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A, B, C DELLA DEMOCRAZIA. C COME COSTITUZIONE / Le mie “gite” ad Auschwitz: J’accuse… chi parla con leggerezza di antisemitismo e di guerra giusta
La nostra attenzione continua ad avere occhi per almeno due cruciali questioni.
La prima. Le armi come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, una sorta di ritorno ai metodi della giungla, basati sulla forza, in totale disprezzo delle Costituzioni – in particolare la nostra – e, soprattutto, del diritto internazionale e dell’ONU. Trump si occupa di Venezuela, Nigeria, Sudan, forse. L’ONU? Oltre che indignarci – inevitabile, per noi – altrettanta forza dovremmo darci per cercare di comprendere come mai siamo a questo punto.
La seconda. I nostri interni affari italiani, che vedranno alla ribalta, nei prossimi mesi, l’avvio di una campagna referendaria cruciale, il cui esito ci dirà se l’autonomia della Magistratura, uno dei tre poteri sui quali si fonda la nostra Repubblica, sarà mantenuta o sarà archiviata, nel qual caso, nelle loro tombe, Licio Gelli e Silvio Berlusconi avranno ragione di rallegrarsi. È una vittoria postuma di Berlusconi. Lo hanno detto “loro”, con tanto di immagini gigantesche, non “noi”. Nei prossimi mesi ci saranno informazioni da dare e azioni da intraprendere. Piccola cosa rispetto al resto del mondo? Ma qui siamo, in un piccolo paese dove i capisaldi dell’ordinamento costituzionale sono sotto attacco. Qui, soprattutto, la nostra azione può avere una certa efficacia. Senza mai dimenticare il mondo, che è uno.
Ma prima di immergerci nell’imminente futuro politico e istituzionale italiano, vale la pena dare un’occhiata ad alcuni passaggi della quotidianità civile del nostro paese, quando accade di ascoltare parole che ci fanno fare un balzo sulla sedia e che ci dicono molto del contesto nel quale siamo e di quali interpretazioni viene data alla storia, per l’ennesima volta con un uso pubblico della storia stessa, che poco ha a che fare con il mestiere del fare storia. Come Marc Bloch ci ha insegnato.

Quando ho sentito che la ministra Eugenia Roccella – questo mio femminile le darà fastidio -, nel corso di una giornata di studio dedicata al secondo anniversario del 7 ottobre, promossa da l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI), a Roma, il 12 ottobre presso la sede del CNEL, e intitolata La storia stravolta e il futuro da costruire, ha citato Auschwitz nel modo che sappiamo, mi sono ritrovata fra lo sbalordito e l’incredulo. Non avrò capito bene, mi sono detta. Quindi, ho fatto qualche verifica, e ho avuto conferma. Avevo capito bene.
Ma come spiegare una tale sciocchezza uscita da voce ministeriale, per non limitarci solo a dar fuoco alla nostra indignazione? Eugenia, un bel nome, greco, che significa di nobile stirpe. Ho in mente che al momento della sua nomina a ministra, molta stampa ricordò che era figlia di genitori di storia radicale, di Pannella, e non fu nascosto lo stupore di trovarla nel governo più di destra e illiberale nella storia della Repubblica. Non trascuro però un aspetto consolante. Non è il sangue a determinare le nostre scelte politiche. Meglio così, in ogni caso. Riflettendo, ho trovato due ipotesi che possono spiegare la grande sciocchezza, cioè portare studenti a Auschwitz è fare gite con intenti antifascisti e di mera propaganda politica. Metto per iscritto le due ipotesi, e nello stesso tempo mi chiedo. Ma vale la pena dedicare tempo e parole alla Roccella?
Non ho una risposta certa. In realtà, dovremmo ogni giorno spendere parole per decostruire, almeno dal nostro punto di vista, le ondate di parole che ci circondano, fra l’assurdo e il pericoloso, ascoltate o lette. È impossibile, il tempo andrebbe tutto lì, e non va bene. Ma, in questo caso, ho qualcosa di vissuto da raccontare. Perché ad Auschwitz, nel corso della mia vita, sono andata tre volte. Due volte, svolgendo il mio lavoro di insegnante. Una volta, come semplice viaggiatrice. Non ci sarà una quarta volta. Dirò poi perché. Ma, prima, le due ipotesi. Perché la grande sciocchezza?
In primo luogo, perché Roccella pensava di essere in un contesto a lei favorevole, dove le sue parole sarebbero state bene accolte, anzi, con entusiasmo, e poteva andare a ruota libera, certa degli applausi. Ma era un convegno di studi o un comizio? Ho cercato il programma del convegno, e lo ritengo probabile. Il clima era da comizio. D’altronde, uno degli ospiti principali, Ernesto Galli della Loggia, ha detto cose egualmente enormi. Forse più enormi. Le seguenti. Secondo Galli della Loggia la parola “genocidio” è lo slogan più delirante. E dice che chi ha riempito le piazze contro il genocidio, piazze piene di odio cieco, lo ha convinto che Netanyahu ha fatto bene, molto bene, a sganciare bombe. Sono state le nostre piazze che chiedevano pace subito a rendere Galli della Loggia bellicoso. Che dire? La questione genocidio ha percorso, nel negarlo, tutto il convegno, che si è sottratto alla comprensione di questo particolare tentativo genocidario. Ragioni diverse da quelle di Hitler? Certamente.
Cancellare il popolo palestinese non in ragione del suo sangue ma in ragione della sua terra, da annettere. Come la destra israeliana chiede, con la massima chiarezza e intransigenza. Quasi ogni intervento, nel convegno del 12 ottobre, ha messo al centro la negazione del genocidio e la guerra giusta. Allora, piazze piene di odio. È un falso clamoroso. Milioni di persone, in Occidente, hanno riempito piazze. Piazze pacifiche, non violente. Piccolissimi numeri di violenti, con slogan orrendi, non hanno minimamente cambiato il significato e il valore della partecipazione. Sarebbe come se noi, che critichiamo Netanyahu, definito dal tribunale dell’Aja criminale di guerra, considerassimo tali tutti gli ebrei. Invece moltissimi ebrei, in Israele e nella diaspora, hanno espresso critiche assai severe al governo israeliano.

A proposito di diaspora. A New York vive una numerosa comunità ebraica, un milione e mezzo di persone. In grande numero, criticano con estrema severità il governo di Israele, con documenti e partecipazione a manifestazioni pro Palestina. Che siano ebrei antisemiti? Suvvia. Evviva il pluralismo. Di quale odio si tratta allora, in questo caso? Anna Foa, storica, ebrea, ha scritto un libro ai miei occhi straordinario Il suicidio di Israele. Non era presente al Convegno del 12 ottobre. Era stata invitata? Carlo Ginzburg, storico, ebreo, ha tenuto un importante discorso il 23 ottobre a Milano in occasione del centesimo anniversario della Hebrew University di Gerusalemme. Riporto sue parole, testuali. “La vergogna che provo di fronte alle stragi di Gaza fa parte della mia duplice identità di ebreo diasporico”. Molto interessante la “duplice identità”. A proposito, era stato invitato al convegno romano?
La seconda ragione. Credo che Roccella abbia parlato con disprezzo delle “gite” ad Auschwitz, perché disinformata. Ma ha sentito l’esigenza di informarsi? Ha sentito le ragioni delle e degli insegnanti che hanno inserito nel loro programma la “gita”? È a conoscenza che da tempo il termine “gita” non è più in uso e che anche la più semplice uscita è denominata “viaggio di istruzione”? Si è chiesta perché Auschwitz è stata una occasione di studio e conoscenza, in particolare a partire dagli ultimi trenta anni? Credo che Roccella non lo abbia fatto, e che l’infelice battuta fosse adatta al clima di quel convegno, che tutto aveva, tranne i caratteri dell’indagine storica. Era un tribunale che, con battute del livello di Roccella, di Ernesto Galli della Loggia, e di altrei, che diremo, aveva la sentenza già scritta.
In molti casi, battute spericolate che possono sentirsi al bar, fra uno scherzo e l’altro. Netanyahu, innocente, e il popolo palestinese, tutt’uno con Hamas, colpevole. Suggerisco di ascoltare la video registrazione del convegno. È un documento storico di notevole interesse. Ci parla dal vivo delle forme e del linguaggio di numerosi opinionisti della cultura della destra italiana di questo presente, e, soprattutto – oltre che di qualche, ma poche, voci politiche – di giornalisti, di carta stampata e di TV. Perché anche l’incultura – quella che ho ascoltato mi sembra che tale fosse – è cultura. Da prendere in considerazione.

Invece, è importante sapere che l’attenzione alla Shoah si è diffusa in Occidente – oltre Il diario di Anna Frank, classica lettura degli adolescenti di famiglia progressista già dagli anni Cinquanta, e il solitario Se questo è un uomo di Primo Levi, incompreso, in prima battuta, anche da Natalia Ginzburg – in particolare per merito di film. Holocaust del 1978, miniserie televisiva USA, sconvolse il popolo americano, che non sapeva quasi nulla di cosa l’Olocausto fosse stato. Fu un vero e proprio evento, molto apprezzato anche dal filosofo ebreo Gunther Anders. Finalmente, disse, è la storia non di numeri cancellati dal mondo, numeri immensi, senza nome, ma di persone, di infinite singole storie. Seguirono poi film di enorme impatto, come Schindler’s List, di Spielberg, del 1993. Ma fu soltanto verso l’inizio degli anni Duemila che pensai che il luogo che aveva ospitato l’inferno più grande era da studiare, da vedere, pietra su pietra, come se ogni pietra fosse una pagina da leggere.
Per preparare al viaggio le giovani e i giovani a me affidati per l’insegnamento della storia e della filosofia non si partiva da zero. Durante lo studio, e in più occasioni, c’è stato spazio per parlare del popolo ebraico, disprezzato non per ragioni razziali, ma perché deicida. Espulsioni, la prima, enorme, dalla Spagna dei re cattolici, Isabella e Ferdinando. Era il 1492. Che anno! Gli spagnoli cattolici colonizzano il cosiddetto nuovo mondo e dalla Spagna espellono la numerosa comunità ebraica. Si ha così la seconda diaspora ebraica. Ebrei in fuga, soprattutto verso altri paesi europei. Con la Controriforma ha poi inizio la storia dei ghetti. Gente pericolosa, gli ebrei. Possono anche portare malattie – portano la peste – per non dire della colpa del sangue. Sangue? Certo, bevono sangue umano e uccidono bimbi cristiani per berne il sangue. Ci aiutò nella comprensione di questa favola nera una strana ma vera storia, il culto di San Simonino, un bimbo ucciso, così fu detto, dagli ebrei, a Trento, per berne appunto il sangue. Una colpa che venne saldata con la soppressione fisica di tutta la comunità ebraica di Trento, centinaia di persone.
Ghetti, sicuramente subiti, ma accettati, quasi sempre, nel rifiuto di false conversioni e di fedeltà alla propria storia e cultura. Questione interna soprattutto al mondo cristiano, e in parte risolta in età illuminista e, soprattutto, con l’emancipazione degli ebrei compiuta dalla rivoluzione francese. I ghetti si aprono, anche in Italia. Ma, a Roma, solo nel 1870. L’antisemitismo riemerge, in modo drammatico, e in termini di razza maledetta, infame, inferiore, con la crescita dei nazionalismi, nel secondo Ottocento. Ora la razza è inferiore per natura, non per colpa deicida. Nazionalismo e bisogno del nemico procedono insieme. L’affaire Dreyfus dice molto di un antisemitismo razzista che ha radici profonde, e che esplode in Francia, con Gobineau. Il suo libro, Saggio sulle disuguaglianze delle razze umane, ebbe un successo straordinario, nel paese della Liberté, Égalité, Fraternité.

Arrivò poi la grande umiliazione del 1870, con la Prussia che stravince e umilia la storica grandeur. Molto cambiò, nel paese della libertà e della uguaglianza. Se abbiamo serpi in seno, vanno trovate e schiacciate. Quindi, Dreyfus, capitano accusato di infedeltà, è da sacrificare, perché ebreo. Era una menzogna, come quella di San Simonino. Ci volle la bravura di Émile Zola per rimettere – ma ci volle un tempo infinito – le cose a posto. Il J’accuse di Zola fece parte delle letture da me consigliate, perché l’antisemitismo ha storia lunga, anche se Auschwitz ne fu l’esito estremo. Una storia ben conosciuta da Hitler, appassionato lettore di Gobineau, certamente non del Vangelo. Quindi, la questione ebraica, nel nostro lavoro di docenza, non comparve solo con la Shoah. Sarebbe stata trascuratezza non occuparcene, come sarebbe stata trascuratezza non parlare di eresie da sopprimere, di streghe da bruciare. Tema riascoltato di recente, da parte di un ministro israeliano, che accusa Francesca Albanese di essere crudele come una strega. A proposito di odio.
Ad Auschwitz andammo in due anni scolastici consecutivi, nel 2001 e nel 2002. Il lavoro preparatorio, letture, documentari sconvolgenti, discussioni, verifiche, approvazione nei consigli di classe, e, ogni anno, anche una assembela con le famiglie. La partecipazione ai viaggi di istruzione non era obbligatoria. Le famiglie furono informate del programma e del modo di esserci, nel programma. Non nascosi gli aspetti terribili di quello che avremmo visto. Una cosa è leggere, altra cosa è vedere. Inoltre dissi che, a partire da un’ora prima dell’arrivo, durante la visita, e per un’ora dopo la visita, nel pullman non doveva volare una mosca, e musica e rumori neppure per sogno. In caso contrario, avremmo fatto una inversione a U e saremmo rientrati subito a Ravenna.

Le scarpe dei prigionieri assassinati ad Auschwitz-Birkenau
Ma diedi al progetto del viaggio il seguente titolo Un Viaggio indietro nel Tempo: dagli ORRORI di AUSCHWITZ agli SPLENDORI della magica PRAGA. Con quale intenzione? Fare vedere di quanti diversi e opposti fili è intessuta la storia. E l’unico modo per farvi fronte – perché spesso la storia va fronteggiata, per evitare di soccombere – è conoscere ciò che è accaduto. Orrore, certo. Ma, non lontano da Auschwitz, Praga parla di grande bellezza, di magia, di musica, accanto, però, a Jan Huss, considerato eretico e messo al rogo, a Praga, nel 1415. Non era ebreo e non erano ancora comparsi razzismo e fascismo. Quindi, anche nello splendore di Praga, ci furono corpi andati in fumo. Praga, una città che ha avuto una grande comunità ebraica. Sono ancora visibili segni di questa storia, la parte ebraica della città, il Museo e la Sinagoga, il famoso cimitero, con pietre inclinate di grande suggestione, che ha suggerito un titolo a un romanzo di Umberto Eco, Il cimitero di Praga. Un romanzo inquietante e che creò inquietudine. Ma con aspetti interessanti. Il protagonista principale si chiama Simonino, di professione falsario e autore dei falsi protocolli di Sion, una delle armi impugnate da Hitler per la soluzione finale. E questa non è una opinione falsa. Storicamente vero è il progetto di annientamento totale del popolo ebraico.

Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi: la scritta sul cancello di Auschwitz-Birkenau
Il programma, sia nel 2001 che nel 2002, fu accolto dalle famiglie con piena condivisione. Non ricordo ripensamenti. Le giovani e i giovani rispettarono, durante il viaggio, gli impegni presi. Silenzio assoluto, prima, durante, e dopo la visita al luogo sul cui cancello d’accesso si legge la grande scritta, in tedesco, Il lavoro rende liberi. Una tragica presa in giro. Alcune ragazze in lacrime, di fronte a capelli ammassati, valigie, bambole, occhiali, scarpe, ciò che resta di tante singole vite. Ricordo che, rientrati a Ravenna, alcuni genitori mi telefonarono, per ringraziare.
Ritornai ad Auschwitz, nel 2007. Per accompagnare Mario. Aveva letto molto, ma voleva vedere. Vide, e ne fu sconvolto. Fu in spontaneo silenzio, per molte ore. Non riuscì a cenare, la sera. In questa mia terza volta, riscontrai in me qualcosa di inquietante. Nessuna tempesta emotiva, come, soprattutto, la prima volta. Una specie di assuefazione? Esiti nefasti della ripetizione? Brutta storia. A quanto di orrendo, anche oggi, rischiamo di abituarci, e di piombare, quasi senza accorgercene, nella zona grigia sulla quale mi ha aperto gli occhi Primo Levi, e, a seguire, Hannah Arendt? Nella vicina Cracovia cercammo la fabbrica di Schindler, ancora esistente e protetta, come documento storico da conservare con cura. Fummo felici di vedere il luogo dove tante vite di ebrei erano state salvate. Tornerò, nella splendida Cracovia. Ma, ad Auschwitz, mai più.

Allora, vorrei incontrare la ministra Roccella, per fare quattro chiacchiere con lei. E dirle. Ma è sicura che si possa parlare così a ruota libera, come lei ha fatto, di Auschwitz? Si rende conto della – penso involontaria – offesa da lei fatta a Liliana Segre, che ha espresso sconcerto, di fronte alle parole di Roccella? E quando Giuliano Ferrara, seduto accanto a lei, ha detto, prendendo in giro madri e padri palestinesi in lutto, che Hamas dava sepoltura a bambole?
È stato per me di grande interesse ascoltare la video registrazione di questo convegno. Soprattutto, vedere e ascoltare giornalisti che, abitualmente, sembrano avere linguaggio e stile ben diversi da quelli esibiti in quella giornata. Come un sentirsi “liberi tutti”, senza autocensura alcuna. Positivo, mostrarsi con il proprio volto e il proprio sentire. Molto negativo, invece, impedire a qualcuno di parlare, come è accaduto a Fiano, a Venezia, qualche giorno fa. Non aveva ancora aperto bocca, ma doveva tacere. Perché? Perché ebreo? Sionista? Non so se Fiano sia un sionista. Sicuramente non lo è alla maniera di Netanyahu, criminale di guerra, con il suo governo. Questo piccolo gruppo veneziano intollerante, subito criticato anche da palestinesi, nulla ha a che fare con i milioni di persone che nel mondo hanno chiesto la fine del genocidio.
In merito al caso Fiano, ho trovato, di nuovo, parole di Anna Foa, in un articolo su La stampa del 29 ottobre. Testualmente. “L’episodio non ci ricorda il 1938, perché allora ci fu un antisemitismo di Stato che tolse agli ebrei diritti e alla lunga cittadinanza, ma ci ricorda, questo sì, gli autonomi che negli anni Settanta circolavano armati di bastone nei corridoi delle facoltà per colpire chiunque non appartenesse al loro gruppo di estremisti. Intollerabile ora e oggi”. Il piccolo gruppo a Venezia molto probabilmente ha fatto felice il giornalista Franco Bechis, direttore di Open, che il 12 ottobre si è espresso così. “C’è una differenza umana tra chi sgancia una bomba e chi entra a sgozzare, violenta, brucia, distrugge. È la differenza tra la nostra civiltà giudaico-cristiana e quella islamica radicale”. Perché, Bechis nulla sa di ebrei e cristiani intolleranti? Il 7 ottobre ha avuto, a mio avviso, la forma del pogrom, specialità europea non islamica, nel corso dei secoli. Forma orrenda, ovunque e da chiunque sia messa in opera.

Un solo giornalista, il 12 ottobre, ha esercitato il suo mestiere “con disciplina e onore”. Mi riferisco a Andrea Malaguti, direttore del quotidiano La Stampa. Utilizzo una espressione – disciplina e onore – che la nostra Costituzione affida a chi ha incarichi e pubbliche responsabilità. Ritengo che il giornalista rientri in questa categoria. Riporto le sue esatte parole. “Pensavo di venire a un confronto disteso. Ho scoperto di essere antisemita, comunista e simpatizzante di Hamas. Ma raccontare il dolore di un bambino palestinese mutilato significa essere antisemiti? Vergogna? Io non mi vergogno affatto: sono orgoglioso dei miei colleghi che rischiano la vita ogni giorno”.
Grandi parole, all’altezza della nostra Costituzione. Altre parole all’altezza della nostra Costituzione le ho ascoltate da Carlo Alberto Biasioli, skipper ravennate di Global Sumud Flotilla, invitato da La via Maestra. Insieme per la Costituzione. Insieme per la pace ad un incontro pubblico, il 30 ottobre scorso a Ravenna. Molta pace si respirava, quel giorno, a Sala Ragazzini. Altro che l’odio evocato da Galli della Loggia. Molta realtà si toccava con mano, e generosità, spirito di servizio, responsabilità sentita in prima persona. Questione enorme, la responsabilità. Difficile voltarsi dall’altra parte.


