza della Democrazia, la Memoria come radice del futuro, l’antifascismo non solo come voce contro ciò che è stato il Ventennio, ma contro ogni rigurgito sessista, contro i soprusi del patriarcato, della violenza di genere, del razzismo».
Quali saranno i suoi prossimi impegni? Se hai altre presentazioni del libro, puoi indicarmele…
«In aprile saremo impegnati in repliche di “Biciclette partigiane”, una miscellanea di racconti della Resistenza romagnola; il 10 aprile, poi, ad Alfonsine, saremo in piazza con “Corri ragazzo corri adesso, un evento dedicato all’80° della Liberazione della cittadina, che realizzeremo insieme ai partecipanti – oltre 40 – alla chiamata pubblica, che costituiranno la Brigata di voci resistenti. Il 29 aprile sarò al Teatro Socjale di Piangipane, all’interno della Stagione di Ravenna Teatro, con lo spettacolo “OlmO. Io corro per vendetta” e, nella stessa serata, presenteremo anche “Kraugé”. E poi, sempre a proposito di Resistenza, sto lavorando a “I 7 Cervi”, un progetto patrocinato dall’Istituto Cervi di Gattatico (Reggio Emilia), che andrà in scena a fine ottobre. La loro storia è davvero emblematica e necessaria, specie di questi tempi!».


