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A, B, C DELLA DEMOCRAZIA. C COME COSTITUZIONE / Il diritto internazionale è moribondo, e le democrazie? Noi, il popolo, dobbiamo difenderle
Il saluto di fine anno del Presidente Mattarella mi aveva suggerito alcune riflessioni, in merito alla democrazia e alla sua forza. E alla nostra responsabilità, di cittadine e cittadini, nel tenerla viva. Stavo concludendo questa breve scrittura, quando sento l’annuncio dell’ennesima boutade di Trump. Boutade? Se fosse parte di un lavoro teatrale, potrebbe così essere definita. In realtà è l’ultimo ennesimo sfregio a ciò che resta dell’impalcatura dell’ordine internazionale uscito dalla seconda guerra mondiale, un ordine, a dire il vero, traballante da tempo, e sempre più.

Manifestazione a Ravenna contro l’intervento militare Usa in Venezuela
Senza contare che pienamente funzionante non è mai stato, dalla guerra di Corea in avanti, passando per l’invasione dell’Ungheria nel 1956, la crisi dei missili a Cuba, nel 1962, il Vietnam, con l’ingerenza tragicamente armata degli USA, l’invasione della ribelle Cecoslovacchia nel 1968, e via elencando, senza dimenticare il Cile del socialista Allende, al quale la CIA ha preferito il fascista Pinochet. Fino alla “ingenua” – USA ingenui e ignoranti di storia e di geopolitica – esportazione della democrazia dagli anni Novanta del secolo scorso in avanti. Stagione che ebbe inizio con la strana – ai miei occhi così risultò – prima guerra del golfo, la vicenda del Kuwait, nel 1990, un minuto dopo il crollo del Muro di Berlino. Un pilastro dell’equilibrio del mondo era venuto meno, e cose nuove potevano accadere. E accaddero.
L’ONU autorizzò l’intervento armato guidato dagli USA, per sottrarre il Kuwait all’Iraq. Ricordo una battuta di Adriana Zarri, nel corso di una trasmissione televisiva di quei giorni, dedicata al Kuwait. Disse Adriana. Secondo voi, se in Kuwait ci fossero state ampie coltivazioni di broccoletti, anziché un mare di petrolio, ci sarebbe stata questa invasione? Poche parole di chiarezza assoluta. Ma non finì lì. Le guerre balcaniche, le Twin Towers, l’Afghanistan, e tanto altro, fino alle tragedie del nostro tempo
Ma, oggi, c’è altro di nuovo. L’ ultima mossa di Trump, arrivare in armi in camera da letto del capo di uno Stato sovrano, e prelevarlo, con la consorte, senza che in Venezuela vi fossero forze per fermarlo, è cosa sbalorditiva. È normale che Maduro fosse di fatto privo di protezione? Guardie del corpo, sorveglianza, nulla? Leggo di qualche decina di morti. Ma poco si sa. Sembra la scena di un film comico, alla Woody Allen – Prendi i soldi e scappa -, o la scena dei ladri che, indisturbati, hanno rubato dal Louvre, tranquilli, i gioielli di Napoleone. Entrano, lavorano, escono dalla finestra. Trump, tranquillo, aspettava nella casa di vacanza, e, del tutto soddisfatto, ha parlato alla stampa, al mondo.
Ecco cosa intende, per America first. Perché non solo gli States sono suoi. Tutta l’America, da Nord a Sud, è sua. Il Congresso ne era all’oscuro? Come spesso Trump ha detto in questo suo primo anno, non ho tempo da perdere. L’art.2 della Costituzione americana pare consenta al Presidente di avere poteri straordinari. È una commedia? Una tragedia? La tragedia non sta nella sua follia, che usa la clava a cielo aperto, perché si veda bene. Non è nel dire che ora il petrolio è suo, e che Cuba sarà la prossima, forse.
La tragedia è nell’ONU fuori gioco da tempo, e impotente. La sua potenza è finita con il Kuwait? Per l’Ucraina, parole. Per la Palestina, parole inascoltate. La cattura di Maduro puzza di bruciato. Come la tragedia del 7 ottobre. Il Mossad, che tutto sa, vede, e sa fare, nulla sapeva? Il diritto internazionale, carte vecchie e disprezzate. Putin e Xi, proteste sussurrate, in merito al Venezuela. L’Europa, afasica, forse in attesa di inviare armi a Maduro, o a chi per lui? Rido per non piangere.
Meloni, comprensiva. A Trump, in realtà, interessa il parere di Putin e di Xi. L’Europa, la disprezza. Le ragioni del suo disprezzo sono tutte in ciò che mi rende ancora cara l’Europa, o ciò che resta di quello che un Dante redivivo potrebbe definire “il giardino”. Diritti sociali indeboliti ma non ancora del tutto cancellati, ospedali in crisi ma che ancora accolgono, senza chiedere se hai una assicurazione. Libertà di parola e di scrittura, per ora.
Giornalisti vengono uccisi nella Russia di Putin, in Palestina, o licenziati dai servi di Trump. Chi non dice o scrive ciò che pensa, in Europa, fino ad oggi, almeno, lo fa per autocensura, per utilità, per conformismo, non sottraendosi così a mani pesanti e condizionanti. Esempi contemporanei di servitù volontaria. Mano pesante, quella che Trump sta usando, in modo crescente, negli States. Ora si sta allargando sempre di più, nelle Americhe, e oltre. Un favore che Trump fa, a proposito di “che aria tira”, al prolungamento dell’operazione militare speciale di Putin in Ucraina, e di una eventuale forzata annessione di Taiwan da parte della Cina.
La storia “mattatoio dello Spirito”, diceva Hegel. Aggiorniamoci al presente. Se il diritto internazionale non esiste più – era un sogno infondato? – cosa è oggi la storia? Lo spazio dove vince chi ha più forza. Ma che novità! Che il progresso non fosse un percorso lineare e certo, lo abbiamo capito da tempo. Ma che in un battibaleno – tale sono i decenni nel corso della storia – si perdesse il buono recentemente costruito, il primato, cioè, del diritto sulla forza, ci getta in un lutto civile che è fatica elaborare.

Qui mi fermo, e mi chiedo. Ha senso ritornare alla riflessione suggeritami dal discorso di fine anno di Mattarella? Non lo so. So, però, che è l’unica azione civile alla mia portata.
Quindi, attorno al nodo, apparentemente teorico, democrazia, referendum, partecipazione, sono in corso lavori concreti abbastanza complicati, in questo piccolo lembo di terra che è l’Italia. Nel messaggio di fine anno del Presidente Mattarella, alcuni fili del nodo li abbiamo ascoltati. Erano presenti nel suo richiamo all’Ottantesimo della Repubblica, dalla quale è scaturita la Costituzione, che è stata al centro, e ben visibile, nello spazio allestito attorno al Presidente. Ho in particolare apprezzato la notevole visibilità della famosa immagine, di una donna bella e dal sorriso felice, che annuncia la Repubblica, voluta anche dalle donne che per la prima volta votarono, nel 1946. E, da bravo Costituzionalista, perché questo è stato il mestiere di Mattarella, nella sua vita di semplice cittadino, ci ha detto, con forza, non sarebbe stata democrazia vera senza il voto alle donne, alla metà del genere umano.
Uscite, finalmente, dallo spazio domestico, dai luoghi di lavoro, e entrate a pieno titolo nella polis. Una uscita, ed una entrata, rivoluzionaria, sancita definitivamente dall’art. 3, quello della uguaglianza di tutte le differenze. Uno degli aspetti della rivoluzione politica scritta nella nostra Costituzione. Ci vollero tragedie infinite, prima di questa rivoluzione, fatta in Parlamento, il primo vero Parlamento, dove si poteva parlare con la certezza di uscirne vive e vivi, diversamente da Giacomo Matteotti, assassinato dai fascisti perché in Parlamento aveva parlato. Ma era, quello dove sedeva Matteotti (nella foto sotto), un vero Parlamento, eletto con una legge truffaldina e con brogli, imposti con la violenza, e con l’assenza della metà degli umani? Non lo era. Può esserlo, se la maggioranza che lo abita conosce la storia o apprezza la Costituzione. Non è il caso di questa maggioranza, che ha giurato su una Costituzione detestata, che si appresta a sovvertire.

Non escludo che il Presidente Mattarella abbia messo al centro della sua riflessione la Costituzione e la Repubblica, per dirci che ogni persona, singolarmente, è la Repubblica. Un pensiero, il suo, radicalmente in controtendenza rispetto all’individualismo di un altro opposto pensiero e di una pratica, neoliberali, che, da decenni, di comunità e solidarietà hanno fatto strame, direbbe Dante, che affollerebbe oggi il suo Inferno di molti personaggi, da Trump di America First a chi esalta una particolare Nazione. Pedagogia costituzionale, quella di Mattarella, che apprezzo. Rivolta a chi? A chi giura avendo in cuore altro, il disprezzo per la democrazia costituzionale? Ne dubito. Credo sia rivolta a noi, we the people di “razza” costituzionale. Carlo Azelio Ciampi definì la Costituzione nostra Bibbia Civile. Noi “gente” che ancora si commuove alla lettura dell’art.1, dell’art.3, dell’art.11, e di tanti altri. Ha voluto darci, il Presidente, una iniezione di speranza, di fiducia, di senso di responsabilità, nel dirci che noi siamo la Repubblica, che la Repubblica e le sue sorti sono nelle nostre mani? È probabile, o, almeno, così penso, sento.
C’è una sua frase, però, sulla quale vale la pena soffermarsi. “Nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia”. Leggo una opinione, scritta da uno studioso di rilievo, Luigi Testa, in base alla quale, questo del Presidente, potrebbe essere un wishful thinking. Aggiungo che ogni pensiero positivo, per chi lo pronuncia, dal più semplice o banale, al più solenne, tale è. Il problema invece, per chi intende agire in termini politici, è un quesito, da porre a noi stessi. È una affermazione categorica, che non si può smentire, quella della forza assoluta della democrazia, tanto forte che niente può fermarla? Categorica, come un “tu devi” kantiano, al quale nessuna contraddizione può essere opposta?
Che nessun ostacolo possa essere più forte della nostra democrazia non può essere, a mio avviso, né affermato né smentito. Non abbiamo esempi storici di riferimento, perché la “nostra democrazia” è appena comparsa nella storia. La prima democrazia moderna, quella americana delle origini, era diversa dalla nostra. Le donne non votavano, la schiavitù continuava, neppure la guerra civile la cancellò, nei fatti. Ci volle la grande stagione del movimento dei diritti civili, forte del nuovo concetto dei diritti umani, a fare quel passo in avanti che portò all’impensabile, Obama Presidente, per metà nero.
Trump è un incidente di percorso o un radicale passo indietro, che avrà lunga durata? Lo vedremo nei prossimi giorni, mesi. Molto dipenderà dal popolo americano e dai suoi rappresentanti nel Congresso, messo in stand by dal tycoon, che conosce solo la legge della forza. Ora, in questo momento, non possiamo sapere come andrà a finire.

Possiamo però interrogarci, in base a ciò che scorre nel tempo presente. La “nostra” democrazia, che è tale se ogni minoranza ha gli stessi diritti delle transitorie maggioranze, è immortale per virtù propria? Esiste, si interroga Testa, una mano invisibile che la regola necessariamente? I caratteri che la “nostra” democrazia, quelli che il mondo occidentale ha proclamato, dopo avere causato nel corso di centinaia d’anni disastri che hanno colpito soprattutto il resto del mondo, e si è data, per evitare ricadute tragiche, sono pilastri indistruttibili, che né terremoti endogeni né tsunami esogeni possono erodere?
Quali sono questi caratteri? Separazione dei poteri, Stato di diritto, e garanzie che i diritti di ogni persona siano rispettati. Ogni persona uguale di fronte alla legge. Obbligatorietà dell’azione penale. Cioè, se un magistrato viene a conoscenza di un reato, deve agire e verificare. Caratteri scritti con forza e senza alcun dubbio interpretativo nella nostra Costituzione. Allora, un interrogativo si impone. Se, dalla seconda guerra mondiale in avanti, spesso il diritto internazionale è stato violato, e ora è, a detta di autorevoli voci, morto, può accadere di morire anche alle “nostre” democrazie costituzionali, quelle a cui il Presidente Mattarella si riferiva?
In sintesi, le democrazie possono morire? Il quesito riguarda in particolare, noi, fra Europa e USA, non i paesi dove la “nostra” democrazia non è mai storicamente e culturalmente esistita. Abbiamo visto l’inefficacia della esportazione della democrazia e del socialismo di stampo sovietico. Inoltre. Israele è nato “democratico”. Ma non doveva nascere nei termini nazionalistici in cui è nato. Giudizio non mio, ma di Hannah Arendt, ebrea, nel 1948. Lo è ancora, “democratico”?
Fonti affidabili attestano che il 30% del popolo italiano ritiene le autocrazie migliori delle democrazie. Nel popolo statunitense la percentuale è superiore. È una convinzione che ha, credo, solo chi è nato in luoghi democratici, ne veda solo i limiti e le imperfezioni, a volte macroscopiche e in conflitto con i principi fondativi, ma ignori la storia del proprio paese e del mondo, prima della sua nascita. In tal caso può accadere che le democrazie declinino, ad opera di un popolo che, in gran parte, ignora. Fino a morire? Nulla è eterno. Anche i nostri corpi non di rado si ammalano silenziosamente, e quando la malattia esplode, è tardi.
Gli Stati, le società, da un certo punto di vista assomigliano ai corpi. Fioriscono, declinano, si trasformano, e muoiono, se non si trasformano per vie creative. Dalle nostre parti, quali sintomi, in forma crescente, hanno segnalato che le “nostre” democrazie non stavano bene? L’astensionismo, la sfiducia nelle Istituzioni, l’individualismo arrabbiato e chiuso, il dare per scontato che corruzione e evasione fiscale fossero la inevitabile risposta al “non c’è nulla da fare”, e, almeno, facciamo gli affari nostri.
Vogliamo chinare la testa di fronte alla democrazia ammalata? L’astensionismo ha favorito l’erosione dei poteri del Parlamento, dove siedono i rappresentanti del popolo sovrano. Leggi elettorali truffaldine hanno depotenziato la nostra sovranità. Quello che in modo macroscopico vediamo negli USA, con il popolo Maga che ha dato il potere a chi, come Trump, disprezza il Congresso, le leggi, la Costituzione, e i giudici, è in corso d’opera anche nel nostro paese.
La riforma della Magistratura voluta da un governo che disprezza il Parlamento e la Magistratura stessa, va nella direzione trumpiana. I segni di una democrazia sotto attacco ci sono tutti. Da tempo, ma ora in forte accelerazione. L’impegno continuo, da più di venti anni, di molte associazioni della società civile alle quali molte e molti di noi, qui a Ravenna, fanno riferimento, hanno contenuto le ripetute aggressioni alla Costituzione. Ma non le abbiamo fermate. La riforma voluta da Calderoli, sulla Autonomia Differenziata, che aggrava la riforma del titolo V – tardivamente ci siamo accorti del disastro che conteneva – è stata fermata dalla mobilitazione della società civile e da sentenze chiare della Corte Costituzionale. La legge Calderoli avrebbe accresciuto il divario, mai colmato, fra Nord e Sud. Ma Calderoli non demorde, a conferma di quanto poco importi il rispetto della legge al governo che ci governa.
Ora, dopo l’obolo pagato alla Lega, con l’Autonomia Differenziata, si passa all’obolo dovuto a Forza Italia, in grata memoria di Berlusconi. Depotenziare l’autonomia della Magistratura, dividerla, come se PM e Giudici dovessero appartenere a due diversi corpi dello Stato, e non a un unico indipendente potere, che è soggetto solo alla legge, e non ai governi di turno. Perché questo è il significato politico di questa riforma della Magistratura.
Può sembraci forse poca cosa, rispetto al diffuso uso della forza, alla caduta del diritto internazionale, impegnarci in un referendum, mentre il mondo brucia? Non è poca cosa. È un refolo, in casa nostra, che arriva dalla tempesta mondiale in corso. In realtà, è più che un refolo, è aria gelida, volta a rinsecchire ciò che, in Italia, si è costruito ottanta anni fa. Dire NO a uno scempio costituzionale è ciò che il nostro tempo, in questo paese, ci chiede. Mentre in altre occasioni non andare al seggio poteva essere solo una distrazione, o un segno di disprezzo per ciò che di sbagliato c’è nella nostra imperfetta democrazia, oggi sarebbe ben altro. Se alla democrazia imperfetta si risponde con il sostegno a chi vuole negarla, carica di grande responsabilità chi farà questa scelta.
Il Presidente Mattarella non mi ha convinto nel dire “nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia”. Mi ha convinto, invece, quando dice della nostra responsabilità. Se il popolo degli States dovesse consolidare Trump e le sue pazzesche avventure, ne porterà in pieno la responsabilità.
Se il popolo italiano consentirà a questo governo di sfigurare la Costituzione e di azzoppare la democrazia costituzionale, sarà responsabile di questa e di future sventure. Si dirà. Ma loro hanno potenti mezzi, i media, il denaro, che gli eredi di Berlusconi a piene mani daranno, per onorare la postuma volontà del patriarca. Una scusa inaccettabile. Ho rispetto per il popolo italiano. Può e deve fare la fatica di informarsi, di discutere, di partecipare, di chiedere, di confrontarsi. Non è minorenne. Abbia il coraggio dell’impegno, della scelta.
Un principio, questo, che vale sempre. Oggi, a mio avviso, è un obbligo, morale e civile insieme. Morale, parola in disuso, o che suggerisce ironici sorrisi. Se non piace morale, scriviamo responsabilità, che non teme smentite.


