Marco Martinelli: dal teatro alla vita, il mio No al referendum, per non essere più “volontariamente servi”
Reduce da una sortita in Cambogia, con la sua compagna di vita e di teatro Ermanna Montanari, Marco Martinelli ci svela il nuovo progetto a cui sta lavorando. Progetto che nasce da un testo non molto conosciuto del XVI secolo di Étienne de la Boétie “Discorso della servitù volontaria”.
L’amico del cuore di Montaigne, che muore poco più che trentenne, diciottenne scrive questo discorso e si fa le domande che continuano a farsi i diciottenni di tutte le epoche, in tutto il mondo. Si chiede e chiede “Ma perché siamo servi? Perché il tiranno ci comanda in questo modo e noi, che siamo un popolo fatto di mille occhi, glieli diamo addirittura. Noi, che siamo fatti di mille mani, gli diamo anche queste e i nostri cuori. Perché siamo volontariamente servi?”.

Marco Martinelli parte da qui. E il volo in Cambogia e nel presente è tutt’altro che pindarico. Poiché come aggiunge lui “questa domanda risuona ancora. Il testo di Étienne de la Boétie negli anni delle utopie trionfanti non si poteva neanche citare o ascoltare” ma in un momento storico in cui la democrazia è in grandissima crisi ovunque e i popoli mettono il loro destino nelle mani di dittatori o di capi populisti più o meno scriteriati e pazzi, torna assolutamente pertinente.
Lo è anche quando in Italia si fa una riforma della magistratura che rischia di mettere in gioco l’autonomia dei giudici di fronte al potere politico, mentre assistiamo, cioè, all’attacco di uno dei cardini portanti della società liberaldemocratica. Non a caso, sia Marco Martinelli che Ermanna Montanari hanno sottoscritto entrambi un documento per dire No alla cosiddetta riforma Nordio della magistratura e per votare No quindi al referendum del 22 e 23 marzo. Come vediamo in questa intervista, il nesso fra tutte queste cose è piuttosto forte.

L’INTERVISTA
Marco Martinelli, perché da Étienne de La Boétie siete finiti in Cambogia. Cosa avete cercato là?
“Perché c’è stato un corto circuito tra il testo di La Boétie e il genocidio dei Khmer rossi in Cambogia…”
Dove i comunisti Khmer hanno instaurato un regime distopico terrificante, armando i bambini per farne degli assassini di massa…
“Sì, per sterminare 2 milioni di cambogiani su una popolazione di 7 milioni di persone nel giro di 3 anni e mezzo. E pensare che il fine era costruire l’uomo nuovo.”
La follia di Pol Pot…
“Che però aveva studiato a Parigi. Si era entusiasmato leggendo di Robespierre. E allora cercava di rifare l’esperimento di una nuova società, con la mediazione di Mao Tse-Tung.”
Abbiamo inventato tutto noi, in Occidente? Siamo colpevoli anche di questo?
“No. Lo sterminio dell’essere umano ai danni dell’essere umano precede l’idea di Occidente e Oriente. I sacrifici umani e le guerre risalgono al paleolitico, quindi è quello, se vogliamo, il nostro peccato originale. È un qualcosa insito nell’uomo, non nell’Occidente. Poi c’è tutto un gioco di relazioni, e anche noi abbiamo imparato tanta tirannia dalla cultura orientale…”
Insomma, siamo all’homo homini lupus di Hobbes, da cui nasce la necessità dello stato.
“Eh sì. Questo è il cortocircuito. È l’oggi, perché non ci interessa fare della storia, raccontare un laboratorio di follia e di sangue come quello cambogiano. A noi interessa capire cosa dice quella vicenda ai genocidi di oggi. Davanti a Gaza, per esempio. O davanti alla nuova guerra che si sta combattendo ora davanti ai nostri occhi. In una realtà in cui il tiranno dice che non c’è più il diritto internazionale. Che il diritto è lui, in base alla legge del più forte.”
Trump dice che l’unico limite alla sua azione è quello che si pone lui stesso.
“E pensiamo che La Boétie usa delle parole simili, proprio quasi millimetriche, dicendo: “Com’è possibile che la legge sia lui e non ci sia una legge al di fuori di lui, una legge a cui lui deve sottostare?”.
Ecco che veniamo a parlare di legge, mentre in Italia siamo nel pieno di una campagna referendaria sul tema della giustizia o più semplicemente dell’organizzazione della magistratura. Marco Martinelli ha preso posizione con altri, ha detto “io sono per il No”. Perché? Forse perché la legge riguarda il teatro? Se vogliamo, tutta la storia del teatro, a partire dal teatro greco, ha a che fare con il bene e il male, il senso di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, l’amministrazione della giustizia, quella degli dei e quella degli uomini. Che cos’è dunque il senso della giustizia in termini culturali, filosofici o politici che troviamo nel teatro, soprattutto in chi fa teatro civile come voi delle Albe?
“È la cosa più semplice del mondo. È quella che tornando al diciottenne La Boétie o ai diciottenni – e quando eravamo adolescenti, capivamo benissimo – ci fa dire che siamo tutti uguali. Poi ci hanno detto, crescendo, di non essere ingenui, ma è quell’ingenuità che ci salva. Voglio dire, ci salviamo quando pensiamo che esista o debba esistere un senso di giustizia e di legge, uguale per tutti. La giustizia deve rispettare ogni essere umano, non correre a diverse velocità, che invece è quello a cui ci sta portando questa riforma Nordio. Andiamo verso una classe di privilegiati, di potenti, di Don Rodrighi che sono oltre la legge. Quando Fra Cristoforo nei Promessi Sposi attacca Don Rodrigo, Don Rodrigo non crede alle sue orecchie, e dice “Ma come parli, frate?” Cioè io sono al di là della legge e quello che vale per tutti gli altri non vale per me. Come osi! Invece noi osiamo, dobbiamo osare. Dobbiamo ricordare ai Don Rodrigo di turno che non possono fare ciò che vogliono, che anche per loro c’è la legge.”
Già, poi è arrivato l’illuminismo, è arrivato Montesquieu che ha teorizzato la separazione dei poteri per evitare l’abuso di potere del re e dei potenti. E quella teoria è stata recepita dalla nostra Costituzione liberaldemocratica.
“E lì è chiarissimo, da lì non si può tornare indietro. Montesquieu è il punto d’arrivo e di partenza da cui non puoi prescindere.”
Il No teme che con questa riforma Nordio, si voglia colpire l’indipendenza e l’autonomia della magistratura per indebolirla e sottometterla al potere politico, in modo che il potere politico ancora una volta sia oltre, non debba rispondere.
“La parola più chiara per far votare No alla gente l’ha detta Nordio stesso. Nordio è stato il grande sponsor del No quando ha detto: “Ma Schlein, perché sei contro questa riforma? Quando sarai tu al governo servirà a te, cioè ti converrà.” Ovvero, conviene al potere politico di turno. Ma di cosa parliamo allora? Che cosa c’è ancora da dire?”
Però c’è la famiglia nel bosco… confesso che personalmente sono esterrefatto. Tutte le sere i TG riportano e stiracchiano questa storia, penosa da tanti punti di vista, con prese di posizioni politiche e attacchi alla magistratura assurdi… da parte di persone che non conoscono i fatti. Cioè siamo di fronte a una mistificazione e a una strumentalizzazione talmente evidente della vicenda da lasciare senza parole.
“C’è un sistema di propaganda che fa veramente impressione, echeggia l’Istituto Luce del Ventennio. Ti chiedi, ma è possibile che la Meloni invece di andare in Parlamento a parlare della guerra o della crisi dei carburanti intervenga su queste cose? Ebbene sì. Non è più la Presidente del Consiglio è la prima influencer del paese. Per lei il Parlamento non è importante, l’ha già delegittimato.”
Molti esponenti del No dicono che se passa il Sì a questo referendum, e quindi si dà un colpo all’indipendenza della magistratura, poi il disegno di redistribuzione dei poteri si concluderà con il premierato, cioè con i pieni poteri al premier.
“Certo. A me sembra che proprio quella sia la direzione.”
E quindi ritorniamo alla domanda di La Boétie. Perché stiamo diventando servi? Perché perdiamo il senso di essere individui e popolo con dei diritti e dei doveri da esercitare?
“Perché è una malattia congenita. Si vede che ce l’abbiamo proprio dentro strutturalmente questa ambivalenza e, a seconda del momento, dell’epoca, essa ritorna…”
Noi pensavamo di essercene liberati avendo sconfitto il fascismo, il nazismo, poi anche il comunismo.
“Era un’ingenuità. Non possiamo arrestarla questa malattia, possiamo cercare di combatterla, ma di eliminarla totalmente no, è impossibile. Perché poi arrivano i Khmer rossi, cioè nel momento in cui qualcuno pensa di poter eliminare questo male, crei un male ancora più grande. Invece, accettare che siamo anche questo è il primo passo per provare a non esserlo.”
In altre parole, bisogna cercare di essere consapevoli che le nostre democrazie, le nostre istituzioni liberaldemocratiche, chiamiamole così, sono fragili e sono sempre in pericolo.
“Sì, e vanno curate ogni giorno. Perché nel momento in cui ti illudi che il fascismo, tanto per dire, è sconfitto, beh dopo ti senti a posto. Allora pensi alla partita della domenica. O pensi al festival di Sanremo…”
Cioè, pensi che sia possibile delegare a qualcun altro di pensare, decidere, fare anche per te.
“Invece è una battaglia che deve durare sempre, come la tua vita. Non c’è niente da fare. Almeno a me sembra che i saggi di qualsiasi colore, da Piero Gobetti liberale a Don Sturzo cattolico ad Antonio Gramsci comunista, per dire tre ragazzi del primo ‘900… tutti loro ci dicono la stessa cosa.”
Perché il senso della giustizia e dell’amministrazione della giustizia prima che organizzato dal punto di vista statuale deve essere vissuto dall’individuo, deve esserci il senso di fare il bene e non il male. Essere quindi responsabili verso sé stessi e gli altri…
“È così, è così. La prima battaglia è quella che si gioca dentro di noi. E da lì si espande e da lì trova complicità, trova amici, alleati…”
Al di là del pessimismo della ragione che traspare da ciò che ci siamo detti, c’è l’ottimismo della volontà, perché Marco Martinelli non si dà mai per vinto… è così? C’è allora una ricetta per uscire da questo corto circuito?
“Il punto è proprio questo, non ci sono ricette. C’è solo lo stare svegli, vigilare ogni giorno e sapere che ogni giorno devi ripulire te stesso per poter avanzare a pulire un po’ il mondo. Ma non ci sono ricette e non ci sono paradisi in terra, di qualsiasi genere.”
Quindi bisogna avanzare passo dopo passo, a piccoli passi?
“Sì.”
Andare a votare e votare No il 22-23 marzo equivale a dare un segnale?
“Assolutamente. E dopo un po’ di anni – anche prima di questo governo – la vittoria del No sarebbe un segno bello di risveglio. Perché mi sembra di sentire che c’è qualcosa che si muove. Un accendersi tra le persone. È una speranza.”


