CPR, tutti ne parlano ma pochi sanno cosa sono davvero. Andrea Maestri: “Meno diritti che in carcere, ci finiscono persone senza reati”
Immaginate di essere rinchiusi per mesi senza aver commesso alcun reato, senza sapere quando uscirete e senza capire fino in fondo cosa sta succedendo alla vostra vita. È ciò che accade ai cittadini stranieri che finiscono nei Centri di permanenza per il rimpatrio.
C’è un tema che – negli ultimi tempi – torna spesso nel dibattito pubblico, ma che resta, nei fatti, poco conosciuto: i CPR. Vengono citati, evocati, difesi o criticati, ma raramente raccontati per quello che sono davvero. Eppure è proprio qui che, ogni anno, migliaia di persone straniere vengono private della libertà personale senza aver commesso reati.
Per capire di cosa stiamo parlando bisogna partire dalle parole di chi quei luoghi li conosce da vicino. “Per spiegarmi con chi non conosce la materia, io li chiamo prigioni per stranieri”, spiega Andrea Maestri, avvocato ravennate attivista per i diritti umani. “Perché di fatto i CPR sono questo: luoghi di detenzione amministrativa“.
La definizione giuridica è diversa, più neutra. Si parla di “trattenimento”. Ma è proprio su questo punto che, secondo Maestri, si gioca una prima ambiguità. “È un termine eufemistico, quasi ipocrita. Significa privare la persona della libertà personale. Vuol dire impedirle di uscire, di muoversi, di decidere. Vuol dire incarcerarla”.
“Tra l’altro – sottolinea – nella sentenza n. 96/2025, la Corte Costituzionale ha chiarito che la disciplina vigente sul trattenimento nei CPR non rispetta la legge in materia di libertà personale, perché il cittadino straniero viene assoggettato al potere altrui, quindi sono analoghi a una prigione”. In Italia ci sono attualmente 10 Centri di permanenza per il rimpatrio.
I CPR nascono con una funzione precisa: trattenere cittadini stranieri – extra UE – senza permesso di soggiorno, a cui è stato notificato un decreto d’espulsione, quando non è possibile eseguire immediatamente il rimpatrio. Il percorso, nella sua struttura, è questo: una persona viene considerata irregolare, riceve un decreto di espulsione amministrativa e, se non ci sono le condizioni per un rimpatrio immediato — per esempio perché mancano i documenti — può essere portata in uno di questi centri.
“In attesa dell’esecuzione materiale dell’espulsione, queste persone vengono rinchiuse – spiega Maestri –. Non si tratta, quindi, di una misura simbolica o burocratica, ma di una privazione concreta della libertà”.
Uno degli aspetti più fraintesi riguarda propriochi finisce nei CPR. “Nell’immaginario comune si tende ad associare questi luoghi a persone pericolose, a criminali, a situazioni di allarme sociale. Ma la realtà – racconta Maestri – è molto diversa. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di persone assolutamente incensurate. Persone normali, che non hanno commesso alcun reato. In alcuni casi vengono trattenuti anche richiedenti asilo, mentre la loro domanda è in esame“.
Le storie sono quelle della vita quotidiana, spesso segnate da fragilità e precarietà. “Può essere una badante che ha perso il lavoro e quindi non ha potuto rinnovare il permesso di soggiorno. Oppure una famiglia che non ha più un alloggio regolare. O una persona che aveva un permesso e ha perso uno dei requisiti necessari per mantenerlo”. Situazioni che possono sembrare marginali, ma che fanno scivolare nell’irregolarità. “Persone innocue che si ritrovano, magari loro malgrado, in questa condizione”, aggiunge.
“La maggior parte delle persone che sono nei CPR non è pericolosa per la sicurezza o l’ordine pubblico – assicura Maestri –. I “pericolosi” sono solo una minima parte”, e di fatto, persone che hanno commesso un illecito amministrativo si trovano a dover convivere nei CPR con persone che hanno commesso un reato penale. Ad esempio, anche cittadini stranieri destinatari di un provvedimento di espulsione per precedenti di polizia vengono portati nei Centri, fino a quando non è stato organizzato il rimpatrio.
Se si prova a immaginare cosa accade dentro un CPR, la prima immagine che emerge è quella di un carcere. “Se uno si avvicina a questi centri, si accorge subito di cosa sono”, dice Maestri, che ha avuto occasione di visitarne più di uno. “Muri, cancellate, accessi controllati, forze dell’ordine. Sono vere e proprie carceri”. Ma è entrando — cosa che pochi possono fare — che la realtà si fa ancora più chiara: “Gli spazi sono spesso angusti, le condizioni materiali difficili, con carenze igieniche e sanitarie. E soprattutto le persone vengono semplicemente parcheggiate lì. Nei CPR non c’è un progetto, non c’è un percorso, non c’è una prospettiva. Non ci sono attività, non ci sono corsi, non ci sono momenti di formazione. Niente di tutto quello che, per esempio, esiste in carcere”.
Ed è proprio questo uno dei paradossi più forti. “Paradossalmente, un detenuto in carcere ha più tutele – osserva Maestri –. In carcere c’è un presidio sanitario fisso, ci sono attività socio-educative, corsi di alfabetizzazione, c’è un minimo di organizzazione del tempo. Nei CPR tutto questo spesso non esiste. Nei CPR le persone sono abbandonate“. Inoltre non possono ricevere visite e, tranne poche eccezioni, non hanno modo di comunicare con l’esterno.
Le conseguenze si vedono soprattutto sul piano umano. “Le persone vanno giù di testa – dice senza mezzi termini –. Chi è già fragile peggiora. Ci sono ripercussioni forti sul piano emotivo, psicologico, anche psichiatrico. In moltissimi casi si ricorre a farmaci per contenere il disagio. Si fa un ampio uso di sedativi, perché sono numerosi i casi di autolesionismo, depressione profonda e tentativi di suicidio“.
Anche sul piano sanitario emergono criticità evidenti. “Non è detto che ci sia una tutela sanitaria effettiva 24 ore su 24 – spiega –. E questo, in contesti così delicati, è un problema serio. La fragilità non è solo fisica, ma spesso anche psicologica, legata ai percorsi migratori, alle esperienze vissute, alle condizioni di vita precedenti. Spesso sono persone che hanno già vissuto situazioni traumatiche e che si trovano, loro malgrado, ad affrontare ancora una volta sofferenze e privazioni“.
Per questo la valutazione medica è un passaggio cruciale. “Il medico deve stabilire se la persona è idonea al trattenimento – spiega Maestri –. Deve valutare lo stato di salute, anche sotto il profilo psicologico e psichiatrico. Si tratta di una valutazione complessa, che riguarda la compatibilità tra le condizioni della persona e la detenzione nel CPR. Il medico deve tener presente se la persona ha subito abusi, se è stata vittima di tratta, ecc.”.
Ed è qui che interviene una delle precisazioni più nette. “Non è il medico che deve decidere se una persona è pericolosa – chiarisce –. La pericolosità è una valutazione che spetta ad altri, come le forze di polizia e la magistratura. Il compito del medico è un altro: deve verificare se quella persona può stare in un CPR senza che questo comprometta la sua salute”.
E per rendere chiaro il concetto, usa una formula che resta impressa: “Che si tratti di Totò Riina o dell’Arcangelo Gabriele, il medico deve fare la stessa cosa: valutare se lo stato di salute è compatibile con la detenzione“.
Al di là delle condizioni materiali e sanitarie, c’è poi una questione più profonda, che riguarda il diritto. “Io definisco i CPR un vero e proprio buco nero del diritto – prosegue Maestri –. Luoghi in cui i diritti fondamentali restano sospesi, fortemente compressi, drasticamente limitati”.
Il nodo centrale è sempre lo stesso: la libertà personale. “Parliamo di persone che non hanno commesso reati e che vengono comunque private della libertà, a volte anche per 18 mesi – sottolinea –. Questa è la contraddizione più evidente”.
Eppure, tutto questo resta in gran parte invisibile. “L’accesso a questi luoghi è molto limitato, soprattutto per i giornalisti – spiega –. Se non c’è possibilità di entrare e raccontare, è evidente che l’opinione pubblica non sappia cosa succede davvero“. La mancanza di trasparenza contribuisce a costruire una distanza, una zona d’ombra.
A questo si aggiunge una narrazione semplificata, che riduce tutto a poche parole. “Si sente dire: è stato portato in un CPR e rimpatriato – osserva Maestri –. Ma dietro c’è una storia personale complessa che non viene raccontata”. Il risultato è che l’opinione pubblica si forma un’idea parziale, spesso distorta.
C’è poi un altro elemento che mette in discussione il sistema: la sua efficacia. “Molte persone non vengono rimpatriate – spiega –. Perché mancano i documenti o la collaborazione dei Paesi di origine. In questi casi, dopo mesi di trattenimento, le persone vengono rilasciate. Questo pone un interrogativo serio sull’utilità del sistema”, aggiunge Maestri. Secondo i dati del Ministero dell’Interno disponibili, nel 2024 è stato espulso solamente il 10% delle persone che hanno ricevuto un ordine di allontanamento.
Quindi, i CPR non funzionano, in tutti i sensi, perché dopo lunghi periodi di reclusione le persone non vengono necessariamente rimpatriate e tornano in libertà, senza che il sistema abbia raggiunto il suo obiettivo.
La proposta è quella di superare questo modello. “Da operatore del diritto, che si occupa di questi temi da 25 anni, ritengo che sia un modello da superare. Ed è ciò che sostengono associazioni per i diritti umani e giuristi. È un sistema che non è compatibile con i principi costituzionali. I CPR sono un non-luogo giuridico, in cui i diritti fondamentali restano sospesi. Se si tratta di persone pericolose devono stare in carcere, ma non nei CPR, che sono oggi una sorta di prigione per persone straniere”, sottolinea l’avvocato ravennate.
Maestri prosegue: “La gestione dei CPR costa circa 20 milioni di euro l’anno. Tutte queste risorse si potrebbero investire per programmi di rimpatri volontari e assistiti. Percorsi più strutturati, più umani, che diano alle persone il tempo e gli strumenti per rientrare nel proprio Paese d’origine. È assurdo pensare che una persona che vive qui da 10 o 20 anni possa lasciare l’Italia in sette giorni. Servono tempi congrui, serve un sistema ben organizzato“.
E aggiunge: “Serve un approccio diverso. Si spenderebbero meno soldi, si rispetterebbero i diritti e probabilmente si otterrebbero risultati migliori”. Ma finché i CPR restano luoghi difficili da vedere e da raccontare, il rischio è che continuino ad esistere lontano dallo sguardo pubblico, protetti da una distanza che rende tutto più semplice da accettare.
“Entrare lì dentro – conclude Maestri – significa avere meno diritti di un detenuto”. Ed è forse da qui che bisognerebbe partire per capire davvero cosa sono i CPR: non dagli slogan, non dalle semplificazioni, ma da questa realtà: persone che, senza aver commesso reati, si trovano comunque private della libertà.
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I CPR
I CPR sono strutture destinate al trattenimento temporaneo di cittadini stranieri senza permesso di soggiorno, nei casi in cui non sia possibile eseguire immediatamente l’espulsione dal territorio italiano.
Il loro scopo è permettere allo Stato di completare le procedure necessarie al rimpatrio, tra cui: l’identificazione della persona; il contatto con le autorità consolari del paese di origine; il rilascio dei documenti necessari per il viaggio; l’organizzazione logistica del rimpatrio
A differenza delle carceri, i CPR non sono luoghi di detenzione penale. Le persone che vi vengono trattenute non sono condannate per un reato, ma si trovano in una situazione di irregolarità amministrativa legata alla normativa sull’immigrazione.
Il trattenimento deve essere convalidato da un giudice e ha una durata limitata, anche se negli anni il limite massimo è stato più volte modificato e ampliato dalla legislazione.
I CPR sono l’evoluzione dei precedenti Centri di identificazione ed espulsione (CIE), a loro volta derivati dai Centri di permanenza temporanea (CPT) introdotti alla fine degli anni Novanta.
Nel tempo il sistema è stato oggetto di numerose riforme legislative, spesso legate alle politiche migratorie dei diversi governi.
L’obiettivo dichiarato è sempre stato quello di rendere effettivi i rimpatri, considerati uno degli strumenti principali per contrastare l’immigrazione irregolare. Tuttavia il sistema ha mostrato limiti operativi, perché l’espulsione dipende anche dalla collaborazione dei paesi di origine e dalla disponibilità dei documenti necessari.










