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Legacoop Romagna e coop culturali: La Capitale della cultura insegna, la Romagna si racconti come una capitale diffusa

Anche l’esito non positivo della candidatura a Capitale della Cultura 2028 lo conferma: la Romagna che ha sempre saputo accogliere, ora sa di aver imparato a raccontarsi come un’unica, grande capitale diffusa, poiché la bellezza che possediamo e la grande offerta culturale che ogni città porta con sé, meritano un palcoscenico globale. Per riuscirci, serve però che i Comuni della Romagna si mettano ad un tavolo e avviino un percorso strutturato per portare la Romagna a essere una vera e propria Capitale Europea della Cultura permanente. Se accadrà, come riaffermiamo da mesi, le imprese cooperative del settore saranno pronte a fare la propria parte e cioè a metterci idee, risorse, professionalità.

Perché anche il positivo dibattito di questi giorni – ripulito da alcune polemiche inutili ed anche un po’ stucchevoli – ha rafforzato la nostra convinzione che la candidatura congiunta di Forlì e Cesena a Capitale Italiana della Cultura, non sia stata un semplice esperimento burocratico, dimostrando che, quando le città romagnole decidono di parlare con un’unica voce, l’entusiasmo dei cittadini si accende e l’attenzione nazionale si focalizza su questo territorio. Questa esperienza ha evidenziato inoltre come il superamento dei campanili non sia una perdita di identità, ma un moltiplicatore di valore. Ora è il momento di non disperdere quel patrimonio: la Romagna deve smettere di essere un arcipelago di eccellenze isolate, per diventare un continente culturale unito, strutturato e riconoscibile.

Esiste infatti un’energia e un’attitudine che il mondo intero ci riconosce ma che finora è rimasta confinata nel perimetro dell’accoglienza turistica stagionale. È il “Sogno Romagnolo”: quell’intreccio indissolubile tra solarità, operosità, storia e genio creativo. Oggi, questa energia deve compiere il salto di qualità definitivo: trasformarsi da “carattere locale” a Sistema Culturale Integrato.

Legacoop Romagna è convinta che sia arrivato il momento di creare un progetto unitario e strategico romagnolo, partendo  ad esempio dall’ecosistema espositivo e artistico dei grandi poli museali e le gallerie d’arte della Regione, in un unico percorso critico e turistico, rendendo la fruizione culturale fluida tra costa ed entroterra; dalle molteplici e diversificate esperienze teatrali di produzione e di programmazione, valorizzando la straordinaria densità di teatri storici e compagnie che rendono la Romagna uno dei laboratori creativi più vivaci d’Europa; dal tessuto vivace di festival e pratiche culturali, dal contributo sempre più rilevante del cinema e dell’audiovisivo, tra festival, produzione e percorsi formativi; l’enogastronomia come narrazione, elevando la cucina da servizio turistico a bene culturale; la salvaguardia della lingua dialettale in tutte le sue sfumature, di cui gli studi di Friedrich Schürr, che è stato il più importante studioso del dialetto romagnolo, testimoniano l’importanza.

In questo scenario, il Liscio non è un retaggio del passato, ma la colonna sonora identitaria del nostro futuro: un linguaggio universale che può e deve rappresentare il “sottofondo” distintivo di un percorso di valore aggiunto, capace di emozionare tanto il residente quanto il visitatore straniero. Non si tratta di celebrare un evento sportivo o una singola kermesse, e nemmeno di stimolare l’afflusso turistico, ma di dimostrare all’Italia e all’Europa che esiste una “Via Romagnola” alla modernità, dove la cultura è il collante sociale e il motore di uno sviluppo consapevole. Insomma, ripartiamo da una sconfitta, per vincere insieme la sfida del futuro.

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