spazio urbano
Italia Nostra Ravenna: “La Soprintendenza ci ripensi su “Il Pavimento” di Nicola Montalbini”
Con tristezza apprendiamo che il mosaico pavimentale di Nicola Montalbini non verrà accolto come segno di benvenuto della città di Ravenna. “Il Pavimento” ha conquistato tutti per il garbo e la delicatezza con cui si è mostrato alla cittadinanza: nessuna presunzione, nulla da ostentare, distruggere o modificare. È stato posato su pietre pavimentali già esistenti, ma non storiche, e si è offerto per essere calpestato.
Come nella migliore tradizione dai lussuosi tempi romani, al pari dei lacerti dei preziosi pavimenti musivi che anche i meno appassionati ricordano sui muri di San Giovanni Evangelista, con gli stessi colori e la stessa elegante discrezione, un pezzo di storia scritta da qualche parte e andata perduta è riemersa quasi per miracolo dall’umida terra ravennate per essere riletta e ammirata con la tenerezza e lo stupore che si riserva ai fumetti d’infanzia.
Quelle stesse tessere raccontano le storie più antiche e più attuali. L’artista è noto per i suoi colti riferimenti a Ravenna e alla sua storia antichissima, che ripropone dentro scanzonate e odierne visioni. Già solo per questo meriterebbe credito, davanti a tante ottuse prepotenze di creativi, architetti e palazzinari alieni e ignoranti. Una sorta di tappeto per accogliere i visitatori sulla soglia della porta di casa, all’ingresso principale della città. Un luogo raccolto e accogliente, perfettamente valorizzato.
Eppure questo non basta per mantenerlo. Come i pavimenti, i reperti e la ruota idraulica preziosissimi scoperti da SNAM e poi risepolti e per sempre dimenticati nella villa romana a Classe oltre un anno fa. Come i capanni balneari storici da cancellare per il Parco Marittimo, impressi nel patrimonio paesaggistico collettivo di un tempo lontano e spensierato, sui quali la Soprintendenza ha sgattaiolato ritenendo di non dover pronunciare una sola parola per salvarli. Come la Porta Serrata e il suo sottosuolo, divenuti decrepiti fondali per un ennesimo centro commerciale lucido di zecca.
Come i tanti viali alberati storici, distrutti ogni giorno dai taglialegna. Come il torrione della trecentesca Rocca malatestiana di Montefiore Conca, vicino a Rimini, stuprato proprio in questi giorni da una colata immane di cemento, permanente, a forma di rampa, e una finestrella sventrata da putrelle in ferro e sbragata in porta. Su questo il rigore del giudizio si disciolto, e il progetto approvato dalla Soprintendenza di Ravenna. Come le torri di raffreddamento ex SAROM abbattute da ENI, come molto altro.
Forse l’artista non è una star commerciale che possa sovrastare col proprio nome, a suon di sponsor, l’arte antica? Forse non vogliamo correre il rischio che, allora, qualsiasi impostore possa presentare un’opera giovandosi di un contesto prezioso, e poi addirittura pretendere che venga mantenuta? Davvero, quindi, si è perso il metro per poter giudicare se un’opera sia bella, condivisa, utile ed appropriata, o frutto di un volgare arbitrio momentaneo a mero scopo di lucro.
O forse, i bistrattati organi di tutela, la cui azione dovrebbe essere sempre auspicata, richiesta, rispettata e benedetta, gli stessi organi che ogni giorno debbono chinare il capo ad amministrazioni, costruttori, beceri politici, devastatori seriali di paesaggi, architetti e artistucoli di partito ben protetti, ora, a casa propria, si godono una misera sterile rivincita. Chiediamo alla Soprintendenza un ultimo ripensamento.
Italia Nostra sezione di Ravenna


