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Nel casolare della Bassa Romagna dove si curano anche gatti che nessuno vuole, che qui tornano a vivere

Quando Melody è arrivata era poco più di un gomitolo di pelo, pieno di sangue. Era notte fonda, investita da un’auto, raccolta in condizioni disperate. Oggi ha pochi mesi, è cieca, sorda e senza olfatto, ma è viva. Mangia lentamente, riconosce le voci, si orienta con il contatto e con il gusto.

Quella di Melody è una delle tante storie che si intrecciano in un grande casolare di campagna, nel cuore della Bassa Romagna – tra San Potito e Fusignano -, dove ha sede l’associazione “I Randagi della Bassa Romagna ODV”.

C’è anche Vera, salvata da una passante durante una vacanza. Gravemente ferita, è arrivata qui piccola e fragile. E poi Sissy, 18 anni, rimasta orfana della sua padrona, che oggi trascorre le sue giornate in disparte, nella cucina del casolare. Nessuna di loro era una scelta facile. Tutte hanno trovato qui una “seconda vita”: Melody non è adottabile, Vera ha una nuova mamma.

In questo rifugio, che è prima di tutto “casa”, i volontari si prendono cura di gatti, gattini, gatte gravide, animali feriti o incidentati, ma soprattutto dei gatti più fragili, quelli che nessuno vuole. A raccontarlo è Francesco Capucci, presidente dell’associazione, volontario da oltre dieci anni nel mondo della tutela animale. “Non scegliamo chi salvare e chi no“. Proprio per questo “I Randagi della Bassa Romagna” è un’associazione indipendente, non ha convenzioni pubbliche né  finanziamenti statali, e è libera di accogliere anche i casi più complessi.

Il rifugio – tutto per loro, i gatti – si trova in un casolare su due piani, con otto stanze, spazi interni ed esterni recintati, dove i gatti vivono liberi, non in gabbia. Attorno, oltre dodicimila metri quadrati di terreno, dove il silenzio è rotto solo da miagolii, fusa e passi leggeri. Una parte del terreno è recintata con rete anti-scavalco per permettere agli animali di stare all’aperto in sicurezza. C’è anche un recinto per le caprette, salvate anche loro.

Nel solo 2024 sono entrati 143 gatti. Di questi, 13o sono stati adottati ed hanno trovato una casa, dieci sono stati restituiti ai proprietari e altri restano ancora in struttura. Numeri che sorprendono, considerando che qui vivono stabilmente dieci gatti disabili o paraplegici, e Sissi, la gatta di 18 anni che non verrà mai data in adozione.

“Ogni animale, anche se sembra sano, resta in quarantena almeno venti giorni: test, cure, osservazione continua. Non decidiamo noi quando un gatto è adottabile – spiega Capucci – lo decide la veterinaria”.

Il lavoro dei volontari è costante e impegnativo. “Gli attivi sono sei, più altri che aiutano nei fine settimana – spiega il presidente -. Nessuno si improvvisa volontario. Su questo siamo molto esigenti: prima si osserva, poi si impara, poi si viene formati dalla veterinaria. Qui si fanno iniezioni, flebo, terapie, si spremono le vesciche dei gatti paraplegici tre volte al giorno, si pulisce, li accudiamo. Bisogna essere preparati. Le giornate iniziano alle sei del mattino e finiscono la sera”.

Il presidente prosegue: “Il telefono è sempre acceso. Se qualcuno chiama per un gatto ferito, noi rispondiamo sempre. Prima consigliamo di chiamare l’Enpa ma se serve apriamo la nostra sede anche nel cuore della notte”.

“In Italia sono poche le associazioni che accolgono gatti disabili quindi riceviamo chiamate da veterinari di tutte le regioni. Ma cerchiamo di non avere più di una decina di gatti gravemente malati per riuscire a prenderci cura, con cura, di tutti” spiega Capucci che racconta: “Quando è arrivata Melody, che è cieca, sorda e senza olfatto, ho deciso di tenerla a casa mia, per i primi mesi. Un gatto senza olfatto tende a lasciarsi morire. Lei invece ha ancora il gusto, quindi a poco a poco ha imparato a riconoscere il cibo e questo l’ha salvata. Ora, ogni tanto la porto nel casolare perché si ambienti, ma gli altri gatti hanno un po’ paura, perché lei si muove a scatti”.

Capucci e Melody Capucci e Melody

L’associazione svolge anche assistenza domiciliare su prescrizione veterinaria, andando nelle case di chi non è in grado di gestire terapie complesse. Un modo per evitare stress inutili agli animali e aiutare famiglie in difficoltà.

Non è sempre facile, i costi ci sono ma il modo per pagare tutto si trova sempre: “Spendiamo tra gli 800 e i 1.000 euro al mese per cibo e cure, a cui si aggiungono bollette, Imu, Tari. Eppure il rifugio resiste – assicura – . Quando le persone vengono qui, vedono con i loro occhi e capiscono, comprendono perchè lo facciamo e cosa ci serve”.

“Quando abbiamo deciso di acquistare e montare la recinzione, abbiamo raccolto in tre settimane tutta la cifra necessaria. Anche le aziende rispondono: macchinari donati, terapie regalate, sconti importanti – prosegue -. Basta vedere quello che facciamo” prosegue.

Alcune adozioni nascono quasi per caso. “Papà e figlio erano venuti per un gattino sano – racconta – poi l’ hanno visto giocare insieme ad una gattina cieca e sorda. Li hanno portati a casa entrambi”.

I gatti paraplegici invece restano in rifugio: “Richiedono cure quotidiane, terapie costanti. È un impegno enorme, non ce la sentiamo di affidarli. Loro stanno bene qui, con noi”.

Il motto dell’associazione è semplice e radicale: “Salvarli tutti, o almeno provarci fino in fondo”. Non una promessa, ma una pratica quotidiana. E in quel casolare di campagna, nel cuore della Romagna, tra gatti che si muovono a tentoni, altri che osservano in silenzio e altri ancora che giocano, ogni giorno qualcuno ricomincia a vivere. Andateli a trovare.

Per contatti: 346 078 6061 – irandagidellabassaromagna@gmail.com
Via Argine Senio a Sinistra, n 3, Lugo

(fotogallery a cura di Gianni Zampaglione)