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A, B, C DELLA DEMOCRAZIA… / Maria Paola Patuelli spiega il suo No al referendum, per fermare la deriva autoritaria

Maria Paola Patuelli è stata docente di Storia e Filosofia nei licei di Ravenna e Lugo. Ed è stata dirigente del Pci e dei partiti che ne hanno raccolto e trasformato l’eredità: prima il Pds e poi i Ds. In questo quadro ha avuto il ruolo di consigliera comunale e assessora alla cultura a Ravenna. Non ha mai aderito al Pd.

Figlia di due partigiani, Silvia Bazzocchi e Nello Patuelli, Maria Paola Patuelli ha raccontato in due libri la storia della sua famiglia (Polvere e perle, Pendragon, Bologna, 2018) e quella sua personale (1989, Pendragon, Bologna, 2021), facendo i conti in particolare con la scoperta del femminismo e la fine del comunismo.

Patuelli 1989

Uscita dalla politica attiva di partito, da quasi 25 anni porta avanti un impegno costante, risoluto, quotidiano come intellettuale e come attivista nella società civile. È impegnata nella difesa dei diritti delle donne, dell’ambiente, della pace e, soprattutto, in difesa della Costituzione della Repubblica Italiana. In questa battaglia si è distinta in tutti gli ultimi anni, dal protagonismo nei girotondi contro il berlusconismo e le cosiddette leggi ad personam ai tentativi di modificare la Costituzione prima di Berlusconi e poi di Renzi. Fino alle ultime battaglie contro l’autonomia differenziata, la divisione delle carriere dei magistrati e il premierato.

Oggi Patuelli è ogni giorno impegnata nella battaglia referendaria per il No alla riforma della magistratura voluta da Nordio e Meloni e votata dal Parlamento, per cui il 22 e 23 marzo siamo chiamati a votare con un No per bocciare la riforma o con un Sì per confermarla.

Maria Paola Patuelli
Patuelli

L’INTERVISTA

Maria Paola Patuelli, con la nostra chiacchierata partiamo da una data simbolica: il 10 marzo del 1946, ottanta anni fa, in Italia si decise di dare il voto alle donne. E le donne votarono subito dopo per il referendum e per l’assemblea costituente.

“Sì, le donne prima votarono per le elezioni amministrative e poi il 2 giugno per scegliere fra repubblica e monarchia, quindi per quel primo referendum, e poi per eleggere l’assemblea costituente.”

Il fatto che uno dei primi elementi simbolici della nuova Italia post resistenziale sia stato il voto alle donne e, almeno su questo versante, la parità uomo-donna, fu un grande segnale di diritto e diritti.

“È il primo atto di quella che è sostanzialmente una democrazia. Cioè quando tutti, e non solo il genere maschile, tutti gli umani votano, allora è l’inizio del percorso democratico vero e proprio, universale.”

È la grande conquista del ‘900, ovunque. Nel secolo scorso, si può dire, si è concentrato tutto il male e anche molto del bene che abbiamo prodotto nello sviluppo dei diritti civili e politici a livello globale.

“Certo, e il molto bene arriva proprio dopo la Seconda guerra mondiale. Quando la memoria è più che viva a causa della enorme tragedia della guerra. In Italia poi non si discusse neanche se dare o meno il voto alle donne, perché la partecipazione delle donne alla Resistenza, almeno nel centro-nord, fu una discontinuità storica, un fatto nuovo di fondamentale importanza. Non furono solo alcune intellettuali o donne di cultura a partecipare alla lotta resistenziale, ma furono donne di tutti i ceti sociali, furono minoranza naturalmente, ma molto attive, molto consapevoli, mostrarono la loro maturità civile e politica.”

A dire il vero non è che il genere maschile fosse entusiasta, si può certo affermare che alcuni partiti erano molto scettici sul dare il voto alle donne…

“I democristiani avevano paura che le donne votassero come i loro mariti comunisti. I parroci temevano la stessa cosa. Il partito comunista e i partiti di sinistra in genere temevano che le donne fossero condizionate dai parroci. È andata come è andata e la partecipazione delle donne al voto è stata straordinaria. Come hanno votato le donne? Mediamente come hanno votato gli uomini. Qui da noi votarono soprattutto comunista o socialista o repubblicano, a Faenza un po’ di più per la Democrazia Cristiana. Al sud, molte donne come molti uomini votarono per la monarchia.”

foto storica vittoria referendum repubblica

Poi arriviamo al 1948, alla Costituzione, a cui lei si è interamente dedicata da quando è uscita dalla militanza politica attiva nei partiti. Perché?

“Il perché lo posso riassumere così. All’inizio degli anni Duemila, è emerso con grande chiarezza come i partiti, in particolare di sinistra, da soli non fossero assolutamente in grado né di comprendere la gravità del nuovo fenomeno del berlusconismo né di contrastarlo in modo adeguato. Nel 2001 Berlusconi torna al governo e lancia la prima campagna di aggressione esplicita alla Costituzione e alla magistratura, perché le riforme che lui stava tentando colpivano in primis l’autonomia e indipendenza della magistratura. Si veniva dalla stagione di Mani Pulite – che qualcuno ancora oggi considera come un male per la Repubblica, quando, invece, indagando sulla corruzione, i magistrati fecero semplicemente il loro lavoro. E quel lavoro fece collassare i partiti. È colpa della magistratura? O era il sistema dei partiti che, come già Berlinguer aveva denunciato, non reggeva più e, soprattutto, era fuori ormai dalla cultura della Costituzione? Con quella sovrapposizione fra governo, potere, interessi, corruzione. Tutto questo ha portato alla fine della Repubblica dei partiti e alla nascita di un nuovo fenomeno in Europa: l’avvento in politica del magnate Berlusconi e del suo partito-azienda.”

Dopo Mani Pulite ci fu la reazione e l’attacco a Mani Pulite e alla magistratura che “intralciava” il potere. E allora Francesco Saverio Borrelli, che coordinava il pool di Mani Pulite, se ne uscì con quel famoso appello: “Resistere. Resistere. Resistere”.

“Sì, fu Borrelli, un magistrato, con Resistere, Resistere, Resistere a indicare la linea del Piave per difendere la Costituzione. Cosa voleva dire un appello del genere? Che c’era il rischio che tutto crollasse e la Repubblica collassasse. Come società civile abbiamo raccolto quell’appello e ci siamo messi in movimento. Nel mirino di Berlusconi allora c’erano l’indipendenza della magistratura, quella del sistema dell’informazione e poi lo stesso impianto costituzionale, perché era stata concepita da Calderoli, e da qualcun altro, in pochi mesi, una riforma che aggrediva la Costituzione… noi ci mobilitammo subito.”

Borrelli

Nascono i Girotondi della società civile e della cittadinanza attiva…

“Quelli nascono soprattutto per contrastare l’aggressione alla magistratura e al mondo del lavoro. Ricordo i tre milioni di persone portate al Circo Massimo dalla CGIL di Cofferati contro l’abolizione dell’articolo 18. In quegli anni ci fu anche il grande movimento contro la guerra in Iraq…”

Stiamo parlando di quasi 25 anni fa, ma sembra di parlare dell’oggi.

“Con la differenza che oggi la situazione a livello mondiale, europeo e italiano è decisamente peggiorata. Quando la società civile si mobilitò, c’erano dei dirigenti del mio partito di un tempo che guardavano ai Girotondi con una grande irritazione. Dicevano, come si permettono questi di criticare noi politici di professione che sappiamo che cos’è la politica!? C’era stata anche la famosa invettiva di Nanni Moretti che disse “con questi dirigenti non vinceremo mai”. Quella li irritò parecchio. In quei primi anni 2002-2003 noi Girotondi, i Nanni Moretti, i Paul Ginsburg, i Pancho Pardi, insieme si tentò una interlocuzione con i partiti, in particolare di sinistra…”

Com’è andata?

“Fu un confronto difficilissimo e senza esito.”

Qualche stimolo lo avete dato però…

“Secondo me i nostri stimoli non li hanno accolti per la semplice ragione che non capivano il significato che poteva avere una società civile che si mobilita in difesa della Costituzione.”

Poi arriva Renzi, che addirittura propone una modifica di più di 50 articoli della Costituzione. La società civile di nuovo si mobilita e stavolta contro quella parte del centrosinistra che tenta quello che prima tentava la destra. Renzi va incontro a una sconfitta clamorosa, che segna la fine della sua leadership.

“Prima di arrivare a Renzi e al referendum del 2016, voglio sottolineare che in molte città si erano costituiti i Comitati in difesa della Costituzione, che sono stati finora attivi con progetti di alfabetizzazione democratica e costituzionale nelle scuole, con incontri frequenti con gli studenti da parte di magistrati, costituzionalisti o politologi. Abbiamo sempre coltivato il valore della democrazia e della Costituzione. Perché o le coltivi e le fai vivere, oppure restano solo parole scritte, qualcosa di astratto. Nel 2016, la battaglia in difesa della Costituzione fu più difficile, proprio perché quella riforma assurda fu voluta da un governo di centrosinistra. La nostra battaglia dimostrò, però, come la società civile costituzionalmente orientata non era e non è a priori schierata da una parte o dall’altra. Se c’è un governo di destra che aggredisce la Costituzione lo si contrasta. Se c’è un governo di centrosinistra che fa la stessa cosa lo si contrasta. È un atteggiamento serio.”

Matteo Renzi

Nel 2016 otteneste una vittoria clamorosa. Ma veniamo all’oggi. Stavolta c’è un governo di destra che fa approvare al Parlamento una legge di riforma della magistratura, non della giustizia, meglio precisare, ma della magistratura. E voi tornate in campo.

“Nel frattempo abbiamo fatto anche la battaglia contro il taglio dei parlamentari, in quel caso perdendola. La proposta sciagurata di “tagliare le poltrone per risparmiare dei soldi”, un messaggio devastante perché è una svalutazione del Parlamento, fu dei Cinque Stelle ma una parte del PD subì quella linea o vi si accodò con l’idea di fare poi un accordo per una nuova legge elettorale più giusta. Che non è mai stata fatta. In quella occasione, una volta di più come società civile abbiamo capito che “la scienza politica” non abita di per sé nei partiti. Ci vuole una società civile attenta, preparata, laica, cioè in grado di decifrare ciò che fa la politica. Potrei dire di avere fatto più politica in questi ultimi 25 anni nella società civile, che negli anni precedenti nei partiti.”

Lei parlava di scienza politica, ma si può parlare anche di scienza giuridica. Se paragoniamo chi ha scritto la Costituzione ai personaggi che oggi la stanno modificando c’è da impallidire. Stanno mettendo mano alla Costituzione personaggi che non hanno alcuna autorevolezza, che hanno poca o nessuna cultura e che cambiano idea dal giorno alla notte a seconda della convenienza. Non hanno minimamente l’autorità, la forza morale e intellettuale che avevano i padri costituenti.

“Certo, ma questa non è una cosa piovuta dal cielo. Questo è il risultato di un processo storico. Quando è venuta esaurendosi la generazione che la Costituzione l’aveva scritta, sono arrivate in Italia culture sempre più estranee alla nostra Costituzione che hanno preso piede nei partiti, soprattutto di destra, ma non solo di destra. Penso al reaganismo, al thacherismo, al liberismo sfrenato. Questo ha portato a un impoverimento culturale e civile che ha segnato gli ultimi trent’anni.”

2 giugno - Repubblica  - seduta inaugurale della costituente

Veniamo all’ultimo capitolo, questa riforma della magistratura. Perché il suo No?

“Perché se dovesse passare questa riforma la nostra Costituzione sarebbe sfigurata in uno dei suoi pilastri fondanti, quello che sancisce l’indipendenza della magistratura. Questo governo, secondo me, ha un unico pregio: parla chiaro. È chiaro quello che dice la Meloni, quello che dice Nordio, quello che dice la capo di gabinetto di Nordio. In tutti loro c’è una dichiarata ostilità nei confronti della magistratura. Fra l’altro, molti membri di questo governo non hanno nulla a che fare con la Costituzione, non vengono dai partiti o dalle famiglie politiche che hanno scritto la Costituzione. Molti di questi sono nipoti di Almirante, gli eredi di Salò e di chi era contro la resistenza, la libertà, la democrazia. La cultura di questo governo è in parte estranea e in parte ostile alle radici della Costituzione. La concezione del potere di questi che ci governano oggi è fondamentalmente autoritaria e accentratrice. Ciò che veramente conta per loro è il potere esecutivo, il Parlamento non possono cancellarlo, però lo depotenziano continuamente e quasi tutte le leggi sono formulate da chi governa, il Parlamento ratifica…”

Giorgia Meloni

Questa stessa riforma costituzionale è stata imposta dal governo al Parlamento… non è frutto di iniziativa parlamentare.

“Esatto. In questo caso non è stato possibile discutere la riforma. Pacchetto chiuso, prendere o lasciare. Si intende dar vita a una Repubblica che ha segno opposto a quello delle origini. Con un forte potere, il governo, con un Parlamento sempre più debole e poi con la proposta in campo del premierato, che arriverà subito dopo una eventuale vittoria del Sì. Ecco perché io dico che è cruciale questo passaggio. Perché la riforma Nordio mina il principio dei tre poteri autonomi e indipendenti e mina il potere della magistratura che ha il compito di applicare le leggi e di controllare che ciascuno le rispetti. Interpretando le leggi, perché questo è il compito del magistrato. Questo è insopportabile per chi ha una concezione del potere pieno, accentrato, populista, della serie tu mi voti, mi dai un mandato, io non devo rispondere a nessuno, neanche alla legge.”

Quanti sono al potere oggi ripetono ogni giorno che i magistrati non li fanno lavorare e non collaborano perché le cose vadano come chiedono loro…

“Le stesse cose che diceva Berlusconi 20 anni fa… Invece, ci deve essere un giudice a Berlino. Ci deve essere il giudice che impedisce l’abuso di potere e di chi è al potere. Può impedirlo solo un giudice indipendente, che risponde alla legge non al governo. L’altra cosa di fondamentale importanza è che la magistratura per essere indipendente deve auto governarsi. Ed è qui, infatti, che questa riforma vuole colpire la magistratura, colpisce laddove la magistratura si autogoverna. Si passa da un CSM unico a due CSM e poi c’è il terzo organismo di disciplina. Con il sistema del sorteggio poi vengono di fatto depotenziati i magistrati togati a scapito di quelli di nomina politica, che avranno un potere di controllo maggiore. È una riforma funzionale a una deriva autoritaria. Se vince il No, fermiamo questa deriva.”

referendum giustizia

Perché parla di deriva autoritaria?

“Se vince il Sì avremo il premierato, tendenzialmente elettivo e quindi assoluto, libero da legami parlamentari e dal Presidente della Repubblica. Poi l’autonomia differenziata che per il momento è stata contenuta, ma Calderoli ci sta ancora lavorando. Stanno proponendo una legge elettorale ancora peggiore del Rosatellum. Infine, dividono, intimidiscono e limitano l’indipendenza della magistratura. Se vince il No, noi possiamo fermare tutto questo. Ricordo che nel programma elettorale della destra c’erano tre punti: divisione della magistratura come richiesto da Forza Italia; autonomia differenziata richiesta dalla Lega; presidenzialismo poi premierato su cui puntava Fratelli d’Italia.”

Tornando a noi, il suo No è un No politico, non è solo un No tecnico sulla questione dell’autogoverno della magistratura.

“Non c’è dubbio. E poi è nell’interesse dei cittadini avere una magistratura indipendente, non obbediente, perché noi in Italia abbiamo avuto una magistratura obbediente che veniva direttamente dalla dittatura fino agli anni ’60, perché a lungo i magistrati sono sempre stati quelli nominati da Mussolini. È stata la nuova generazione dei giovani magistrati dagli anni ’60 in avanti a scoprire i valori e la logica della Costituzione, che diceva loro come dovevano fare il loro mestiere e progressivamente abbiamo visto i magistrati impegnati contro la mafia e la camorra, per i diritti dell’ambiente, delle donne, delle persone più fragili… pur con tutti i difetti.”

Perché c’è stata anche la degenerazione, per esempio di un Palamara…

“Certo, con tutti i difetti. Lo sappiamo tutti, la giustizia in Italia ha dei serissimi problemi e funziona male, ma non per colpa dei magistrati, ma di fatto con questa riforma non cambia nulla, l’hanno dichiarato loro papale papale in Parlamento. Questa riforma non la si fa per rendere più veloci ed efficienti i processi, ma la si fa sostanzialmente per dare un colpo ai magistrati. Un colpo ai magistrati che conviene a chi governa oggi e potrebbe convenire a chi governa domani. Come ha detto Nordio rivolto alla Schlein. Allora, ripeto, l’unico pregio che ha questo governo è la chiarezza. È chiaro il loro disegno. Solo se ci mettiamo i paraocchi o i tappi nelle orecchie, solo se siamo indifferenti, sembra oscuro ciò che invece è molto chiaro. Quindi il popolo italiano, il 22 e il 23 marzo ha il destino di questa Repubblica nelle sue mani.”

Lei dice che non ci sono scusanti.

“Io non scuserò niente e nessuno, anche se tutte le reti unificate non fanno l’informazione che dovrebbero fare. Ma ogni singolo cittadino che abbia raggiunto l’età della ragione, se vuole, ha gli strumenti per conoscere la legge e capire la posta in gioco, altissima. E stavolta non c’è il quorum. Ogni voto è valido e non va perso. Ogni voto è fondamentale. Noi ci siamo mobilitati ovunque, posso dire che abbiamo fatto un lavoro importante di fiducia nei confronti delle istituzioni e nei confronti della Costituzione. Io spero che con il No anche il popolo italiano compia questo atto di fiducia verso la nostra democrazia e la nostra Costituzione.”