I medici di Ravenna indagati per i certificati CPR prendono la parola: “nessuna falsità nei nostri atti”
Perquisizioni all’alba, oltre dieci ore in Questura e un’accusa che respingono con fermezza: non aver falsificato alcun certificato medico. Gli otto medici del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna, in servizio per AUSL Romagna, rompono il silenzio attraverso i loro difensori dopo l’indagine avviata dalla Procura di Ravenna sui certificati relativi all’incompatibilità di alcuni cittadini stranieri con la permanenza nei Cpr, i Centri di permanenza per il rimpatrio.
«Non ci stanno a passare per delinquenti e falsificatori», si legge nel comunicato diffuso dai legali, che riferiscono di perquisizioni domiciliari eseguite alle 5 del mattino e del successivo accompagnamento in Questura, dove i professionisti sono rimasti «per oltre 10 ore» a causa delle certificazioni redatte.
«I nostri assistiti, per nostro tramite, prendono in questa sede la parola, senza delegare altri a farsi loro portavoce. Le singole posizioni restano diverse e tuttavia meritevoli di alcuni rilievi comuni», scrivono i difensori.
Il primo punto riguarda la veridicità delle attestazioni cliniche: «Innanzitutto, ribadiscono pubblicamente che tutti i dati clinici riportati nei certificati redatti corrispondono al vero: nessuna falsità è ravvisabile nelle certificazioni».
Secondo quanto ricostruito nel comunicato, il coinvolgimento dei sanitari nella procedura trova fondamento nella direttiva del Ministero dell’Interno del 2022, la cosiddetta “direttiva Lamorgese”, che prevede la valutazione sanitaria prima dell’ingresso o della prosecuzione del trattenimento nei Cpr, per verificare l’eventuale presenza di patologie o condizioni di vulnerabilità incompatibili con la detenzione amministrativa.
«Il nostro ordinamento riconosce che la certificazione medica debba essere resa in piena autonomia professionale, sulla base di criteri esclusivamente clinici, e che l’autorità di pubblica sicurezza si limiti a richiedere l’accertamento sanitario, senza interferire nel merito della valutazione sanitaria, ne diversamente potrebbe essere», si legge ancora nella nota.
I medici rivendicano di aver operato «scrupolosamente» all’interno di questa cornice procedurale e «nel pieno rispetto del Codice di Deontologia Medica», che impone di fondare le proprie determinazioni «unicamente su criteri scientifici e clinici, agendo in scienza e coscienza e ponendo al centro la tutela della salute e della dignità della persona assistita».
Le conclusioni di incompatibilità espresse nei casi oggetto di indagine, proseguono i legali, «costituiscono quindi valutazioni tecnico-professionali che possono eventualmente risultare non coincidenti con le esigenze di ordine pubblico o con finalità di gestione amministrativa dei flussi migratori, ma tali esigenze restano ontologicamente estranee alla funzione sanitaria e non possono condizionare l’autonomia del giudizio medico».
Nel comunicato si sottolinea inoltre il percorso formativo e professionale dei sanitari, che dichiarano di aver maturato competenze specifiche in materia «consultandosi e documentandosi attraverso la letteratura scientifica, presso l’Ordine e presso Associazioni autorevoli ed esperte in materia di salute dei migranti». I medici affermano di riconoscersi «pienamente nella posizione della FNOMCeO – Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, che ha espresso condivisione e solidarietà nel suo o.d.g. 20 febbraio 2026».
La vicenda, aggiungono i difensori, deve essere letta anche alla luce della recente sentenza 96/2025 della Corte costituzionale in materia di Cpr. Una pronuncia che ha ribadito come il trattenimento amministrativo incida sulla libertà personale tutelata dall’articolo 13 della Costituzione e debba essere disciplinato da una legge formale che ne definisca in modo puntuale presupposti, limiti, modalità e garanzie. La Consulta ha ritenuto la normativa vigente «del tutto inidonea» a determinare i «modi» della restrizione e i diritti delle persone trattenute, sollecitando il legislatore a intervenire per assicurare il rispetto dei diritti fondamentali e della dignità.
Il comunicato è firmato dagli avvocati Carlo Alberto Baruzzi, Francesca Cancellaro, Sonia Lama, Marco Martines, Maria Elena Monaco e Maria Virgilio.





