Logo
A, B, C DELLA DEMOCRAZIA. C COME COSTITUZIONE / Una Primavera per la Costituzione. Ci saranno frutti da raccogliere? O sono in agguato gelate?
ID risorsa: 2605265133 / Shutterstock / Photo Christopher Penler

Mentre nel mondo le guerre imperversano, anzi, si moltiplicano, primo autore Trump, che dice di obbedire solo alla “sua” morale. Mentre nel paese che dice di essere, in Medio Oriente, il migliore testimone dell’Occidente e della sua cultura democratica, cioè Israele, introduce la pena di morte ad unica destinazione, cioè per i palestinesi, è accaduto che nel pomeriggio del 23 marzo in Italia, piccolo paese in un’Europa che molte voci dicono moritura, una rappresentanza di circa 15 milioni di italiani – sarà anche un piccolo numero, ma esiste – si è riversata in tante piazze, autoconvocata, e contenta, veramente contenta. La contentezza di chi riceve una buona diagnosi, diagnosi che era attesa con timore.

E la diagnosi ha detto. No, il popolo italiano non approva torsioni autoritarie, né manomissioni della Costituzione. È stato l’annuncio gioioso dell’imminente Ottantesimo della Repubblica che, come scrivono Nadia Urbinati e Luca Baldissara in un libro edito dal Mulino e uscito pochi giorni fa, è nata democratica. Il popolo si è espresso. Vuole che continui ad essere democratica.

Il No ha festeggiato la vittoria al referendum in Piazzetta dell'Unità d'Italia a Ravenna

Pochi giorni dopo, in Italia e nel mondo, grandiose manifestazioni hanno detto NO KINGS. Nuovi presunti sovrani, che si ritengono sciolti da ogni limite e controllo, nella parte del mondo che ha avuto la fortuna dell’Illuminismo – la considero una fortuna, cosa normale, dovrebbe essere, per chi vive in Europa – stanno incontrando ostacoli, movimenti, opposizioni. In difesa dei diritti umani, del diritto internazionale. Sono diritti morti, nel senso che non torneranno mai più, come accade a chi muore? O ci sono forze che vogliono cancellarli, proprio là dove sono nati e, per quanto in modo imperfetto, ancora in vigore, quindi non morti?

Una Europa senza la pena di morte, è una piccola parentesi nella storia umana? Paesi europei che hanno Costituzioni che esigono uguaglianza e libertà – non può esserci l’una senza l’altra, un inedito nella storia umana -, è una parentesi, roba da femminucce? C’è chi lo pensa, anche in luoghi dove non vorremmo vederli.

No Kings

Esiste un certo odio per l’Occidente, anche in Europa. Di opposto segno. Occidentali che detestano l’Occidente dei diritti universali, che disprezzano le democrazie costituzionali e smuovono onde nere. E Occidentali che pensano che i diritti umani, l’uguaglianza, la libertà siano chimere e che ciò che conta è solo il passato, le tragedie che l’imperialismo europeo ha comminato al resto del mondo. Quindi, nulla di ciò che diciamo è credibile. Le colpe dei padri ricadono eternamente sui figli. Figli che, invece, in gran numero non condividono, dei padri, passate politiche totalitarie, né l’odio per gli immigrati, ma sono solidali con il popolo palestinese, sono fortemente critici con il  vecchio e il nuovo capitalismo e la società dei consumi, che vorrebbero decrescenti.

Un tempo ci fu un fenomeno culturale, il cosiddetto “odio di sé”, di ebrei europei colti, fenomeno che diede ad Hannah Arendt occasione per pensieri assai profondi, e cruciali, per la sua vita e, per nostra fortuna, anche per la nostra. L’odio di sé portò a due opposti fenomeni. Il sionismo nazionalista, avere una nostra terra, costi quel che costi, e il rifiuto dell’odio di sé, in favore dell’uguaglianza e della libertà, per umani, in ogni dove, di qualunque etnia e condizione. Arendt, come la nostra Anna Foa, entrambe ebree, è a questa parte che appartengono.

C’è una Europa che ha fatto i conti, culturali e politici, con l’Europa dei nazionalismi feroci e dei colonialismi spietati, una Europa che è accanto al popolo palestinese e si oppone alle politiche di potenza. È una Europa che non ha alcuna ragione di “odio di sé”. L’altra Europa, quella dell’onda nera, va in direzione opposta, e testardamente odia ciò che dell’illuminismo, del socialismo, del femminismo ha messo radici.

È una Europa giovane, attiva, colta, sveglia, non piegata sotto i macigni di colpe passate. Qui vivo, e non vorrei vivere altrove. Non desidero emigrare e comprendo chi vuole emigrare in terra europea. Individuo, a proposito di questa enorme questione, due genie. Una che, anche in Europa, si rallegra, per il ritorno della forza e del dominio di chi detiene denaro e armi, a Est e a Ovest, poco importa la differenza, e chi, invece, auspica che la presente torsione autoritaria sia una parentesi e che i Kings, e le Queens, siano un passaggio, doloroso ma non definitivo. Faccio parte di questa seconda genia. Che, non a caso, tornando nel nostro piccolo paese, nel pomeriggio del 23 marzo si è ritrovata, festante, in piazza.

Credo comunque che valga la pena, prima di andare oltre la stagione referendaria – che in ogni caso non è da archiviare – soffermarci sulle lunghe settimane di lavoro, quasi tre mesi, in realtà, che ci hanno visto quotidianamente on the roads. La direzione era da noi – eravamo tante e tanti – nota e voluta, ma l’arrivare a destinazione era incerto. Nonostante l’incertezza e, a volte, il vero panico, si stringevano i denti e si procedeva.

Perché panico? Per una ragione molto semplice. Mancare il traguardo avrebbe avuto un significato preciso. Un significato tutt’altro che tecnico, come alcune voci ripetevano. Anche voci autorevoli, che ci lasciavano di stucco. Invece il traguardo mancato avrebbe avuto un significato politico, drammaticamente politico. Poteva essere l’inizio di una definitiva rivoluzione passiva – direbbero Cuoco e Gramsci -, che ribaltava la rivoluzione promessa, contenuta, per dirla con Calamandrei, nella nostra Costituzione. Una rivoluzione promessa mai compiuta, se non per stralci e in modo intermittente.  Ma che, in ogni caso, era scritta, nero su bianco.

Il governo Meloni, con il ministro Nordio e il berlusconismo ancora vivo, pensava di avere la vittoria in tasca, certo di un controllo egemonico sul popolo italiano, come assicuravano corifei di varia natura, nei media e, sporadicamente, anche laddove non ci aspettavamo, fuori dal Parlamento e nel Parlamento. Qualche dubbio sul fatto che l’egemonia meloniana fosse un fatto acquisito ci è venuto durante la campagna referendaria. In realtà, anche prima. Mentre noi, piccole associazioni, ci stavamo preparando alla ardua prova con grande scontento, perché né le grandi associazioni nazionali né i partiti di opposizione avevano dato seguito alla nostra richiesta di presentare il quesito referendario sul quale raccogliere le firme, 15 persone, giuristi ed ex magistrati – più che volenterosi, oggi li definisco “grandiosi” –  si sono mossi e hanno lanciato la raccolta firme.

Allora, un primo segnale, straordinario. In poche settimane sono arrivate più delle 500 mila firme richieste per diventare Comitato Referendario, cioè, un vero e proprio “potere dello Stato”, cosa che accade assai di rado, nonostante la nostra – di popolo – costituzionale “sovranità”.  Accade quando il popolo si organizza e ottiene un referendum, l’unica forma di democrazia diretta.  Chi – è il mio caso – ha profonda affezione per la democrazia parlamentare e per la centralità del Parlamento, e non è fan dei referendum a prescindere, considera però l’istituto referendario di grande importanza, in base ai contesti, a chi promuove, ai quesiti stessi. Ho partecipato a tutti i referendum, ad esclusione di uno, la cui richiesta politica non mi convinceva. Ma non ho invitato nessuno a fare altrettanto. In questo nostro attuale storico contesto – e non per il solo testo, peraltro definito da Zagrebelsky irrazionale e volgare -, abbiamo considerato il mezzo referendario di importanza cruciale, a partire da chi ha firmato subito, ed ha lavorato per il No fino all’ultimo, fino al 20 marzo compreso.

Cruciale, bella l’etimologia, da crux, cruces, le croci che un tempo si trovavano ai bivi, o di qua o di là. O salvare lettera e spirito della Costituzione, o consentire l’avvio di una rivoluzione silenziosa che, con il supporto della masse, o popolo – un tempo detestati e ora, con speranza di addomesticamento, circuiti – ne cominciava la distruzione, partendo da uno dei tre pilastri, l’autonomia e indipendenza della Magistratura, da incrinare per poi abbatterle. Se questo fosse accaduto, la prossima tappa sarebbe stata il Premierato elettivo. In questo modo anche il Parlamento diventa marginale e, da silenzioso, come da tempo è – ma la Costituzione questo non vuole -, sarebbe diventato, anche sulla Carta, una semplice cassa di risonanza di un governo che tutto, e di tutto, dispone. Rivoluzione passiva compiuta, con il consenso popolare, ciliegia sulla torta.

Ma, subito dopo la buona conclusione della raccolta firme, altri segnali interessanti sono comparsi, non sempre visti nelle precedenti campagne referendarie. Mi piace ricordarli, perché vanno sottolineati, a futura memoria. Intanto, fin dai primi incontri pubblici promossi dai Comitati della società civile per il No, una folta, attiva e preoccupata partecipazione.  Ovunque, nelle città, nei paesi, nelle frazioni. Inoltre, ci stupiva e rendeva felici un fenomeno nuovo. Cittadine e cittadini che entravano in contatto con noi per rendersi disponibili, per divulgare e essere presenti ai banchetti. Una vera sovranità popolare. Non solo votare, ma partecipare.

Senza dimenticare un caso a me noto – non escludo che altri ci siano stati –  e nuovo, in questi anni di scontento diffuso. In un paese vicino a Ravenna una famiglia, di propria iniziativa, apre la propria casa ad un incontro di vicinato, per informare sul referendum e discutere. Il ritorno di una pratica un tempo diffusa, almeno dalle nostre parti, in occasione di ogni prova elettorale. In questo caso, un incontro molto partecipato, con domande, discussioni, approfondimenti, e un caloroso buffet finale. Quanta civiltà politica ho respirato, quel giorno. La preoccupazione, in me, permaneva, ma meno cupa. Inoltre, altra novità, una buona collaborazione con i partiti che hanno scelto il No. Un reciproco e fattivo riconoscimento. Per non dire della preziosa collaborazione – indispensabile – con il Comitato No dei Magistrati e con gli Avvocati per il No. Un mondo ampio, reciprocamente rispettoso, articolato, plurale, insieme per la Costituzione.

E quando sono arrivati i risultati, il 23 marzo, nel pomeriggio, una gioia unita a incredulità. Non tanto per il No, atteso e sperato, e, a quel punto, vincente, ma per l’entità del vittorioso No. Una diffusa, matura e informata consapevolezza del popolo sovrano, che ha detto No alla rivoluzione silenziosa e che chiede, in nome della Costituzione, che il lavoro non si fermi qui. Abbiamo festeggiato, eravamo tante e tanti, in piazza Unità d’Italia, a Ravenna. In quel momento, era proprio la nostra piazza. Nostra, con la Costituzione salvata.

L’euforia per qualche giorno ci ha accompagnato, seguita poi, velocemente, da interrogativi non privi di preoccupazione. Questa ampia, ricca, viva partecipazione, un vero ben di dio per la politica, troverà un giusto terreno per radicarsi e irrobustirsi, per avere un ruolo nello spazio pubblico, per farsi soggetto che parla, che chiede ascolto, che interagisce, che viene ascoltato? La Repubblica dei partiti finì, senza decoro, qualche decennio fa. I partiti di nuovo conio non hanno avuto, come bussola, la Costituzione. Fra questi, i partiti che ora sono al governo la Costituzione la vedono come inciampo detestato e da togliere di mezzo.

Il mio interrogativo. I partiti di opposizione che si sono impegnati per il No, sono al lavoro per studiare e comprendere l’esito referendario, per analizzarne le ragioni che hanno sostenuto una partecipazione ampia, diffusa e che non è iscrivibile in alcun modo, credo, ad un’onda populista? Anzi, il contrario, direi. Con tutti i reali problemi che rendono difficile un buon funzionamento della giustizia, e con gli argomenti di volgare propaganda che la campagna del Sì ha rovesciato a piene mani, in modo a volte agghiacciante, contro la Magistratura, il popolo sovrano, invece, si è informato, ha ragionato e ha compreso quanto ci fosse in gioco. Quella del No è stata una risposta matura, non improvvisata, che vede al centro la gioventù, le città, e ambiti sociali dove lo studio è di casa.  Un parterre ideale per una ripresa in un paese di democrazia in sofferenza. L’analisi che ha dipanato in merito Marco Revelli, con la scienza della politica e con gli strumenti di analisi della sociologia, è magistrale.

I miei interrogativi hanno trovato riscontro, negli stessi giorni, in opinioni che qui segnalo. Di Giorgia Serughetti, Lea Melandri, Francesco Pallante. I partiti avevano sentore del sommovimento partecipativo in atto?

Se non si vedono grandi numeri arrivare – scrive Giorgia Serughetti – quale può essere la ragione? Cecità? Miopia? Certo, le piazze per Gaza sono state o detestate – da destra – o frequentate – da sinistra – sia per sincera passione che per doverosa attenzione. E sicuramente viste.

E le piazze più o meno affollate di giovani, per il clima, per le energie rinnovabili? E le manifestazioni femministe e trans femministe di Non Una di Meno, sulle quali si sofferma Lea Melandri Queste manifestazioni, detestate dalla destra, e osservate dalla sinistra, con simpatia alternante, sono state viste, sicuramente. Molte persone, di genere e generazioni diverse, hanno spesso frequentato tutte queste diverse piazze, e non solo una di queste. E che andassero nella stessa direzione, è stato visto? Era, o no, partecipazione? Davano, o no, ossigeno alla nostra indebolita democrazia?

Trovo di grande significato, e conforto, trovare nei due articoli, di Giorgia e di Lea, quesiti dello stesso tenore, e spessore. E anche indicazioni su come fare rivivere forme di partecipazione che vadano oltre gli schematismi e le rigidità dei partiti del Novecento, non a caso disertati, da tempo, anche da chi la politica non solo la segue, ma “la fa”.

Sia i partiti, che l’Occidente, dovrebbero aprire una fase di “autocoscienza”. Trovo molto simpatico, oltre che intelligente, questo riferirsi di Lea Melandri al metodo del femminismo della anni Settanta – partire da sé –  che, indagando e approfondendo, ha dato a molte donne nuova vita, e forza. Cari partiti, cercate di “partire da voi”.  E di chiedervi. Perché la gioventù, e non solo, sta alla larga da voi?  Perché la partecipazione al voto, quando si vota per elezioni locali, nazionali, europee, è venuta via via diminuendo?

Perché, invece, al referendum del 22 e 23 marzo tanta gioventù è andata a votare? Forse perché non c’erano partiti da votare? In realtà, qualcosa di nuovo, appunto, nella campagna referendaria, avevo respirato. Società civile organizzata per il No, Magistrati e Giuristi, hanno intensamente lavorato, collaborando. E, per la prima volta, anche i più importanti partiti di opposizione per il No, sono usciti dal loro consueto guscio, ci hanno cercato, non si sono sottratti al dialogo, anzi.

È in atto un reciproco riconoscimento, come auspica Lea Melandri? In realtà, se ripenso alle numerose esperienze del passato, dai girotondi in avanti, passando attraverso altri referendum costituzionali, il dialogo con i partiti li abbiamo cercati e, spesso, sollecitati. Senza successo.

Il No ha festeggiato la vittoria al referendum in Piazzetta dell'Unità d'Italia a Ravenna

Ora, abbiamo visto un risveglio di primavera. Però, sbalorditi, stiamo vedendo una coazione a ripetere, un rinchiudersi. Pensano forse, i partiti, che i milioni di No siano cosa loro, e acquisita? E che la società civile organizzata non abbia più ragion d’essere, per missione compiuta? È un mio timore. Pensano forse, i partiti, che la gioventù che, con entusiasmo, si è attivata per il No, e ha votato, si entusiasmi di fronte alla grande questione “come fare a scegliere un capo”? Francesco Pallante è stato chiaro, in un suo recente articolo. Non è di un capo che il nostro mondo – volutamente, politicamente, orizzontale – ha bisogno. È vera e buona partecipazione – in questo momento storico, non in astratto – correre a un gazebo, a prescindere dal come, chi, e quando li ha indetti?

Sottolineo “in questo momento storico”. Ci fu un tempo, ormai lontano, nel quale vidi nel metodo delle primarie una spinta alla partecipazione, sottraendo poteri a luoghi esclusivi, e che favorissero invece il libero gioco, e in modo trasparente, di idee e modi di essere, pur all’interno dello stesso mondo. Libero e trasparente gioco. L’ennesimo, per me, sogno di una cosa, di spirito pasoliniano.  Lo dico con il senno di poi. Molte voci stanno dicendo. Ma state scherzando? È dalle primarie che volete partire? Volete invece mettervi in ascolto, e scrivere, poi, un programma, non da soli, possibilmente?

Vogliamo tenere viva la rete civile reale, concreta, che nei mesi referendari ha dato vita ad uno straordinario laboratorio politico? Non c’è stato incontro pubblico di informazione e riflessione, con al centro la Costituzione e le sue ottime ragioni, che non sia stato esempio di attenta e responsabile partecipazione, di grande qualità politica. È una parentesi da chiudere velocemente? Altro che miopia. Sarebbe prova di vera cecità. Credo che Nadia Urbinati, in un recente articolo, questo volesse dirci.

Invece, l’interazione, rispettosa ma esigente, della società civile organizzata con i partiti, andrebbe mantenuta, per diventare metodo, e per evitare, se siamo in tempo, che la nostra partecipazione venga dispersa, come si faceva un tempo con presunte mosche cocchiere o appassiti fiori all’occhiello.

Noi, società civile organizzata, prendiamoci tutta la nostra responsabilità, non ritiriamoci in buon ordine, stiamo nel gioco difficile ma necessario della politica. È lo stesso auspicio che ho trovato in un recente articolo di Gaetano Azzariti . Responsabilità, grande parola, da rimettere nel circolo della politica. Il contrario di indifferenza, sostanza che avvelena, anzi, rende impossibile la politica, che sfiorisce, se la responsabilità non diventa costume diffuso.

Abbiamo carte buone da giocare. Tutte scritte nella Costituzione, che ci chiede impegno civile continuo, e creatività, nel suo necessario farsi mondo. In caso contrario, gelate fuori stagione potrebbero bruciare un potenziale buon raccolto.