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“Dalle piazze per la Flotilla riparta una politica fatta dalla gente”: il messaggio del ravennate Biasioli, tornato dal carcere israeliano, tra trattamenti inumani e violenze

Che senso ha parlare di Global Sumud Flotilla ora che gli attivisti sono tornati a casa e la missione è terminata? Cosa è rimasto delle piazze affollate, come quelle che abbiamo visto anche a Ravenna nei giorni in cui gli attivisti erano in mare? Lo ha spiegato molto chiaramente Carlo Alberto Biasioli, unico ravennate parte del più popolato tentativo di rompere il blocco navale illegale che Israele, dal 2006, ha posto davanti alle acque di Gaza, nell’incontro che si è tenuto in sala Ragazzini ieri sera.

“Le piazze che avete organizzato sono bellissime – ha detto Biasioli ai numerosi presenti -, sono state assolutamente necessarie ma non sono affatto sufficienti. Da lì devono partire dei movimenti, anche piccoli, che facciano nuovamente appassionare la gente comune alla politica. Dovete muovervi come gli equipaggi della Flotilla in cui ogni barca era un nucleo auto-organizzato che collaborava al raggiungimento di un obiettivo comune”.

Insieme si può andare lontano, è una lezione che la gente conosce dai tempi delle lotte sindacali, che hanno portato diritti per tutti. Poi però, tante cose sono successe, fuori e dentro la politica, e le persone si sono allontanate, dalla politica, e le une dalle altre. Decenni di individualismo e sfiducia nella lotta condivisa, spazzati via in pochi giorni, da un’impresa nata dal basso, imprevista quanto rischiosa, che ha riacceso gli animi e riportato a sperare, sognare e collaborare, in nome di un ideale comune. Perchè quello che ogni persona desidera sopra ogni altra cosa, al di là delle appartenenze politiche, è vivere in pace, nel rispetto della vita.

Cose semplici ma basilari, che oggi (e non solo da oggi) mancano al popolo palestinese e che, come ha sostenuto Biasioli, potrebbero presto mancare anche altrove. Se quella che viene universalmente riconosciuta come l’unica democrazia del Medioriente può aggredire attivisti pacifici e disarmati in acque internazionali, abbordandoli come pirati, per poi incarcerarli e trattarli nei modi disumani di cui ha dato testimonianza Biasioli, significa che i diritti umani sono a rischio ovunque, è la sua tesi. “Netanyahu sta facendo scuola con la violenza impunita che esercita. La prigione in cui ci hanno rinchiuso, una roccaforte in mezzo al deserto dalla quale è impossibile scappare, non è un carcere come Rebibbia: è un edificio ad un solo piano, molto simile al lager costruito dal nostro governo in Albania per gli immigrati clandestini. Oggi è pensato per loro, ma con la criminalizzazione dilagante di ogni dissenso e l’istituzione di reati penali per chi manifesta bloccando strade e stazioni, non corriamo forse il rischio di trasformarlo in un luogo di detenzione preventiva per attivisti in attesa di processo?”.

Nel lungo incontro, tempestato di domande da parte del pubblico, Biasioli ha ripercorso le tappe di quel viaggio verso Gaza, conclusosi meno di un mese fa.

Il clima di minacce e terrore, iniziato fin dai lavori preparatori nel piccolo porto di Augusta in Sicilia, quando elicotteri e droni sorvolavano gli attivisti impegnati a preparare le barche. La comparsa sulle banchine di misteriosi individui intenti a filmare ogni dettaglio dei lavori, proprio nelle ore in cui due jet israeliani erano atterrati in un aeroporto attorno a Catania. E poi 7 giorni di navigazione tutto sommato tranquilla, poco prima dell’arrivo a Creta, quando il canale radio sul quale giravano le comunicazioni tra le barche della missione è stato interrotto dalla trasmissione di canzoni, degli Abba e anche di Bob Marley, impedendo ogni contatto: “il raggio di azione di quei sistemi è piuttosto ristretto, per intromettersi dovevano essere molto vicini. Era un modo per dirci che ci stavano col fiato sul collo”. La prima azione di disturbo radio è avvenuta poco prima dell’attacco con i droni, che ha danneggiato anche la Morgana, barca guidata da Biasioli. I successivi, non sono stati seguiti da altri attacchi, ma il timore in quel senso era ormai stato instillato negli attivisti, che ad ogni blocco nelle comunicazioni si preparavano a fronteggiare altri attacchi.

Poi l’arrivo a 150 miglia da Gaza, quando anche le navi militari inviate dal Ministero della Difesa italiano, li hanno abbandonati: “Ci hanno chiesto se volevamo salire a bordo, non so dove pensassero che avremmo lasciato le barche…”, ha ironizzato Biasioli.

La tensione a bordo delle barche della Flotilla era costantemente altissima, ma forte era anche la spinta a portare a termine la missione. Paura ce n’era tanta e motivata: quando è arrivato l’avvertimento da parte dell’Idf, l’esercito israeliano, di interrompere la navigazione e tornare indietro, le barche della Flottilla erano ancora lontane dal limite considerato inviolabile da Israele: al loro rifiuto, sono cominciate le operazioni di abbordaggio. Con piccoli motoscafi veloci ed enormi gommoni, i militari hanno avvicinato le barche, per poi salire a bordo e sequestrare i passeggeri.

“Sulla Morgana – ricorda Biasioli – sono arrivati attorno alle 2.30 di notte. Ho cercato di schivarli più volte, ma alla fine ho dovuto arrendermi. I militari erano tutti giovanissimi, tra i 20 e i 25 anni, armati fino ai denti, ma molto impacciati e disorganizzati. Mi sono chiesto se quello fosse davvero l’esercito più letale al mondo. Forse perché abituato a sparare contro i bambini. Ci hanno spinti a scendere sottocoperta, dove siamo rimasti fino all’arrivo in porto, almeno a 10 ore di navigazione da dove ci hanno assaltato. Era presente anche un cameraman e di fronte a lui ci hanno chiesto più volte, con modi affabili e gentili, se volevamo acqua o cibo, per riprenderci e usare quelle scene per la loro propaganda. Una volta arrivati in porto, il trattamento è cambiato radicalmente”.

Dell’arrivo al porto Biasioli riporta anche un dettaglio che gli è rimasto impresso: la rapida esibizione del passaporto diplomatico da parte dei parlamentari italiani che stavano a bordo, teoricamente anche con l’obiettivo di estendere la protezione diplomatica agli attivisti. Ma non è andata proprio così: “Loro sono stati immediatamente allontanati e fatti rientrare velocemente in Italia. Sulla mia barca c’era il senatore Marco Croatti, del Movimento 5 Stelle e l’europarlamentare di AVS, Benedetta Scuderi. Ci hanno lasciati soli. A noi è toccato tutt’altro trattamento”.

Inizialmente trasbordati su un rimorchiatore, sono poi stati condotti su un piazzale assolato, costretti a stare seduti e immobili, sotto un sole cocente, per lunghe ore. Sempre senza acqua o cibo. In serata hanno ricevuto la visita del ministro di estrema destra Ben-Gvir, che li ha trattati come terroristi e poi è arrivato il momento della schedatura: tutti i loro beni, nel caso di Biasioli una sacca da viaggio con qualche effetto personale, sono stati registrati e controllati, per poi andare buttati, visto che nulla è stato loro restituito. “L’unica cosa che sono riuscito a riportare a casa di personale sono le mutande che indossavo, per una strategia che avevo architettato nei giorni prima dell’arresto e che si è rivelata salvifica”, racconta Biasioli. “Avevo smesso di lavarmi 7 giorni prima, quindi sono arrivato all’arresto in condizioni igieniche terribili. Puzzavo moltissimo e questa cosa li ha tenuti lontani dal mio corpo, quando ci hanno costretti a spogliarci integralmente. Purtroppo, so di altri attivisti e attiviste che hanno invece subito molestie sessuali”.

Infine sono stati trasferiti su furgoni blindati per il trasporto dei carcerati, dove sono rimasti altre lunghe ore: “non c’era il ricircolo dell’aria e dopo un po’ è diventata bollente e irrespirabile. Sudavamo tantissimo. I militari alternavano periodi in cui ci facevano morire dal caldo ad altri in cui accendevano l’aria condizionata bassissima e congelavamo”.

Finalmente, se così si può dire, sono giunti al carcere di massima sicurezza nel quale sono stati detenuti in celle sovraffollate, in condizioni igieniche improbabili: “eravamo in 10 in una cella da 8, io e un altro detenuto dormivamo su materassini sottilissimi appoggiati a terra tra gli scarafaggi. Nei due giorni di detenzione non ci è mai stata data l’acqua e l’unico nutrimento era composto da peperoni crudi affettati, che mangiavo per cercare di idratarmi il più possibile. Alla fine ho dovuto cedere e bere dal rubinetto della cella, dal quale usciva acqua torbida e non potabile”.

Se la loro detenzione non è durata più a lungo e non ha causato morti, secondo Biasioli è molto merito del sostegno di quello che è stato ribattezzato “l’equipaggio di terra della Flotilla”, cioè i cittadini che si sono attivati nelle piazze, tenendo alta l’attenzione sugli attivisti imprigionati e della loro capacità di reagire. A questo proposito, lo skipper ravennate rievoca un episodio: quando una notte, un attivista 86enne ha avuto un attacco di asma e tutti hanno cominciato a fare baccano per chiedere l’intervento di un medico. Al suo posto è arrivata una squadra di militari in tenuta antisommossa, con i cani e i fucili a pompa puntati contro i detenuti. Quando poi se ne sono andati, gli attivisti hanno cominciato a cantare “Bella Ciao”, così forte da farsi sentire dai detenuti palestinesi, rinchiusi nell’altro braccio del carcere, che si sono animati, sentendosi supportati: “Li hanno picchiati selvaggiamente, a loro sono arrivate anche le botte che avrebbero voluto dare a noi, ma non potevano darci. I piani alti però si sono dovuti accorgere che non saremmo stati inermi e che eravamo in mano ad una banda di esaltati violenti, che avrebbero potuto metterli in difficoltà sul piano internazionale. Per questo penso che alla fine ci abbiano rispedito a casa. Altrimenti forse, saremmo ancora là. A nessuno importava niente di noi e delle nostre vite, c’era il totale sprezzo dei diritti umani”.

Cosa resta allora sul piano umano e politico di questa esperienza, gli è stato chiesto. “A livello collettivo, la lezione che uniti si possono fare grandi cose. La politica, soprattutto quella di sinistra, potrà essere frammentata, ma le piazze che avete costruito non lo erano. Bisogna ripartire da lì e riattivarle ogni volta che un diritto viene negato, come quando pochi giorni fa è stato eseguito lo sfratto a Bologna con gli agenti in tenuta antisommossa che hanno abbattuto i muri, sgombrando famiglie con bambini, che tra l’altro pagavano pure l’affitto. Non è accettabile. Se questa classe politica non ci rappresenta, se in Parlamento o nelle nostre amministrazioni locali non abbiamo persone che ci rappresentino, dobbiamo diventare noi quelle persone”. E a testimonianza che le sue non sono solo parole, alla domanda “lo rifaresti”, non ha esitato un secondo a rispondere “anche domani”.

Carlo Alberto Biasioli, non è però un eroe e non credo ci tenga ad essere dipinto come tale. Skipper di professione, prima dell’esperienza con la Global Sumud Flotilla, non aveva alle spalle trascorsi da attivista. È “solo” un giovane uomo, di 39 anni, che ha sentito l’esigenza di “fare qualcosa” per reagire al senso di impotenza che umanamente lo coglieva di fronte alla notizia delle violenze perpetrate sulla popolazione civile di Gaza, uomini, donne e bambini come ce ne sono tanti in tutto il mondo, ma senza alcuna protezione di fronte al disumano attacco di un esercito nemico. Il suo messaggio è “io ho fatto questo, ognuno di noi si attivi nel suo quotidiano e insieme cambieremo quello che va cambiato e costruiremo un futuro migliore”.