Andrea Valentinotti avvocato del No: Nordio non riforma la giustizia, umilia la magistratura, vada a lezione da Carlo III
Laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna con tesi in diritto penale riguardante la legittima difesa, Andrea Valentinotti è iscritto all’Albo degli Avvocati di Ravenna. È uno dei più attivi esponenti dei Comitati per il No al referendum confermativo sulla riforma della giustizia voluta dal ministro Nordio e dal governo Meloni.
È stato componente del Consiglio Direttivo della Camera Penale della Romagna dal 2021 al 2024. È relatore al Seminario di Procedura penale sul Processo Minorile – Facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Bologna dal 2019. È relatore presso la Scuola Forense Ravenna dal 2025.
Ricordiamo che si vota domenica 22 e lunedì 23 marzo, fra una decina di giorni, e che per questo referendum confermativo ogni voto è valido, poiché non scatta la norma sul quorum. Quindi l’esito del referendum ha valore a prescindere dal numero dei votanti.
I temi in campo in questo referendum sono di doppia natura. Da una parte c’è la questione più specifica e tecnica che riguarda la riforma Nordio-Meloni della magistratura. Dall’altra, c’è un tema politico più generale, perché sono in gioco fattori come l’indipendenza della magistratura dal potere politico o come la stessa solidità dell’attuale governo di centrodestra che ha fortissimamente voluto la riforma e che, con la vittoria del No, subirebbe una sonora sconfitta.

L’INTERVISTA
Avvocato Valentinotti, partiamo dalla riforma Nordio con la divisione delle carriere fra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti, con la nuova conseguente organizzazione dell’ordine giudiziario, i due CSM più la Corte disciplinare. Perché voi del No dite che non è una vera riforma, perché di fatto riguarda solo l’organizzazione dei magistrati, ma non cambia l’effettiva conduzione dei processi, non li rende più veloci né rende la giustizia più efficiente, che poi è quello invece che interessa i cittadini?
“Non lo diciamo solo noi. Lo stesso Nordio ha detto che questa non è una riforma che migliora l’efficienza della giustizia, cioè i processi non saranno più rapidi, né saranno migliori. Lo ha detto lui, e l’ha detto anche l’avvocata Giulia Bongiorno in Parlamento, dando degli ignoranti a quanti pensano il contrario. Lo dicono loro stessi, quindi.”
Anche se poi invece la presidente del consiglio Meloni e molti del Sì insistono nel dire che invece questa riforma renderà più efficiente la giustizia…
“Guardi, si contraddicono spesso, dicono una cosa e il suo contrario, quindi si mettano d’accordo fra loro sul senso della loro riforma. Di fatto, questa non è una riforma della giustizia perché non riguarda l’efficienza e il miglioramento della giustizia stessa. Anzi, se dovesse vincere il Sì, l’Italia spenderebbe circa cento milioni di euro ogni anno in più rispetto a prima della riforma. Cento milioni in più senza assumere un nuovo magistrato. Noi oggi siamo in una situazione in cui la giustizia italiana è al collasso per via degli organici scoperti. Personale amministrativo, cioè funzionari, cancellieri, c’è un’altissima carenza di organici in Italia. A Ravenna siamo sul 60% circa del fabbisogno. Abbiamo pochi magistrati. In certi Tribunali c’è anche un problema di edilizia e poi abbiamo il problema del sovraffollamento delle carceri. Sono questi i veri problemi della giustizia. Fra l’altro, questo governo ha accresciuto il numero di reati con i decreti sicurezza, quindi aumenta il lavoro a fronte di un organico sempre più carente.”
Parlano della necessità di separare le carriere.
“La riforma Nordio non è nemmeno una riforma sulla separazione delle carriere, perché la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici esiste già con la riforma Cartabia del 2022, con la quale un giudice può diventare pubblico ministero o viceversa una volta nella vita, solo con determinati requisiti e cambiando regione.”
Voi del No dite che questo provvedimento riguarda appena lo 0,5% dei magistrati. O sbaglio?
“Parliamo di 30-40 magistrati all’anno in Italia.”
Quindi si cambiano sette articoli della Costituzione per una cosa che riguarda 30-40 persone. Ha un senso?
“Assolutamente no, quindi è chiaro che il problema non è neanche quello. Fosse quello il problema, non ci sarebbe stato bisogno di cambiare la Costituzione. Se volevano che giudici e PM nel CSM fossero, come dire, separati, si poteva fare una legge ordinaria. Si tratta di un cavallo di troia. La vera riforma Nordio è la riforma del CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura. Si decide cioè di rivoluzionare lo schema costituzionale che abbiamo avuto dal 1948 ad oggi, stabilendo dei meccanismi per me peggiorativi. Con il Sì avremo due CSM, uno per i giudici e uno per i PM. E quando tu scorpori il massimo organo, cioè l’organo di autogoverno della magistratura, lo dividi in due, di fatto lo indebolisci.”

Dopodiché cosa succede?
“Che tu hai sempre la maggioranza dei componenti di questi due organismi con magistrati togati rispetto ai laici. Togati vuol dire provenienti dalla magistratura. Mentre i laici sono quelli nominati dal Parlamento, che devono essere professori o avvocati con determinati requisiti. Comunque, di nomina politica. Ma si introduce il meccanismo dell’estrazione a sorte su cui c’è molto da dire. In Italia abbiamo circa 7.000 giudici e 2.000 pubblici ministeri. Si fanno delle liste e si estrae a sorte fra quelli. Ma per come è scritta la legge potrebbero benissimo estrarre a sorte il primo che capita, alla cieca. La componente politica è anch’essa estratta a sorte, ma dall’interno di un contenitore in cui i nomi sono predefiniti. Ora, il problema è questo: il contenitore quanto deve essere grande? La legge costituzionale Nordio non lo dice e demanda il tutto a una legge ordinaria.”
Quindi è un sorteggio. Lei dice, da una parte c’è un sorteggio alla cieca, dall’altra c’è un sorteggio su nomi che io ho messo dentro. Non è la stessa cosa…
“Certo che no. Ed è evidente che questo lascia la strada aperta a chi in quel contenitore dei membri laici di nomina politica ci vuole mettere persone di fiducia. È una forma di controllo.”
Ma perché i magistrati non devono avere il diritto di eleggere i propri rappresentanti come tutti i cittadini?
“È questo il problema. Con l’estrazione a sorte si mortifica la magistratura, perché stabilisci che in Italia il diritto di eleggere, di nominare, di scegliere lo dai a tutti, ma non ai magistrati. Cioè, vuol dire che io entro in un Tribunale, vado a sostenere un processo e mi trovo davanti una persona che deve giudicarmi, ma che secondo questa riforma Nordio è antropologicamente inidonea all’elettorato attivo e passivo. Questo è mortificare nella maniera più assurda per la magistratura.”
La motivazione è che si vogliono eliminare le correnti dentro la magistratura, una stortura che è diventata molto evidente con lo scandalo Palamara.
“Esattamente. Ma questa storia ce la stanno raccontando come se le correnti fossero delle associazioni a delinquere. Non è così. Le correnti sono associazioni di magistrati nate direi negli anni Settanta, con lo scopo di rendere la magistratura più al passo coi tempi. Sono associazioni trasparenti che necessariamente devono esistere, perché quando tu hai 9.000 magistrati, è chiaro che affrontano temi così delicati come la libertà e la vita delle persone con sensibilità anche diverse. Le correnti associano i magistrati in base alla loro sensibilità giuridica, organizzano eventi, si confrontano sulla cultura giuridica, per approfondire l’interpretazione della legge. Quindi, il problema non è la corrente né l’organizzazione di idee all’interno della magistratura. Il problema è che se poi c’è qualcuno che fa male o delinque va colpito. D’altra parte, la responsabilità è sempre personale. Invece, in questo caso, a fronte di uno scandalo come quello Palamara si colpisce un’intera categoria. Anzi, si colpisce l’intero ordine costituzionale.”
Alla fine è la stessa cosa per la politica. Non è che aboliamo i partiti perché ci sono dei politici corrotti…
“Esattamente. Bisogna stare attenti a non buttare via la democrazia, l’indipendenza dei magistrati, buttare via tutto. Per esempio, ci sono dei comuni che da anni e anni fanno le elezioni e vedono poi sciolti i loro consigli comunali per infiltrazione mafiosa, proprio non riescono, evidentemente, a voltare in pagina. Ma nessuno dice “visto che non ci riuscite, facciamo l’estrazione a sorte”. La democrazia va assicurata, ma è fragile, va coltivata, difesa, tutelata. L’alternativa non può essere togliamo la democrazia e facciamo l’estrazione a sorte. Anche perché, con gli estratti a sorte, siamo poi sicuri che la situazione migliora? Io ho seri dubbi.”
Il Sì dice dividiamo le carriere perché così dividendo la professione del PM da quella del magistrato giudicante si dà sostanza al giusto processo in cui il giudice è terzo fra accusa e difesa ed è imparziale. Voi dite No, perché?
“In Italia i numeri dicono che più o meno metà dei processi finiscono con l’assoluzione dell’imputato, quindi l’appiattimento del giudice sul pubblico ministero non c’è, è solo un sospetto. Basta entrare nelle aule di Tribunale: si vede che alla fine i giudici emettono le sentenze in base ai loro convincimenti. A volte le sentenze sono giuste, a volte possono essere sbagliate, ma sbagliate perché il giudice non ha fatto un ragionamento giuridico corretto, non ha capito bene la questione, non perché fa contento il PM.”
Per questo abbiamo tre gradi di giudizio.
“Esatto. Il Sì dice che nel processo ci deve essere l’avvocato dell’accusa e l’avvocato della difesa. Io voglio invece che venga applicato quanto scritto nel codice di procedura penale, cioè il pubblico ministero è il primo garante della legalità, è “il primo giudice”, cioè colui che in fase di indagine deve ascoltare tutte le campane senza partire con un’idea precostituita. Sentire tutte le campane significa fare le indagini per scoprire la verità, anche a favore dell’indagato. Quando ha concluso le indagini, il PM dice “beh, se io fossi il giudice condannerei o assolverei; se la risposta è condannerei allora si fa il processo, in caso contrario si chiede l’archiviazione”. Se poi nel dibattimento emergono degli elementi prima sconosciuti o che fanno cambiare il convincimento, allora si chiede l’assoluzione. Noi difensori chiaramente non possiamo fare questo. Cioè, se io ho una prova che inchioda una persona che difendo, non la posso produrre: se la produco commetto reato. Il pubblico ministero, invece, se ha una prova che scagiona il mio assistito e la nasconde, è lui a commettere un reato. Io voglio un pubblico ministero così.”
Un PM che non sia semplicemente l’avvocato dell’accusa.
“Io ho difeso tanta gente che non aveva grosse somme da investire nel processo, perché nominare un consulente tecnico costa, fare indagini difensive costa tanto. Oggi si fa una richiesta al pubblico ministero, ai sensi dell’articolo che prevede l’indagine a favore. Queste sono le regole. Non sempre sono applicate, andrebbero applicate di più e meglio. Così avremmo una giustizia più giusta anche per chi ha pochi soldi per potersi difendersi.”
L’altro filone che mette in campo il No è quello sostanzialmente politico. Basta guardare i telegiornali, basta leggere i giornali, basta ascoltare le dichiarazioni degli esponenti del governo: c’è da mesi un attacco frontale alla magistratura. La si chiama in causa per tutto, da Garlasco alla famiglia nel bosco, e ogni pretesto è buono per attaccare i magistrati. È questo che denunciate?
“Certo. C’è un certo tipo di politica che ha sempre dimostrato di mal sopportare le forme e gli organi di controllo, e la magistratura è il maggior organo di controllo. C’è una politica, secondo me, che confonde il governare con il comandare. È un approccio che ormai soffia dall’America all’Europa. Io ho vinto le elezioni, perciò rispondo solo ai cittadini, non rispondo ad altri. Mentre nel nostro impianto liberaldemocratico, che è poi quello cristallizzato nella Costituzione e nella giurisdizione, nel sistema ci dovrebbero essere pesi e contrappesi.”
Chi governa non è fuori dalla legge. Non può commettere abusi…
“Non deve farlo. Noi stiamo da tempo snaturando la Costituzione, perché abbiamo in teoria tre poteri dello Stato, esecutivo, legislativo, giudiziario. In realtà siamo già a due perché quello esecutivo e quello legislativo ormai si sono fusi. Il governo e quindi il potere esecutivo ha preso il sopravvento sul parlamento, quindi sul potere legislativo, e questo non solo per responsabilità di questo governo. In Parlamento si lavora a colpi di fiducia, le leggi non sono più di provenienza parlamentare ma imposte dall’esecutivo. La stessa riforma Nordio non è stata discussa. È stata voluta e imposta dal governo.”
Quindi siamo sostanzialmente a un braccio di ferro fra magistratura e politica, con la politica che vuole limitare l’indipendenza dei magistrati?
“Più che un braccio di ferro – perché se c’è un braccio di ferro significa che ci sono due contendenti e ognuno dei due vuole vincere – io direi che c’è un attacco di una certa politica alla magistratura, rea di non obbedire alle linee del governo, penso alle vicende dei decreti sull’immigrazione. D’altra parte, la presidente del consiglio l’ha detto a più riprese: i magistrati ci impediscono di governare. È arrivata al punto che dopo i fatti di Torino ha stabilito lei quale doveva essere il capo di imputazione. Credo che invece dovremmo prendere lezioni dal re d’Inghilterra Carlo III che, quando c’è stato l’arresto del fratello, ha detto: la giustizia segua il suo corso. La magistratura faccia quello che deve fare. Cioè, non si può sempre gridare al lupo o alle toghe rosse quando c’è un’indagine o una sentenza sgradita. Ma che razza di modo e che senso istituzionale hanno questi politici?”



