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Il dietro le quinte del Carnevale di Ravenna: tra stoffe, sorrisi, risate e notti di lavoro
IMMAGINE DI REPERTORIO

Nelle sere d’inverno, dopo il lavoro e gli impegni quotidiani, c’è chi apre un salone parrocchiale, accende una luce e si mette a cucire. Mani che tagliano stoffe, occhi che scelgono colori, idee che nascono parlando attorno a un tavolo. È un lavoro fatto di pazienza e di tempo regalato, spesso rubato al riposo, che non si vede il giorno della sfilata ma senza il quale nulla esisterebbe.

I volontari sono il cuore nascosto del Carnevale dei Ragazzi: persone diverse per età e storie, unite dalla voglia di costruire qualcosa insieme. C’è chi disegna, chi cuce, chi sistema un dettaglio all’ultimo momento, chi va una prima volta, un po’ titubante, e finisce per restare. Non servono competenze straordinarie, ma disponibilità a mettersi in gioco. E, soprattutto, la capacità di trasformare materiali semplici e risorse limitate in costumi e carri capaci di sorprendere.

È un impegno che non cerca applausi, ma che trova senso nel sorriso dei bambini, nell’orgoglio di sfilare sapendo che ogni cucitura e ogni dettaglio racconta una storia condivisa. Il Carnevale, prima di essere festa, è questo: una comunità che lavora insieme, sera dopo sera, domenica dopo domenica, per regalare alla città due pomeriggi di gioia.

Nei giorni della sfilata si vedono colori, musica e sorrisi. Ma il Carnevale dei Ragazzi di Ravenna nasce mesi prima, lontano dai riflettori, grazie al lavoro dei volontari dei “gruppi carro” e dei “gruppi mascherati”

A raccontarlo sono i referenti di due parrocchie che parteciperanno alla sfilata in maniera diverse: a piedi il gruppo di Santa Maria in Porto, con il carro quello di San Biagio (dopo due anni senza) quest’anno assieme al Redentore.

A raccontare il dietro le quinte della preparazione del Carnevale nella parrocchia di via di Roma, è Anna Maria Pierpaoli, storica volontaria del gruppo del Carnevale, che spiega come quest’anno a sfilare saranno circa una trentina di persone, tra adulti e bambini. Un gruppo variabile, fatto spesso di famiglie intere, bambini del catechismo e parrocchiani che scelgono di mettersi in gioco.

La parrocchia sfilerà tutta “a terra”. Un dettaglio che rende ancora più centrale il lavoro sui costumi, curati in prima persona da Anna Maria assieme ad un piccolo gruppo di volontarie. Una lavoro che va ben oltre ad “ago e filo”: c’è tutta la parte creativa iniziale. Si inizia con la scelta dell’idea, per poi passare ai bozzetti, schizzi dei costumi, che devono essere coerenti con il tema scelto e allo stesso tempo adatti a persone di età e corporature molto diverse. Solo dopo si passa alla realizzazione.

Il lavoro parte sempre dal tema generale del Carnevale, ma poi viene declinato a livello parrocchiale. “I costumi – spiega – devono funzionare per bambini di sette anni come per ragazzi e adulti. Con poco tempo e poche persone bisogna trovare soluzioni semplici ma d’effetto”. Un equilibrio non sempre facile, che richiede fantasia e capacità di adattamento.

La fase creativa, sottolinea, è impegnativa quanto quella manuale. Pensare a qualcosa che sia colorato, visivamente efficace e allo stesso tempo realizzabile non è scontato. Poi arriva il lavoro pratico: cucire, assemblare, rifinire. “È faticoso, soprattutto quando si cuciono metri e metri di stoffa, ma è anche la parte più divertente, quella in cui nasce il dettaglio che fa la differenza”.

Fondamentale è anche la scelta dei materiali. La referente racconta di lavorare soprattutto con tessuti semplici ed economici, cercati nei mercati o recuperati da tende e stoffe inutilizzate. “Non buttiamo via niente – sottolinea – ogni pezzo può servire”.

L’obbiettivo è dimostrare che “si possono fare cose belle anche con materiali poveri, se ci si mette fantasia”. Negli anni, dice sorridendo, ha accumulato scatole di materiali pronti per essere riutilizzati, “come una specie di Mary Poppins”.

Il legame con il Carnevale, per lei, è di lunga data. Racconta di partecipare da circa trent’anni, prima come semplice figurante, poi cucendo per i figli e infine assumendo un ruolo sempre più centrale nell’organizzazione. Un passaggio avvenuto in modo naturale, anche perché molte delle persone che seguivano il Carnevale in passato, con il tempo, non sono più riuscite a farlo.

Secondo la referente, la motivazione principale che spinge i volontari a continuare è il piacere di fare qualcosa insieme. “Se non fosse divertente, nessuno lo farebbe gratis la sera”, sottolinea. Vedere la sfilata e riconoscere il proprio lavoro è una soddisfazione che ripaga la fatica. La vera sfida, aggiunge, è coinvolgere nuove persone: spesso basta chiedere, insistere un po’. “Quando iniziano, scoprono di avere capacità che non pensavano di avere e si sentono parte di qualcosa”.

Il tema musicale di quest’anno è stato accolto positivamente. “La musica – osserva – è un linguaggio universale e offre infinite possibilità creative. Santa Maria in Porto ha però scelto di non ripercorrere strade già battute in passato, puntando su un’idea ispirata alla disco degli anni ’70, per portare in sfilata qualcosa di diverso e riconoscibile”.

Ora il gruppo è alle prese con le ultime settimane di lavoro. “È l’ultima fatica – conclude sorridendo – ma è anche la parte più bella”.

Si corre per finire il carro a San Biagio, che quest’anno partecipa alla sfilata assieme al Redentore. Tra vernice, cartapesta e mille piccoli dettagli, i volontari sono al lavoro, instancabili: il ritorno al carro dopo due anni di assenza è un mix di entusiasmo e fatica. Ogni gesto, ogni ora passata a costruire e decorare, racconta il piacere di vedere i bambini e la città sorridere. “Dietro le quinte siamo ancora un po’ indietro, però ci stiamo, stiamo cercando di lavorare sodo per arrivare al carnevale con il carro fatto”, racconta Adriano Mazzoli.

Avere il carro, rispetto ai carrelli degli anni passati, è motivo di orgoglio ma richiede sacrificio e impegno: “C’è più da lavorare, devi starci dietro, andare la sera dopo che hai lavorato col freddo fuori. Però è più bello, senza dubbio”, commenta.

Quest’anno, la parrocchia di San Biagio si è unita a quella del Redentore: “E’ grazie al Redentore se quest’anno c’è  il carro, perché a San Biagio, per problemi di spazio, non siamo più in grado di realizzarlo” spiega Mazzoli.

I numeri raccontano la dedizione: sette-otto volontari direttamente impegnati alla realizzazione del carro, e circa settanta i bambini e gli adulti partecipanti alla sfilata. “E’ impegnativo, perchè serve tempo, ma il buono è maggiore del faticoso.”

Il Carnevale, però, non è solo lavoro: è gioia e comunità. “Lo fai per i bambini, per farli divertire, per una giornata insieme. Se si vince, ben venga. Se non si vince, pazienza. L’importante è partecipare e vedere la gioia dei più piccoli,” prosegue il referente del gruppo carro.

Adriano Mazzoli fa parte dei volontari del Carnevale da oltre vent’anni: “tra carri e sfilate, tra figuracce e risate” continua a vivere l’emozione di rendere la città più colorata e viva: “Io sono uno ancora che si mette in gioco, vado sul carro, faccio le mie figuracce… ma mi diverto a fare queste cose qui.”

Dietro ogni carro, ogni maschera e ogni bambino felice, c’è il cuore dei volontari: fatica, entusiasmo e tanto divertimento, ingredienti che rendono il Carnevale di Ravenna un’esperienza unica e un patrimonio di tutta la comunità.