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A, B, C DELLA DEMOCRAZIA. C COME COSTITUZIONE / Pensando a Gaza e al mondo… Sentinella, quanto resta della notte?
Le parole che seguono sono state pensate e scritte dopo lo sciopero del 22 settembre e dopo l’incontro di Francesca Albanese con i portuali, con il Sindaco e con la cittadinanza di Ravenna del 26 settembre scorso. Scritte però prima della mobilitazione del personale sanitario del 2 ottobre, dello sciopero generale del 3 ottobre e della manifestazione di sabato, 4 ottobre, a Roma. Il popolo di Gaza sta ringraziando, con messaggi di grande commozione, il popolo italiano che si è riversato per settimane nelle strade di tantissime città. L’Europa si è accorta – a due distinte velocità – di questa SUMUD italiana. Un’Europa, soprattutto di gioventù e mondo della pace, ci guarda con ammirazione. Un’altra, che in questi anni per la Palestina ha solo balbettato, con un certo irritato stupore. Mi accingo ora a rileggere quello che ho scritto, curiosa di vedere se può dare la mano a chi ha portato il proprio corpo e la propria voce, in terra italiana e in acque internazionali. Equipaggio di terra e di mare. Vedremo poi, in conclusione, quali saranno gli interrogativi sospesi.

Ci fu un tempo, non lontano, nel quale il finire dell’estate era l’annuncio di una stagione molto bella, l’inizio dell’autunno, con lo splendore del foliage di ogni colore e varie sfumature, la mitezza della temperatura e la bellezza delle giornate ancora a lungo luminose. La notte era breve, e l’aurora era un annuncio di tanta e durevole luce. Il tempo dell’attesa del foliage è in realtà lontanissimo. Appartiene non a un’altra stagione. Appartiene a un’era definitivamente conclusa, anche se il foliage continua e ci affascina, per la sua bellezza. La mia generazione vive un paradosso. Avere vissuto gran parte del proprio tempo in un’era archiviata dalla storia, mentre il proprio breve tempo è ancora in corso. Altro che piedi in due staffe. Una staffa non c’è più, e l’altra ancora non si trova. Forse, i popoli della parte occidentale dell’Impero in dissolvimento, dal V sec. in avanti, si sono trovati in simile condizione. Ma i media non c’erano a raccontare il venir meno di un mondo. Oggi, il finire lo vediamo in presa diretta. Ma non ha lo splendore del foliage.
Ho preso in mano in questi giorni un saggio scritto da Nancy Fraser nel 2017 ma pubblicato nel 2019. Il titolo scelto da Nancy Frazer è The Old Is Dying and New Cannot Be Born, una frase scritta in carcere da Gramsci in uno dei Quaderni, nel 1930. Nel 2017 era in corso il Trump 1, e nel 1930 era in corso l’età d’oro (perdonatemi!) del fascismo italiano.C’era la notte e non si annunciava nessuna aurora. Gramsci vedeva il sistema parlamentare italiano già morto e in seria difficoltà nel resto dell’Europa. Frazer vedeva in Trump – effetto e non causa del suo vacillare – un forte vulnus al sistema democratico statunitense. Ben prima della aggressione a Capitol Hill, e del ritorno di Trump nel 2024, dopo il debole e contraddittorio intermezzo di Biden. Queste le precise parole di Gramsci il vecchio muore e il nuovo non può nascere; in questo interregno si manifesta una grande varietà di sintomi morbosi. Sono parole che hanno colpito Frazer, filosofa femminista e socialista, parole che mi fanno pensare all’interregno nel quale siamo. Un tempo oscuro, con sintomi morbosi, cioè di malattia, e in una nostra situazione sospesa, per quanto non immobile. Mi interrogo su quel non può. Perché il nuovo non può? Mancano le condizioni per il cambiamento? Per Gramsci il nuovo certamente non sarebbe stato il ritorno alla imperfetta Italia dello Statuto Albertino. Né Frazer poteva sperare il ritorno al We the People del 1787, né di figure del valore di Thomas Jefferson.

È al mattino, quando la luce è ancora incerta, che compare in me un pensiero ricorrente. Anzi, una frase mi martella. Adda passà ‘a nuttata. Parole che fanno parte del grande teatro di Eduardo De Filippo. Le ultime parole pronunciate nella commedia (commedia o tragicommedia?) Napoli milionaria, prima rappresentazione 25 marzo 1945. Data interessante. Napoli liberata da tempo, dalla grande azione del popolo napoletano nel settembre del 1943, prima che arrivassero gli angloamericani. La Liberazione definitiva, in Italia, si ebbe solo un mese dopo quella rappresentazione. Quando Napoli fu liberata, al Nord continuarono tragedie e devastazioni. Insomma, la nottata non era ancora passata, e De Filippo mette in scena la devastazione etica portata dalla guerra, anche nella famiglia di cui si narra la storia.
Il nesso fra guerra, economia di guerra, malaffare, mercato nero, ruberie e la voglia di normalità. Il protagonista, dato per disperso ma tornato da un campo di internamento dopo due anni, cerca di raccontare il suo terribile vissuto, ma nessuno vuole ascoltarlo. La normalità deve essere godimento, da non rattristare con racconti dolorosi. Però, la famiglia è turbata. La piccola di casa è gravemente ammalata. A fatica si trova il farmaco necessario. Viene un aiuto da chi, dalla famiglia arricchita con il mercato nero, era stato con disprezzo respinto. Ma la medicina la trova e la dà lui, il disprezzato. Solo passata la notte, dice il medico, al mattino dopo, quindi, si saprà se la medicina ha fatto effetto. Ma l’ultimo atto finisce con il dubbio Adda passà ‘a nuttata. Non sappiamo se la piccola guarirà. Con il messaggio di De Filippo, nel 1945, possiamo estendere l’interrogativo. La seconda guerra mondiale, con la sconfitta del nazifascismo, è stata la medicina che ha fatto guarire il mondo? Domanda retorica. La notte è buia, profondamente buia. E il seguito non lo conosciamo. La nuttata è in corso.


Le parole di De Filippo mi hanno riportato anche ad altre parole, dette e scritte circa cinquanta anni dopo, nel 1994, da un Padre Costituente, Giuseppe Dossetti. Una vita inusuale, la sua. Giurista, antifascista, docente universitario, impegnato nella Resistenza, senza armi ma accanto a chi le armi le aveva, intensamente cristiano, eletto con la DC alla Assemblea Costituente. La nostra Costituzione deve molto a lui e a Piero Calamandrei, due giuristi che univano le scienza giuridica a una forte passione civile e politica, un po’ mosche bianche all’interno dei loro rispettivi mondi. Dossetti preoccupato per il filo atlantismo di De Gasperi, e in posizione negativa rispetto alla Nato. Calamandrei preoccupato per la persistenza di resistenze cattoliche alla piena laicità dell’ordinamento repubblicano. La loro uscita dalla sfera pubblica è stato un danno per gli anni a seguire della nostra giovane Repubblica.
Dossetti sceglie il sacerdozio e la vita monacale. La sua coscienza gli disse che essere coerentemente cristiano vivendo la politica nella DC era, per lui, impossibile. Calamandrei muore nel 1956, poco prima dell’invasione dell’Ungheria da parte dell’URSS. Possiamo considerare suo testamento politico il Discorso ai giovani sulla Costituzione, del 1955. Una lezione indimenticabile che spesso, in questi anni, abbiamo proposto alle studentesse e agli studenti della nostra città. Nello stesso anno, il 1955, ci fu la definitiva scelta religiosa di Dossetti, che da Terziario francescano che già era, diventerà sacerdote nel 1959. Sarà accanto al cardinale di Bologna Giacomo Lercaro durante gli anni del Concilio Vaticano Secondo, voluto da Papa Giovanni XXIII. Ebbe in quegli anni inizio un certo disgelo, che rese meno impenetrabile la cortina di ferro. I missili sovietici a Cuba furono disattivati dalla politica. Alla tragedia della invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968, non si rispose con una Nato più minacciosa del solito. Intanto, tanta gioventù dell’Occidente era con i Vietcong e con i giovani americani che bruciavano le cartoline precetto. Lercaro condannò l’intervento americano nel Vietnam. La Santa Sede rimosse Lercaro da Bologna. Vinsero i Vietcong. Dossetti si auto rimosse da Bologna e si trasferì a Gerico, nella Palestina occupata da Israele.
Non ricordavo questa sua scelta in modo preciso. Una conferma, però, qui la vedo. La coscienza di Dossetti non gli dava tregua. Anche quando, nel 1994, cinque anni dopo il 1989 e appena vista la vittoria elettorale di Berlusconi, ricordando un altro Padre Costituente, Giuseppe Lazzati, amico di politica e di fede evangelica, Dossetti fece una straordinaria tessitura, con parole della Bibbia e con analisi politica sulla oscurità del suo tempo. Mi si dice che è vera profezia quella che guarda e interpreta il presente. Dossetti parlò di notte, di buio, in modo radicale, spietato, direi. Senza, cioè, pietà o dolcezze che smussassero gli angoli. Il suo discorso fu poi pubblicato. È profetico, perché legge quel presente e lo interpreta. Un testo quasi scomparso dal dibattito pubblico. Lo conosco perché è stato spesso al centro delle riflessioni scambiate con Pietro Albonetti, un cristiano radicale, come Dossetti.
L’esergo del testo pubblicato è una citazione Sentinella, quanto resta della notte? Isaia 21,11. È un passo enigmatico, allude, non risolve. E non c’è risposta, come nel caso della bimba napoletana. In quel caso la notte era in corso, nel caso della Sentinella la notte è in corso e, dice Dossetti, noi – anno 1994 – siamo nella notte. E va detto. La notte è notte – parole di Dossetti -, è inutile girarci attorno e sfumare il giudizio, e non sappiamo quale sarà la sua durata. Nella analisi di Dossetti si trova, però, il perché del buio pesto. Tralascio gli aspetti per lui deludenti di una religiosità cattolica non spirituale – parla di sedicenti cristiani non cristiani -, sottolineata più volte dal monaco di Gerico, che, dopo alcuni anni, aveva scelto Gerusalemme. Si era imposto il silenzio rispetto alle cose del mondo che lo ospitava. Un silenzio che ruppe, però, dopo il massacro compiuto dalle falangi cristiane con la complicità dell’esercito israeliano nel campo profughi palestinesi a Sabra e Chatila del 1982.
Così scrisse al premier israeliano dell’epoca, Menachem Begin Non è lecito in assoluto e per nessun motivo. La stampa dell’epoca descrive scenari tremendi. Montagne di morti e di corpi palestinesi straziati. Cosa ci viene in mente, nel buio di oggi? Anche un decennio dopo Dossetti fece risentire la sua voce, quando vide l’Italia partecipare alla Guerra del Golfo, nel 1991, su spinta degli Stati Uniti. Scrisse Gli italiani coscienti non solo non possono approvare una simile impresa, ma se ne debbono dissociare. La coscienza, ecco il metro che assillava Dossetti, che ci assilla. Un assillo faticoso, un continuo dubitare e interrogare. Soprattutto la memoria può dare una mano alla nostra coscienza. La Guerra del Golfo fu presentata come la soluzione di tutti i mali del Medio Oriente e dintorni. Sono da allora passati quasi trentacinque anni. Il seguito? Twin Towers, Afghanistan, Iraq, primavere (?) arabe, Cisgiordania divorata, boccone dopo boccone, dai coloni israeliani, 7 ottobre e genocidio del popolo gazawi.
Pochi giorni fa il ministro della guerra di Trump ha convocato tutti i generali americani sparsi nel mondo – tantissimi a quanto pare -, un mondo in piena crisi di nervi, e così li ha ammoniti. Visto che vogliamo la pace dobbiamo fare la guerra, quindi prepariamoci a farla. Mi chiedo. Sono ignoranti di storia, sono dei “senza pensiero”? O sono, per stare in un comune buon senso, criminali e non solo di guerra? Se rispondo criminali, un minuto dopo mi chiedo perché.
Tornando a La sentinella di Dossetti, mi soffermo su passi che sembrano scritti in questo preciso istante. Il quadro che dipinge nel 1994 è il seguente. Testuale. Incapacità di pensare politicamente, la mancanza di grandi punti di riferimento, l’esaurimento di tutta una cultura politica e di un’etica conseguente. Ecco, questo è buio, né può essere diversamente definito. È il male che compare – direbbe Hannah Arendt – quando il pensiero si arresta. Sullo sfondo del suo testo, un non detto traspare. Se tutti coloro che si dicono cristiani lo fossero stati e lo fossero veramente… Come? Semplice, dice. Vivendo il Vangelo. E qui mi sovviene un tarlo che mi accompagna da tempo. Se tutte le persone che si dicono di sinistra lo fossero veramente. Come? Qui il metro che misura si trova meno facilmente. Non vi è un testo di ispirazione divina a indicare la strada.
La storia muta e ci cambia. E i grandi punti di riferimento, scompaiono o permangono? La Bibbia civile a cui si riferiva il Presidente Carlo Azelio Ciampi, la Costituzione e le Costituzioni scritte non duemila anni fa, ma un minuto fa, dopo la seconda guerra mondiale, esistono o sono scomparse? La Costituzione è di sinistra? Sarebbe una forzatura storica, anche nel contesto che la vide nascere. Ma certamente non è di destra. Come la Dichiarazione universale dei diritti umani, come il Diritto internazionale che ne è seguito.Non è un caso che la destra italiana la disprezzi, la nostra Costituzione. È bolscevica, disse Berlusconi, di grandi capacità imprenditoriali e di grande ignoranza storica, caratteristiche che non gli hanno impedito di avere funerali di stato, il lutto nazionale con relative bandiere abbrunate, che non tutti hanno appeso, con eccellente prova di disubbidienza civile. Neppure la Dichiarazione universale dei diritti umani e il Diritto internazionale sono di sinistra. Sicuramente non sono di destra e vediamo come la radicale onda di estrema destra che attraversa buona parte del mondo li disprezzi e li calpesti, in modo esplicito, dichiarato. In questo preciso momento il Diritto internazionale è ancora in documenti scritti, ma è sospeso.

Siamo forse in uno stato di eccezione, quello che piaceva a Karl Schmitt? Schmitt vide sicuramente la crisi del mondo borghese, dopo la prima guerra, alla quale, a suo avviso, non si doveva rispondere con la democrazia liberale ma con uno Stato forte, accentrato, non di diritto ma di forza. E di violenza, quando alla forza si resiste.Questa, in estrema sintesi, è destra, anche quando la troviamo in storie che si sono millantate di sinistra, con evidente eterogenesi dei fini. E la forza compare, e tanta, quando si ha di fronte un nemico da abbattere. Non esiste politica senza nemico, sentenziò Schmitt. Detto e fatto. Al lavoro, dunque, nella Germania di Schmitt, per preparare il secondo conflitto mondiale. Inoltre, Schmitt ebbe anche creatività etimologica. Disse che politica non derivava da polis, città, ma da polemos, guerra. Vedo Aristotele fra lo sbalordito e il divertito. La politica per esserci ha bisogno del nemico. Trump, amico di Schmitt, ha cambiato nome al suo Ministero. Non più della difesa, ma, così lo ha rinominato, della guerra.
Allora, in tale contesto, quale metro realistico, chi si pensa di sinistra, può avere a disposizione? In attesa di un futuro non imminente, e in ogni caso ignoto, il metro è la Costituzione. La sua attuazione sarebbe, in Italia, la rivoluzione promessa di cui parlava Calamandrei. Costituzione come indicazione, come bussola, per la sua attuazione. Non solo, quindi, generico richiamo, o insincero giuramento sulla Carta. Non c’è un prima a cui tornare. Infatti, la Costituzione veramente attuata non fa parte della storia della nostra Repubblica. In questi giorni ho visto un film a suo tempo trascurato. Il Divo, di Paolo Sorrentino. Una vera lezione di storia italiana contemporanea. Che mi ha rafforzato in una mia convinzione, che raramente trova consenso. Nostalgia della cosiddetta prima Repubblica? Dipende. Le più importanti riforme, negli anni Settanta, furono l’esito di mobilitazioni sociali e culturali, non doni caduti dal cielo. Non riuscirono però a scalfire un sistema di potere che aveva radici profondissime nella società, a prescindere dalla Costituzione, anzi, estranee e ostili alla Costituzione.
E il Divo (Giulio Andreotti) fu maestro nel gioco spietato che avveniva con mani sotto i tavoli e che non di rado esplodeva in ammazzamenti e regolamenti esemplari, in tragedie indotte e condotte da servizi servizievoli, più che deviati. Il fatto che anche il Divo, a un certo punto, sia stato travolto, ma restando i piedi, e Senatore a vita, non significò il risanamento della Repubblica. Nessun’altro paese dell’Europa occidentale si è trovato nelle nostre condizioni, dopo il 1989. Neppure la Spagna, che pure ha avuto il fascismo in casa fino a metà degli anni Settanta. Dopo la caduta di quel sistema, il sistema del Divo e della sua ampia e plurale corte, sarebbe stata necessaria una rivoluzione, nel segno della Costituzione. Rivoluzione culturale, politica, non violenta, naturalmente. Non ci fu. Non c’erano attori pronti e adatti allo scopo. Né la Magistratura poteva – anzi, non doveva e non voleva – avere ruolo politico. Avverto non di rado una colpevolizzazione della Magistratura, che sollevò il velo che copriva tantissima polvere sotto il tappeto. Era meglio che il tappeto non fosse stato sollevato. La Magistratura doveva stare al suo posto e deve, ancora oggi, essere messa in condizione di non nuocere. Pensieri e parole che circolano.
Anche oggi, infatti, assistiamo all’ennesimo tentativo di sgomberare il campo da ciò che può impedire l’affermarsi dello Stato d’eccezione. Quindi, aggredire la Costituzione in ciò che la rende democratica e liberale. Indigeste, molto indigeste, sono la centralità del Parlamento e una Magistratura autonoma e che si autogoverna. Fu ancora, nel 1994, Dossetti, padre Costituente, a sentire puzza di bruciato. Scrisse al sindaco di Bologna Walter Vitali una lettera che ricordo ancora con gratitudine, nella quale propose comitati impegnati e organicamente collegati per una difesa dei valori fondamentali espressi dalla nostra Costituzione. Solo dieci anni dopo prendemmo sul serio l’invito di Dossetti e a questo impegno ci dedicammo. Lavoro ancora in corso. Ma non credo sia possibile che la notte possa finire con un ritorno al prima. Lo dice anche Dossetti, nel 1994. Dopo il 1989 non c’è un prima, né per noi, né per l’Europa, né per gli Usa, dove tornare o di cui avere nostalgia. Certo, ogni realtà, ogni cultura, ogni paese farà i conti con la propria storia. Vie di uscita dalla notte eguali non ci saranno. Ma il buio della notte non cancella la storia. Cerchiamo quindi di conoscerla, la storia, senza farcene schiacciare, senza ripetere o cercare di fare rivivere ciò che non può tornare. La nostalgia non è una categoria della politica. La conoscenza della storia e una bussola funzionante sono invece irrinunciabili.

Strade nuove si intravedono. La tragedia del popolo palestinese può essere cartina di tornasole che mostra quanto sia assurdo ciò che accade a Gaza, ma non solo. Una tragedia che sembra smuovere coscienze ad ampio raggio, e in varie parti del mondo. Sumud Flotilla è stata un esempio di come alla guerra, alla violazione del diritto internazionale, allo squallore della regola che vede nel nemico una necessità, sia possibile opporsi in forma nuova, radicale ma non violenta. Un esempio che ha mobilitando coscienze, che si attivano, si mostrano, parlano, scrivono, si collegano e stanno dando vita a un grande movimento, plurale e, mi auguro, unitario e permanente. Rispetto del diritto internazionale, rispetto della legge. Un movimento ragionevole, consapevole che le leggi sono garanzia di giustizia per tutte e tutti, in particolare per chi, fino a un istante prima del comparire delle leggi e delle Costituzioni, diritti non ne aveva. Certo, non sono garanzia di giustizia leggi fatte da chi comanda durante lo Stato di eccezione. Esistono anche leggi brutali, alle quali è possibile rispondere con la disobbedienza e con movimenti che si oppongono allo Stato di eccezione, di cui le guerre e i violenti soprusi sono il colmo. No, non siamo venuti al mondo per vedere questo ritorno della clava, dice la marea di giovani che stanno muovendosi, ovunque, e soprattutto in Italia. Un movimento che non si affida alla forza fisica, ma chiede diritti, giustizia, libertà, rispetto. Anime belle destinate al nulla?
Ma cos’altro deve accadere, dopo le parole dette da Trump al funerale di Charlie Kirk? Dopo l’unisono di Giorgia Meloni, sempre su Kirk, per comprendere quanto sia nero il buio del presente? Tutto sembra debordare dalle, per quanto deboli, paratie che tenevano in piedi una certa rappresentazione. Non era e non è questione di buone maniere. Ma sappiamo quanto le parole pesino e significhino. Tempo fa la politologa Nadia Urbinati, che conosce bene gli Usa, dove insegna – ne è diventata anche cittadina – scrisse che alla corte del tycoon era in vigore solo la filosofia della clava. E aggiunse che, per qualche decennio, la clava era stata sottotraccia. Già, come in Italia, prima che cadesse il Divo Giulio, quanta sottotraccia c’era. A noi, cittadine e cittadini delle Costituzioni e del Diritto internazionale, cosa conviene, che la clava sia visibile o che resti sotto traccia? Domanda retorica, ma scomoda e stringente.

In ogni caso Urbinati, in una ulteriore messa a punto, dice chiaramente che oggi il governare di Trump è fuori da ogni ordine democratico. È troppo dire che è un governare fascista? Imprigionare giornalisti, licenziare magistrati, espellere, minacciare, dire che l’odio è cosa buona, cosa è? In attesa di trovare un termine adeguato all’oggi, possiamo dire che del fascismo è fotocopia. Vedremo se il popolo americano approva, si rassegna, o si oppone. Movimenti si intravedono. Vedo che è in corso di preparazione, a New York, una grande mobilitazione non violenta e – si dice a chiare lettere – contro il fascismo, per il prossimo 5 novembre, un anno esatto dalla vittoria di Trump. La parte radicale del partito democratico pare si stia muovendo. Presto ci saranno le elezioni per rinnovare il sindaco di New York. New York, città da me molto amata, avrà un sindaco democratico e socialista? Siamo in attesa di una, per quanto circoscritta, luce. Le elezioni, a New York, ci saranno il prossimo novembre, e nelle prossime settimane tutto può accadere, nel mondo. Chissà che non possa anche accadere che un giovane uomo, di trentatré anni, socialista e musulmano, di nome Zohran Mamdami, non diventi sindaco della grande mela, non più avvelenata.
La clava. Interessante vederne la forma, molto chiara nelle parole dette dal tycoon al funerale di Charlie Kirk. Al funerale dice: Era un missionario con uno spirito nobile e un grande, grande scopo. Non odiava i suoi avversari. Voleva il meglio per loro. Su questo punto non ero d’accordo con Charlie. Io odio i miei avversari e non voglio il meglio per loro. Sulla nobiltà di Kirk, ho ascoltato parole di Gianni Cuperlo, in un recente intervento alla Camera. Kirk, ma quale martire della libertà? Ecco, ha ricordato Cuperlo, piccoli assaggi del pensiero del martire, che tanto ama i suoi nemici. Michelle Obama ha un cervello più piccolo di una donna bianca. Se mia figlia viene stuprata e resta incinta, deve tenere il bambino. Perché Dio lo vuole. La pena di morte, vorrei che la mettessero in televisione, perché la vedessero i bambini. Cuperlo ha avuto parole forti e alte, nello sbugiardare Kirk e i suoi sodali. Quelle di cui ha bisogno la sinistra per risvegliarsi. Che dire? Aggiungo. Il governo italiano ha voluto commemorare Kirk in Parlamento, perché, dice Meloni, amica di Trump, è un martire della libertà. Ma, ha ricordato Cuperlo, senza per nulla nascondere la sua indignazione, nessuna parola è stata spesa nel nostro Parlamento, nel giugno scorso, dopo l’assassinio, in Minnesota, di Melissa Hortman deputata del Partito Democratico, e di suo marito Mark. Melissa, impegnata per l’autodeterminazione delle donne e per il diritto alla salute. Una nemica, da eliminare. Le clave a questo servono.
Clave mostrate da Trump anche alla assemblea generale dell’ONU. Disprezzo per l’Europa, e per l’ONU, senza nessun giro di parole. La sintesi L’immigrazione e l’alto costo della cosiddetta energia rinnovabile verde stanno distruggendo una gran parte del mondo libero e una gran parte del nostro pianeta. I Paesi che amano la libertà stanno svanendo rapidamente a causa delle loro politiche su questi due argomenti. Avete bisogno di confini forti e di fonti energetiche tradizionali se volete tornare a essere grandi. L’emergenza climatica è una bufala. Che dire? E il piano di pace per Gaza, concordato con Israele, con Tony Blair officiante, e – forse? – con i paesi arabi, senza che neppure un palestinese abbia potuto aprire bocca, cosa è? O accettate questo, o sarà l’inferno. Non aggiungo altro, perché sono in attesa di parole gazawi. Con la speranza che ciò che resta del popolo gazawi non sia obbligato al silenzio o disperatamente muto.

Ora, dopo il 4 ottobre, ho riletto. Confermo che siamo nella notte. Che la Palestina è forse per la gioventù di oggi quello che il Vietnam è stato per la mia generazione, e ha messo in movimento tante coscienze, uscite dallo sconforto e dal silenzio. SUMUD e l’equipaggio di terra, diversi milioni di persone del tutto pacifiche, nulla hanno da spartire con le poche decine di violenti che fanno venire l’acquolina in bocca certamente non a noi, ma chi le nostre bellissime manifestazioni aborre. A chi giovano questi pochi giovani mascherati e violenti? Certamente non alla pace.
Interrogativi sospesi. Questa “altra” Italia, che ha scoperto l’importanza delle leggi, del diritto, della Costituzione, della Pace, come pensa di organizzarsi per arrivare là dove le leggi si scrivono, in un modo o nell’altro, e si attuano, in un modo o nell’altro? La ricerca è in corso e la notte non è ancora passata.


