Logo
A, B, C DELLA DEMOCRAZIA. C COME COSTITUZIONE / Stop all’indipendenza dei magistrati e premierato, atti di forza per “rivoltare l’Italia come un calzino”

All’Italia sta capitando qualcosa di grosso, in veloce avvicinamento. Mi riferisco alla riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario, la riforma Nordio-Meloni. Sarà oggetto di un referendum, previsto nella prossima primavera. Una riforma (?) già scritta nel programma elettorale di Meloni ed alleati, riassumibile in una efficace e schietta espressione, della Meloni stessa (o “stesso”, visto che è il Presidente?) “rivoltare l’Italia come un calzino”.

Quale Italia? Quella disegnata dalla Costituzione, una Repubblica di democrazia, appunto, costituzionale, che ha, come prima garanzia, la divisione dei poteri. Già grandi menti illuministe, come Montesquieu, videro nella divisione dei poteri una garanzia necessaria per superare i poteri assoluti dei re, per i quali L’état, c’est moi, origine prima e unica delle leggi e del diritto. Montesquieu morì qualche decennio prima del 1789 e non vide la fine dell’assolutismo in Francia.

Ma il 1789 del pensiero di Montesquieu e di Rousseau si nutrì. Divisione dei poteri e governo del popolo e non di caste inamovibili. Entrambi non videro la Rivoluzione, ma l’efficacia del loro pensiero si vide a stretto giro di tempo. Peccato che il Terrore, malintesa arma politica, abbia dato poi l’avvio a Napoleone, che fu insofferente a pensieri e teorie che limitassero i poteri, anche il suo. Non cancellò tutto, della Rivoluzione, ma esagerò, fino a farsi Imperatore. E, nel giro di pochi anni, dalle stelle piombò nel microscopico spazio di Sant’Elena. Cose che capitano, a chi esagera.

Esagerazioni in atto e preoccupanti, nel palcoscenico politico italiano. Oggi vediamo che pilastri dati per scontati – nostro errore, dare per scontato, come se la storia fosse guidata solo da forze razionali e progressive – vengono messi non solo in discussione, ma aggrediti da leggi volte al loro dissolvimento. La riforma (insisto con il punto interrogativo) di Nordio rientra in questa opera aggressiva. L’autonomia e indipendenza della Magistratura debbono finire.  Questo sta capitando, in Italia. La riforma non è solo un complicato intreccio di tecniche giuridiche e di funzionamento. Ha una forte portata politica. C’è, appunto, l’intenzione di cambiare la nostra forma repubblicana.

Nulla che sia a vantaggio della cittadinanza, che non nasconde la scontentezza per i tempi esageratamente lunghi dei processi. Tempi lunghi che questa riforma non tocca: mentre è solo questa la ragione del nostro scontento. Da tempo immemorabile l’Associazione Nazionale Magistrati chiede, ai governi di segno diverso che nel tempo si sono succeduti, mezzi, personale, uffici adeguati, senza risposte. Abbiamo il minor numero di magistrati, in Italia, rispetto agli altri paesi europei. A chi giova questa disfunzionalità? Né alla Magistratura, né a noi, cittadine e cittadini.

E a noi, cittadine e cittadini, conviene una Magistratura chinata ai capi di turno? Sarebbe l’opposto di ciò di cui abbiamo bisogno.

Ma le gravi turbolenze in arrivo non possiamo esaminarle senza avere chiaro il quadro mondiale nel quale il nostro piccolo paese si trova. Quando, non molto tempo fa, uscì il libro di Lucio Caracciolo La pace è finita. Così ricomincia la storia in Europa (Feltrinelli, 2022), pensai ad una esagerazione, utile per svegliarci. Alcuni amici mi dicono che la geopolitica può farci indietreggiare, sgomenti, di fronte alle cause storiche e alle grandi forze che conducono i giochi sulla pelle del mondo. Se così stanno, tremendamente, le cose, cosa possiamo, noi? Immobilizzarci, nasconderci, come fanno gli anmali di fronte al pericolo. E noi siamo animali. Non è un piccolo argomento. Ma, aggiungo, siamo animali che potrebbero, accanto alla conoscenza, mettere in movimento quella che un tempo si chiamava coscienza. Come vogliamo vivere? Volontariamente servi?

Potremmo unire alla geopolitica, da prendere in considerazione, la ricerca di qualche spiraglio, di azioni politiche che ci tolgano dalla condizione di vittima che si limita alla fuga, o alla rimozione della evidenza, troppo amara. La servitù volontaria ci illude. Se non mi muovo, nessuno mi vede. In realtà, quando le cose si mettono veramente male, possono trovarci anche se ci nascondiamo sotto il letto.

In questi giorni Lucio Caracciolo riprende il tema, e insiste. La guerra si avvicina e coinvolgerà l’Europa, se le cose continuano in questa direzione. Se. La convinzione, in Europa, che la Russia si appresti a colpire militarmente l’Europa, sta portando a una politica intensa di riarmo e di chiamata alle armi. L’esito sarebbe, in sintesi, la terza guerra mondiale non più solo a pezzi – parole dette nei suoi ultimi anni da papa Francesco – ma completa, e del tutto connessa. Aggiunge, Caracciolo – la Repubblica, 30 novembre 2025 – che nei discorsi riservati nessuno dice che questa sia l’intenzione della Russia. Ma il discorso pubblico, dalla Francia ai paesi Baltici, dalla Germania, alla Polonia, alla Gran Bretagna, dà questo per scontato. Le cose andavano meglio quando c’era la guerra fredda di un tempo. Due nemici in equilibrio, ognuno padrone in casa sua e dintorni a proprio uso. Rotto l’equilibrio, e la sicurezza che dava l’aver chiaro chi è il proprio nemico, sta iniziando una nuova storia, e il panico va sollecitato e diffuso. Dal quale panico, confesso, non sono immune.

Armi

Panico da diffondere. Si salvi chi può. Una rincorsa a chi spande più panico, ovunque. Ma siamo sicuri che il richiamo alle armi crei consenso? Sono in crescita i giovani in fuga dalla Ucraina e dalla Russia. Non vogliono armarsi, uccidere e farsi uccidere. Caracciolo, maliziosamente, dice. L’età media degli europei è di cinquanta anni. Si armerebbero volentieri? Quindi, il ricorso ai mercenari – usanza diffusa già all’alba dell’età moderna -, o alla leva obbligatoria? E se tutto resta solo in mano ai militari di professione? Si potrebbe creare un circuito potente fra produttori di armi e militari di professione. Ma se We the people avesse contezza della propria forza, se impostasse il proprio stile di vita alla sobrietà e a obiezioni di coscienza? In tal caso, forse, l’alleanza fra produttori di armi e militari di professione non sarebbe contenta e potrebbe portarci allo stato di eccezione, dove vige solo la legge del nemico che fronteggia il nemico, molto simile allo stato di natura da dove, un tempo, si pensò fosse meglio uscire. Quando? Dopo che per secoli cristiani di diversa teologia l’un contro l’altro armati avevano fatto scorrere il sangue nel cuore dell’Europa.

Non mi ha stupito sentire che il giornalista Federico Rampini ha evocato la pace di Westfalen del 1648. Alla guerra dei Trenta anni ho pensato spesso, in questi anni. Quella pace mise fine a molte mattanze, non a guerre. Neppure il 1789 ha posto fine alle guerre. Neppure Yalta. Neppure il 1989, che tanti entusiasmi accese, in Occidente. Lo scandalo – la guerra è veramente scandalosa – continua.

Senza nemici la vita del maschio coraggioso ha ancora senso? È un circolo vizioso, che può portarci a un punto di non ritorno, laddove scattano eventi meccanici e irreversibili. Così fu per la prima guerra mondiale. In parte anche per la seconda. Ma nell’un caso come nell’altro, il riarmo era in crescita ovunque, in Europa. Fu così che capitarono vere apocalissi. Buona parte del mondo fu rivoltata come un calzino, per rifarci ad una nostra paesana espressione. Può capitare ancora? Certamente.

Se We the people non sa nulla o quasi della storia passata. E se non considera che le guerre di oggi non sarebbero come quelle vissute dalle tre generazioni a noi precedenti, se qualche dottor Stranamore si mette di traverso.  E non ne vedo pochi, a Est e a Ovest, senza dimenticare il Medio Oriente, e le guerre in Africa. Perché c’è un prima e un dopo Hiroshima. Una cesura profonda che cambia il mondo, ancora più delle guerre recenti. La atomica ha reso antiquato l’uomo, come scrive Günther Anders nel 1956. La vergogna prometeica degli umani schiavi di loro stessi, delle loro invenzioni, la atomica e i mezzi di persuasione, evidenti o più o meno occulti e menzogneri.

Anche Hannah Arendt, che con Günther Anders ha condiviso molto, studi e vita, vide nella atomica una cesura radicale nella storia umana. La potenza distruttiva e la paura ad essa connessa poteva portare alla fine della politica. Finito l’equilibrio fondato sul terrore, che già era politica non nella sua forma migliore, Arendt intravvide la fine della politica. A forza di sentirci dire, per esempio, che la Russia sta preparandosi ad invaderci, ci crederemo? È possibile. Quindi, armiamoci. E soprattutto, si salvi chi può. E tutto il resto, importa poco. È ancora politica, questa?

Poi, a ben guardare, ci sono cose che capitano, e quando capitano, non creano sconcerto. Quali cose? Ho perduto le chiavi di casa. Capita. Annunciano pioggia e, sbadata, esco senza ombrello. Capita. La mia auto viene tamponata o la mia macchina ne tampona un’altra. Non facciamone un dramma, se si tratta solo di un incidente piccolo.

Ma, pochi giorni fa, di nuovo – mi accade sempre più spesso – faccio un balzo sulla sedia, a proposito dei dottor Stranamore in caduta libera. Trump ha ricevuto il principe saudita Mohammed bin Salman. Grandi reciproci affari in arrivo. Giornalisti fanno domande. A una giornalista – donna –  Trump dice di tacere, “lei è una porcellina”. Non balzo sulla sedia, perché è il suo abituale linguaggio. A questo linguaggio non voglio abituarmi, mi disgusta, ma non mi stupisce. Ma continuo ad essere sbalordita.

Donald Trump

“We the people” ha votato un personaggio come Trump? Solo una ignoranza diffusa, capillare, profonda, soprattutto negli Stati del Centro e del Sud, può essere una spiegazione. Infatti, le due Coste, East e West, Trump lo votano poco. C’è più studio, cultura, qualità della vita, Università di eccellenza. La democrazia non funziona, se c’è ignoranza diffusa, se la lettura si limita ai flash dei social, se la carta stampata, libri, giornali, riviste, indietreggiano, nei costumi dei popoli sovrani. Quale sovranità può esercitare chi si ciba di battute veloci o di fake news che si ripetono, incontrollate e incontrollabili?

In paesi di tradizione storica autoritaria, non pochi, anche nel mondo contemporaneo, non c’è bisogno di cultura civile, politica. Basta l’eccellenza nella tecnica, nella informatica, nella economia finanziaria, l’eccellenza nel fare affari, nella invenzione di armi sofisticate, una certa attenzione al mantenimento del consenso, con un po’ di politiche che consentano una vita che contenga consumi, più o meno brillanti. Consumi, soprattutto consumi di cose, possibilmente a obsolescenza programmata. Tutt’al più, cultura letteraria, poetica, musicale. Nella polis, invece, zitti, o laudatores, non tanto del temporis acti, ma soprattutto del meraviglioso presente, per non disturbare, e per coltivare, invece, miti affascinanti, di vario colore, e disprezzo per ogni alterità. Noi siamo i migliori, per nascita e per tradizione. Laudatores, appunto, del tempo presente. Se il tempo passato è stato grande, o presunto tale, allora, senza dubbio, ne siamo gli eredi. Orgogliosamente eredi.

Invece, un nuovo balzo sulla sedia, causato da Trump. Una giornalista, di ABC News, chiede a Trump. Ma ha niente da dire sull’uccisione di Khashoggi, voluta da Mohammed bin Salman? Trump. Lei, di quale media è? Di ABC News. Le vostre sono tutte fake news. ABC è la peggiore. Quanto a Khashoggi, era un tipo antipatico, dava fastidio a molti, e lui – bin – non ne sa niente. Aggiunge poi, Trump. A chi è fastidioso, certe cose capitano. Khashoggi, giornalista, scriveva anche per il Washington Post. Il 16 novembre 2018 la CIA ha concluso che Mohammad bin Salman è stato il mandante dell’omicidio di Khashoggi. La CIA, anche lei fastidiosa? Tutto ciò che è fastidioso va messo a tacere. Giudici, giornalisti, scienziati, servizi segreti più fedeli alla Costituzione che al padrone in carica, Trump.

E questo sta accadendo a Ovest. A Est? Feeling fra Orban e Putin. Zelensky attorniato da difficoltà non propriamente politiche al suo interno. L’Europa dei “volenterosi”, ma ai margini del gioco mondiale. Una grande occasione, l’Europa ha perduto nel non avere avuto una politica europea di fronte al fenomeno inevitabilmente inarrestabile delle migrazioni. Le migrazioni sono come l’acqua, inarrestabile. O trova terreni che la assorbono, con reciproca convenienza, o procede. Recentemente uno storico scherzava su comparazioni in corso fra invasioni barbariche e migrazioni contemporanee. Trump, con le sue maniere spicce, espelle, alza muri, minaccia. Idee che si stanno radicando anche in Europa.

Che contemporanei imperi siano in crisi, per ragioni proprie, direi che è abbastanza evidente. Un grande impero, l’unico fra i tanti che la storia umana ha conosciuto, è ancora vivo e in grande ripresa, la Cina. La Grecia, nel sogno imperiale di Alessandro Magno, finita. L’impero romano, finito. L’egiziano, il più millenario, pure. La Cina continua e fiorisce. Un inedito e imprevisto della storia. Radici confuciane millenarie, innestate su una eresia dell’Occidente, il marxismo, ha adottato la più potente arma dell’Occidente, il modo di produzione capitalistico. Cosa che l’Unione Sovietica non è riuscita a fare. Altre radici, e non millenarie.

Gli Usa, impero recente, troppo europeo, cercano, con Trump, di tagliare il cordone ombelicale con l’Europa. Trump ci disprezza per quello che abbiamo pensato, dall’Illuminismo in avanti. Per la cultura della pace e dei diritti. Per la presunzione di un welfare, rispettoso delle differenze, delle fragilità, e per l’uguaglianza. Trump incarna il darwinismo sociale nel modo più schietto. E l’Italia ha un governo che allo stile trumpiano non è distante. Anzi. Lo rivendica in modo esplicito.

E dire che la sorella d’Italia Meloni viene dalla destra sociale. Si contraddice? In realtà, il sociale sta evaporando e lascia il posto all’autoritarismo. Un esempio inquietante, accanto a tanti altri – dalla nuova legge sulla sicurezza alla minaccia di ridurre il diritto costituzionale allo sciopero -, è, nella legge di riforma degli Atenei predisposta dalla commissione presieduta da Galli Della Loggia, la nomina da parte del ministero, nei Consigli di Amministrazione degli Atenei, di un rappresentante del governo. Anche le Università, da secoli libere nella loro autonomia, sarebbero sotto il controllo governativo. Una azione nello stile di Trump, che taglia i finanziamenti alle Università per lui fastidiose, antipatiche.

Darci un contesto nel quale inserire le cose che stanno capitando a noi, per valutarne la sintonia con lo spirito del tempo che procede nel tentativo di rosicchiare i pilastri della nostra Costituzione, può quindi essere utile, per tentare il necessario risveglio civile che ancora non vedo. L’astensionismo in crescita lo attesta. L’astensionismo non ha, credo, una unica chiave di lettura. Credo che manifesti sia sfiducia che protesta, oltre che indifferenza, malattia grave dell’individualismo, la risposta occidentale alle delusioni ricevute dal socialismo dell’Est finito male, e dalle promesse non sempre mantenute dalle democrazie liberali.

Forse l’astensionismo è scelto, appunto, anche da chi disprezza una democrazia considerata menzognera, contraddittoria, debole, o da chi porta con sé una certa simpatia per la forza, e il vario uso che se ne può fare, nel linguaggio, nei simboli, nell’agire violento. Una minoranza che si ritiene al di sopra delle leggi, della Costituzione, del diritto. Alcuni piccoli mondi giovanili, che pure si indignano per la tragedia di Gaza, pensano di giovare alla causa dei palestinesi infrangendo vetrine, vandalizzando redazioni di giornali, insultando. Credo che siano giovani che ignorano molto della storia, e che si illudono che vie forzute e veloci possano mettere il mondo a posto. In un mondo sull’orlo della guerra, come possono pensare che le loro punzecchiature servano? A chi?

L’Imam di Torino ha bisogno della nostre parole e azioni, non violente, di solidarietà, o della aggressione alla redazione della Stampa? Una buona notizia sarebbe che a Torino la società civile impegnata da tempo per la pace e per la Costituzione riuscisse a incontrare i giovani, giovanissimi, di Torino, quasi tutti studentesse e studenti, per ascoltarli, per sentire le loro ragioni, per parlare, discutere, approfondire. Non possiamo né solo redarguirli né solo scusarli, perché giovani. In entrambi i casi, non saremmo rispettosi nei loro confronti.  Se anche in tali contesti dovesse scattare come unica strada il riflesso automatico amico nemico, la nostra inquietudine farebbe un balzo amaro. E la percezione dell’inutilità delle parole e della politica ci renderebbe più deboli.

In Italia è quindi in corso una esagerazione di stampo napoleonico e di portata potenzialmente storica, nel senso di cesura, di entrata in un altro mondo, opposto a ciò che nel presente ancora resiste, in difesa della Costituzione, e che capovolge i pilastri faticosamente costruiti, per quanto in modo imperfetto, dopo la seconda guerra mondiale. L’Italia una e indivisibile, dice la Costituzione. Invece, è ancora in atto il tentativo – nonostante sentenze della Corte Costituzionale che hanno fermato Calderoli – di trasformare le Regioni in Autonomie di fatto separate rispetto al resto del paese. Solidarietà? Sciocchezze.

legalità e giustizia

La prossima esagerazione è imminente. La Magistratura va messa al suo posto. Quale? Un posto diverso da quello scritto in Costituzione. Una Magistratura meno autonoma, controllata dall’Esecutivo, diminuita nella sua autonomia. A chi giova una magistratura indebolita, nel suo ruolo e nei suoi poteri? Il fastidio per ciò che è indipendente è crescente. Come Napoleone a suo tempo, e Trump, oggi, anche in Italia, come nelle democrazie autoritarie (ossimoro) dell’Est, l’insofferenza per la stampa, per i media indipendenti, per la Magistratura che si permette di indagare e, quando ritiene, di rinviare a giudizio, sta crescendo. Se il referendum darà ragione a Nordio, la strada per il premierato o l’elezione diretta del presidente della Repubblica, sarà aperta. Con quale legge elettorale? Se ne potranno vedere delle belle. Si fa per dire. L’Italia che ne uscirà avrà il volto scuro e irridente di chi fonda la sua politica sulla forza.

Referendum sulla riforma Costituzionale10 04-12-16 Foto Blaco.jpg

Inevitabile questo esito? Non è inevitabile. Se così fosse, saremmo ridotti a cose inerti. Non siamo stati inerti, per la tragedia palestinese, che ha mosso anime e corpi in tanti diversi luoghi, correndo anche seri pericoli, come è accaduto all’equipaggio di Flotilla. Impresa difficile. Speranze in buona misura disattese. La tregua in Palestina non è disarmata. Da quando ha avuto inizio, 354 sono i corpi palestinesi abbattuti. Fino ad oggi. Domani è probabile che il numero cresca. La parte non piccola del popolo italiano che nell’estate che abbiamo alle spalle si è mossa da casa per il referendum su lavoro e cittadinanza e chi ha riempito le piazze per Gaza deve riflettere. La deriva autoritaria che sta colpendo anche il nostro paese è un problema o no? Ci lascia indifferenti perché votare è piccola e inutile cosa?In realtà, è il potere, non piccolo, che è in nostro possesso. Non ci vuole il quorum, perché è su materia costituzionale, nel Referendum sulla Giustizia che Meloni e Nordio intendono trasformare in plebiscito. Vogliono indirlo in fretta, per togliere tempo utile per informare, spiegare le ragioni di chi dirà NO. Basta un singolo voto, in più o in meno, per ridurre, o non ridurre, la Magistratura a ufficio burocratico orientato dai desiderata di chi governa.

Sulle cose del mondo grande, la nostra singolarità può veramente poco, se resta sola e in disparte. Ma nel caso del Referendum Giustizia e, se ci sarà, a seguire, quello sul premierato o presidenzialismo, che rovescerebbe le fondamenta della Repubblica, ogni nostra singola espressione di voto ci renderebbe veramente sovrani.

INFORMIAMOCI e PENSIAMOCI. O vogliamo sottrarci alla dolorosa presa d’atto che la casa sta bruciando?