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Tahar Lamri sui fatti violenti a Ravenna: “Ricostruiamo reti, riabilitiamo i corpi intermedi, torniamo a governare la complessità della convivenza”

Una città ferita che si interroga su sé stessa, tra paura, polarizzazione e un senso crescente di smarrimento istituzionale. Dopo l’ultima notte di violenza alla Darsena, che ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema della sicurezza, l’intellettuale Tahar Lamri propone una riflessione lucida e controcorrente sulle radici profonde della crisi che attraversa Ravenna. Il suo intervento ricostruisce i passaggi chiave degli ultimi mesi, smonta le narrazioni contrapposte e individua nel progressivo svuotamento dei corpi intermedi e nella fragilità delle politiche di integrazione il vero nodo irrisolto. Non un’emergenza improvvisa, ma l’esito di un equilibrio spezzato: un’analisi che chiama in causa responsabilità diffuse e rilancia la necessità di un cambio di direzione, prima che la frattura diventi insanabile.

Qui sotto il testo integrale:

Stanotte alla Darsena ci è scappato il morto. Un ragazzo senegalese di 29 anni, una coltellata al collo, un altro uomo ferito poco lontano. Non è una sorpresa. Non per chi abita questa città e la osserva senza paraocchi.

Per capire come ci siamo arrivati bisogna tornare indietro di quasi un anno. Luglio 2025, primi giorni della nuova amministrazione comunale. Il vicesindaco Fusignani, appena confermato con delega alla Sicurezza, pubblica una lettera aperta. Il messaggio è chiaro: a Ravenna non c’è emergenza, la sicurezza va misurata su dati oggettivi, non su sensazioni. La parola che rimane impressa – e che scatena immediatamente polemiche – è “percezione”. Il problema della sicurezza, secondo Fusignani, sarebbe in larga parte una percezione, alimentata da chi strumentalizza episodi isolati per fare propaganda.

Dieci giorni dopo, la notte del 15 luglio, in piazza Duomo, un minore tunisino non accompagnato, ospite di una comunità ravennate, accoltella alla schiena un ragazzo italiano di 17 anni. Il padre – un ingegnere ravennate – pubblica un video sui social mentre gira in auto in zona stazione annunciando una ronda. Dice: “La caccia all’uomo è iniziata.” Organizza un raduno in viale Farini, 250 persone. Viene amplificato dai media nazionali, finisce alla Zanzara. Viene accusato di essere fascista da alcuni, innalzato a simbolo della cittadinanza esasperata da altri.
In quella spirale c’era già tutto quello che sarebbe venuto dopo.

Tre episodi in pochi giorni, la settimana scorsa. Un cittadino marocchino che nella notte di Pasquetta si introduce nella stanza di una paziente di 86 anni ricoverata in ospedale e la molesta sessualmente, risulta recidivo. Un ragazzo tunisino di 24 anni, già in carico al Centro di salute mentale e non nuovo a episodi simili, che si denuda, sale sul tetto di un’abitazione e per ore scaglia tegole sulla strada, distruggendo auto, tetti, finestre. Stanotte, un ragazzo senegalese di 29 anni ucciso a coltellate alla Darsena, un uomo del Mali ferito poco lontano.

Tre storie diverse, tre dinamiche diverse, tre problemi che richiedono risposte diverse. Qualcuno ha avuto la lucidità di dirlo: l’avvocato Maestri, testimone oculare dell’episodio del tetto, lo ha fatto con chiarezza. Il sindaco Barattoni anche, oggi in consiglio comunale. Ma quelle voci ragionevoli sono rimaste schiacciate dal rumore della polarizzazione, da chi aspettava solo la conferma delle proprie certezze.

I ravennati si trovano oggi schiacciati tra due fuochi. Chi dice “non vogliamo perdere la nostra umanità” viene accusato di buonismo. Chi dice “bisogna trovare soluzioni drastiche” viene accusato di razzismo. Questa non è una guerra culturale spontanea. È il prodotto di un vuoto politico, istituzionale, strutturale.

Oggi in consiglio comunale ho sentito le solite proposte: l’esercito, il prefetto, lo stop agli sbarchi, il daspo urbano, le telecamere, il vigile di quartiere. Dall’altra parte: è colpa del governo, anche a Massa succede, non chiudiamo i centri di accoglienza. Tutti hanno ragione su qualcosa. Nessuno nomina il problema reale.

Il problema reale è che questa città, negli ultimi anni, ha smantellato sistematicamente gli strumenti che permettevano di governare la complessità della convivenza. Non con un atto deliberato e dichiarato ma per scelte di bilancio, di priorità politiche, di visione. O di assenza di visione.

Ravenna non è una città qualunque. Ha costruito la sua identità sulla stratificazione di culture, di popoli, di tempi storici. Quella stratificazione non è uno slogan turistico: è l’esperienza concreta di decenni in cui comunità diverse hanno imparato, faticosamente, a condividere spazi e a costruire legami. Quell’esperienza aveva degli strumenti. Associazioni, festival, reti di mediazione culturale, luoghi dove le comunità straniere esistevano come soggetti non come pratica amministrativa, non come problema da gestire, ma come parti vive della città.

Quello che è rimasto è un Ufficio Immigrazione comunale che distribuisce qualche presidio di strada. Ma il problema non è solo che questo ufficio rappresenta il paradigma sbagliato è che da anni ha usurpato una funzione che non gli compete. Non è la politica a determinare le politiche migratorie della città: è questo ufficio. Senza mandato elettorale, senza dibattito pubblico, senza trasparenza. E nell’esercitare questa funzione impropria sta smantellando anche le cose che funzionano. L’esempio più eloquente è la mediazione interculturale nelle scuole: un modello costruito in vent’anni, riconosciuto a livello nazionale, che raggiunge ogni anno oltre mille bambini ravennati italiani e stranieri insieme. Un presidio educativo e preventivo che non ha eguali. Sta venendo eroso. Non per una scelta politica esplicita e dibattuta ma per scelte amministrative opache, decise dentro un ufficio invece che in un’aula consiliare.
Le persone ci sono ancora. Le comunità straniere che vivono a Ravenna esistono, lavorano, abitano questa città da anni, in molti casi da decenni. Quello che non c’è più sono i corpi intermedi – le associazioni, le reti, i luoghi di appartenenza riconosciuta – che facevano da tessuto connettivo tra quelle comunità e il resto della città. Nel vuoto lasciato da quei corpi intermedi crescono l’isolamento, il disagio, la marginalità. E con essi, inevitabilmente, gli episodi che alimentano la paura.

Oggi in consiglio comunale qualcuno ha pronunciato la parola giusta: fronte comune. È la parola giusta. Ma il fronte che serve non è quello tra i partiti è quello tra la città intera e il problema reale.

Propongo un tavolo. Non una commissione consiliare, non un gruppo di lavoro istituzionale, un tavolo vero, dove siedono tutti: maggioranza e opposizione, terzo settore, e soprattutto le associazioni delle comunità straniere, come soggetti, non come oggetto del contendere. Con due obiettivi espliciti e inseparabili: la sicurezza in senso stretto – ordine pubblico, presidio del territorio, risposta alle emergenze – e la ricostruzione della rete associativa che questa città ha lasciato andare in pezzi.

E come primo atto concreto: lo smantellamento dell’Ufficio Immigrazione del Comune. Non per abbandonare le persone a sé stesse ma perché quell’ufficio incarna il paradigma sbagliato. Le competenze che oggi sono segregate lì vanno integrate nei servizi ordinari: sociali, culturali, sanitari. Gli stranieri che vivono a Ravenna non sono una categoria separata da gestire sono abitanti di questa città, molti dei quali cittadini a tutti gli effetti. La struttura istituzionale deve riflettere questa realtà, non contraddirla.

Qualcuno dirà: bella scoperta. Un tavolo e uno smantellamento di un ufficio non risolvono niente. È vero, non risolvono niente da soli. Ma non si tratta di soluzioni tecniche. Si tratta di un cambio di direzione. Di smettere di fare finta che il problema sia gestibile dall’interno di un ufficio, o risolvibile con più telecamere e più pattuglie. Di riconoscere che una città si governa con i suoi abitanti – tutti – o non si governa affatto.

Ravenna ha ancora le persone, ha ancora la storia, ha ancora la capacità di essere qualcosa di più di una somma di emergenze da gestire. Quello che manca non è la volontà, è la struttura. E le strutture si costruiscono, se si decide di farlo insieme.
L’ora è grave. È anche, ancora, l’ora della scelta.
Ravenna può ancora scegliere.

Tahar Lamri