Qui Ravenna
Occhiali dimenticati, alunno penalizzato. Quando il regolamento della scuola diventa più importante dei bambini
Nelle scorse settimane, in una scuola primaria della nostra città, si è verificato un episodio che merita una riflessione attenta e non superficiale. Una madre, accortasi di aver dimenticato le scarpe da ginnastica del figlio di sette anni, è tornata a scuola dopo appena mezz’ora per consegnarle, in vista della lezione di educazione fisica prevista nel pomeriggio.
La richiesta era semplice, non interferiva con le attività didattiche e non comportava alcun rischio per la sicurezza; tuttavia, la consegna è stata negata perché il regolamento interno non lo consentiva.
L’episodio non rappresenta un caso isolato. In un altro istituto della città, un paio di occhiali dimenticati, un oggetto essenziale per la partecipazione alle lezioni, è stato rifiutato con la stessa motivazione. Anche in quella circostanza la norma è stata applicata in modo rigido, senza alcuna valutazione del contesto o delle necessità del bambino.
Situazioni come queste, prese singolarmente, potrebbero sembrare marginali, ma nel loro insieme sollevano una questione più ampia. Quale equilibrio intendiamo costruire tra l’organizzazione scolastica e la centralità del bambino?
Le scuole hanno il diritto e il dovere di dotarsi di regolamenti chiari, capaci di garantire ordine, sicurezza e continuità didattica. Nessuno mette in discussione l’importanza di una struttura organizzativa solida, tuttavia, nessun regolamento può sostituire la capacità di discernimento, la valutazione caso per caso, l’attenzione alle situazioni reali che ogni giorno si presentano in un ambiente educativo. La scuola è un luogo vivo, abitato da persone, e non un sistema automatico che può funzionare esclusivamente attraverso l’applicazione meccanica di norme.
La giustificazione più frequente per questi dinieghi è nota: “Se lo facciamo per uno, dobbiamo farlo per tutti.” Un principio che, in astratto, richiama equità e uniformità, ma applicato senza distinzione rischia di produrre l’effetto opposto, trattando allo stesso modo situazioni profondamente diverse. Una madre che torna dopo mezz’ora non è una madre che pretende privilegi, un paio di occhiali non è un oggetto accessorio, una lezione curricolare non è un’attività marginale.
L’equità non consiste nel negare tutto a tutti, bensì nel valutare con equilibrio, proporzione e responsabilità.
La scuola non è un ufficio amministrativo. È un luogo educativo, un contesto in cui la dimensione umana non può essere sacrificata sull’altare della burocrazia. La capacità di distinguere, di interpretare, di accogliere quando è giusto farlo rappresenta una competenza professionale e non una concessione arbitraria. È ciò che rende una scuola autorevole, non semplicemente regolamentata. Una norma applicata senza intelligenza rischia di perdere la sua funzione originaria e di trasformarsi in un ostacolo alla stessa finalità educativa che dovrebbe sostenere.
Ravenna ha una lunga tradizione di attenzione alla qualità educativa, alla collaborazione tra istituzioni e famiglie, alla costruzione di comunità scolastiche inclusive e responsabili. In questo contesto appare naturale interrogarsi su regolamenti che, nati per semplificare, rischiano di irrigidirsi fino a diventare strumenti che non tutelano più nessuno, men che meno i bambini. Non si tratta di aprire le porte a comportamenti disordinati o a richieste improprie, ma di riconoscere che l’educazione è fatta di contesto, di proporzione e di buon senso.
Un bambino di sette anni non dovrebbe perdere una lezione curricolare quando esiste una soluzione semplice,
tempestiva e priva di controindicazioni.
Rimettere al centro il bambino non significa ignorare le regole, ma ricordare perché esistono, per garantire un ambiente sereno, sicuro e formativo. Quando una norma produce l’effetto contrario, diventa legittimo, e doveroso, interrogarsi sulla sua applicazione. Ravenna possiede gli strumenti culturali e istituzionali per affrontare questo tema con serietà e senza contrapposizioni. Il confronto riguarda tutti: dirigenti, docenti, famiglie e amministratori.
La scuola è un bene comune e, come ogni bene comune, merita regole intelligenti, non automatiche; proporzionate, non punitive; capaci di tutelare l’organizzazione senza dimenticare la persona.
Gianluca Benzoni


