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A, B, C DELLA DEMOCRAZIA. C COME COSTITUZIONE / Il mio 25 aprile fra passato e presente

Ho scritto “Il mio 25 aprile” il giorno prima dell’anniversario. Oggi, una veloce riflessione su come, sabato scorso, sono andate le cose. Alcuni gravi episodi hanno creato stonature, ma il significato della grande sinfonia non cambia. Alcune stonature sono di chiara mano fascista. Altre? Chi ha detto parole antisemite con l’antifascismo non ha nulla a che fare. Chi agisce con parole e atti violenti non appartiene alla cultura della Costituzione. E non fa certamente bene alla causa palestinese. A chi giova, invece? In questi casi invito sempre a rileggere alcuni illuminanti testi di Pier Paolo Pasolini, pubblicati con il titolo “Il fascismo degli antifascisti”. Non basta dirsi antifascisti per esserlo. Chi agisce nel segno della Costituzione, come, in modo crescente, sta facendo tanta gioventù, è sicuramente antifascista.

Chi – è il mio caso – vede il suo nascere qualche anno dopo il primo 25 aprile, può avere di questo anniversario un sentire sia storico che personale.

Personale, intensamente personale. Sono nata da due genitori Resistenti usciti vivi da una guerra tragica. E non era scontato.

Nel caso di mia madre Silvia (nome di battaglia Bruna), una famiglia antifascista militante, colpita da violenze materiali, da sentenze del Tribunale speciale, da galera, da una devastante fucilazione, da lotta armata in montagna e in valle, con clandestinità pericolose ma necessarie.

Meno tormentata la Resistenza di mio padre Nello, ma egualmente pericolosa, nel suo quotidiano costruire, nella clandestinità, i primi nuclei del CLN in ogni frazione, anche la più piccola, del comune di Ravenna, territorio molto esteso. Gli ordini erano precisi. Porre ovunque possibile le basi della democrazia. La caduta del fascismo era scontata, dal 1943 in avanti. Ma, quando? E il popolo antifascista doveva farsi trovare pronto, per la politica, per la partecipazione. Il 2 giugno del 1946 i voti per la Repubblica nella mia città furono una valanga. La più alta percentuale per la Repubblica, nel contesto nazionale. Lo ricordo sempre, con commosso orgoglio.

La mia infanzia e adolescenza si è nutrita – anche troppo, potrei dire con il senno di poi – della dimensione etica ed epica della Resistenza. La festa più importante dell’anno? Il 25 aprile e, subito dopo, il primo maggio.

81° liberazione

Il 25 aprile aveva due riti scontati. Il primo, in Piazza del Popolo, con l’ANPI, per onorare la Liberazione e chi per la libertà era caduto. Il secondo, subito dopo, un pranzo, in un buon ristorante. Il buon cibo è una cifra della festa, qui, in terra romagnola.

Non a caso quando, durante il fascismo, la festa del primo maggio fu cancellata, nelle famiglie antifasciste, di nascosto, il primo maggio, si continuava a fare i cappelletti, cibo raro perché costoso. Quando i fascisti si accorgevano di queste feste clandestine, non di rado intervenivano con “botte”.  Nelle famiglie antifasciste non abbienti si mangiavano i cappelletti due volte all’anno, il giorno di Natale e il primo maggio.

Nel corso del tempo, quando la gioventù arrivò, i racconti epici della nostra Resistenza incontrarono nuove eroiche storie. La storia di Che Guevara che, per noi, collegava Garibaldi ai nostri partigiani, e la storia dei partigiani vietnamiti, grandiosi, le cui straordinarie imprese erano da noi seguite, con ammirazione sconfinata, nel loro quotidiano svolgersi. Quelle piccole creature, armate di quasi niente, che tenevano testa all’esercito più potente del mondo, fino a fermarlo.

Che Guevara
Vietnam

Furono, per noi, una grande luce che, non lo nego, fece impallidire non, certamente, la nostra grande epica partigiana, ma la ritualità un po’ troppo ripetitiva del 25 aprile di casa nostra. Ma avevamo una certezza. Garibaldi, i partigiani italiani, il Che, i vietnamiti, gli antifascisti nella Spagna ancora franchista, erano tutte pagine dello stesso libro. Il libro della libertà e della giustizia che si oppone a dominio e sopraffazione, ovunque si manifesti.

L’Unione Sovietica, faro antifascista indiscutibile per la generazione dei miei genitori, si spense, ai nostri occhi, quando invase la Cecoslovacchia. Nel 1956 eravamo nel pieno dell’infanzia, e non ci rendemmo conto che lo stesso disastro era stato compiuto in Ungheria.

Ma il 25 aprile, nonostante ritualità non entusiasmanti, fu sempre per noi un punto fermo, anche nell’Italia che dalla fine degli anni Sessanta, e nei decenni a seguire, fu devastata da stragi fasciste. Fu l’antifascismo ad essere collante, in una Repubblica non sempre fedele alla Costituzione.

Il grande libro della libertà e della giustizia, negli anni Settanta, nonostante il terrorismo fascista, aveva, in Italia, per merito di robusti movimenti, dei lavoratori, del femminismo, visto arrivare nuove pagine di grande valore civile, con leggi che onoravano la Costituzione: statuto dei diritti dei lavoratori, divorzio, nuovo diritto di famiglia, l’autodeterminazione delle donne in merito alla procreazione. La Costituzione, nata dalla Resistenza, senza la quale non avremmo “questa” Costituzione, continuava a produrre giustizia, e la libertà e la giustizia si espandevano.

Negli anni Ottanta non ricordo pagine nuove. Un tragica cesura interruppe una storia fino a quel momento progressiva. La terribile fine di Aldo Moro, per mano di sedicenti “rossi”.  Ho cercato a lungo un bandolo che mi spiegasse questo avviluppo di concause. Non l’ho trovato. Questi “rossi” hanno rubato il nome “brigate” ai nostri partigiani, non vergognandosi dell’opposto uso fatto dalle loro armi, che colpivano la nostra democrazia, mentre, nella guerra di liberazione, era per una democrazia, libera e giusta, che erano imbracciate.

aldo moro

Fu per noi un danno enorme. Dovevamo avere il massimo di chiarezza. Quante energie spese, quanto lavoro in itinere interrotto, per dimostrare che il nostro 25 aprile non aveva nulla a che spartire con l’ottusità di chi pensava, invece, che il grande compito fosse colpire al cuore lo Stato democratico. Un disprezzo per la democrazia, nera e presunta rossa, che fermò la scrittura del libro. La priorità fu nel sottrarre il libro fin lì scritto alla furia del fuoco. Ci riuscimmo, ma nulla fu più come prima.

Anzi, iniziarono tentativi di scrittura di libri alternativi. La Costituzione è invecchiata, ha fatto il suo tempo. Mettiamoci mano. Anche la natura e la sventura facevano il loro corso. La morte di Berlinguer, sei anni dopo Moro. La cultura pop invade la televisione, le televisioni. La pedagogia civile arranca. Le grandi feste del 25 aprile e del primo maggio non bastano. La dimensione storica, il conoscere il passato per intravedere il possibile futuro, è un sapere di nicchia, che raramente abita nei partiti.

Ci fu un evento che mi colpì, nell’anno 1990. La storia aveva dissolto il muro di Berlino, l’Unione Sovietica, nonostante Gorbaciov avesse tentato l’impossibile, era agli sgoccioli. Lo sapevamo che la fine era vicina, non sapevamo quando. Ma non eravamo del tutto lucidi rispetto al nostro presente, di fronte a quanto di inedito ci si stava apparecchiando.  In quel primo anno dei Novanta, Sergio Mattarella, allora Ministro della Pubblica Istruzione, si dimise, con altri ministri della sinistra democristiana, per protesta contro la legge Mammì, che regolava in modo “nuovissimo” le emittenti televisive. Il “nuovo” avanzava, con forza insospettabile e incredibile, per i nostri ingenui occhi.

Mattarella non intese legittimare un duopolio televisivo che dava un enorme potere a Mediaset, senza concrete garanzie per il pluralismo culturale, civile, politico. Lo ammirai, per queste coraggiose dimissioni. Dimissioni “resistenti”, consapevoli dell’inizio di una china. Che, da quel momento, ebbe una velocità mai vista, nei decenni precedenti. Certo, il contesto internazionale. Certo, il collasso dei partiti della prima Repubblica, sotto le indagini di Mani pulite. Ma fu in quegli anni, con discese in campo di un tycoon che poi farà scuola, e neofascisti elevati a sogli governativi, che parve chiaro quanto fosse necessaria tanta e nuova forza “resistente”, ben più forte di maquillage retorici e di sgambetti.

Mattarella, che sta svolgendo il compito di Presidente nel momento più difficile della storia della Repubblica, sa bene – lui, costituzionalista di professione – che la nostra è una Costituzione antifascista. Sa che i suoi poteri sono costituzionalmente limitati, ma le sue obiezioni a leggi di questo governo sono sempre nel segno dell’antifascismo. Un Presidente scomodo.

BerlusconiSilvio.jpg

Quando, nel 1994, Berlusconi e Fini vinsero le elezioni, ci fu un 25 aprile di altissima densità politica e antifascista. Nonostante la pioggia, Milano, quel giorno, straripava di donne e uomini antifascisti di ogni generazione e da ogni parte d’Italia.  Il messaggio fu chiarissimo. Sappiate che l’Italia antifascista c’è, e che la prima radice della nostra Costituzione è antifascista, è viva, e noi ne siamo eredi e testimoni.

Da quel momento, con intermittenza, ad ogni assalto neofascista alla Costituzione, l’Italia “resistente” ha reagito vincendo, quasi sempre. Nel 2002, dopo il RESISTERE, RESISTERE, RESISTERE di Francesco Saverio Borrelli, che mosse grandi movimenti in difesa della Magistratura e fermò leggi liberticide. Nel 2006, guidati da Oscar Luigi Scalfaro e da Sandra Bonsanti, con Libertà e Giustizia in prima linea, sconfiggemmo la riforma costituzionale berlusconiana e leghista. Nel 2016, la “deforma” – così la chiamava il compianto amico Felice Besostri – di Renzi e Boschi, di un governo di sinistra. Di sinistra?

Poche settimane fa, la più devastante aggressione alla Costituzione l’abbiamo fermata. Una “deforma” di un governo di destra, di vera destra. Senza ombra di dubbio. Altro che centro destra.

Il No ha festeggiato la vittoria al referendum in Piazzetta dell'Unità d'Italia a Ravenna

Il 25 aprile di quest’anno è una festa che abbiamo veramente meritato, in quasi ogni parte d’Italia, anche al Sud. Mai così vicina al nostro Sud una grande parte del nostro Nord. Questa è l’unità antifascista reale, non solo sognata. Sapranno i partiti antifascisti comprendere questo forte messaggio, che chiede grande unità nel nome della Costituzione? Con quale programma? Come hanno recentemente scritto Daniela Padoan e Gaetano Azzariti, abbiamo a disposizione un buon programma, che la maggioranza del popolo italiano riconosce e sostiene. È scritto nella Costituzione, la rivoluzione tradita, disse Piero Calamandrei. Facciamo parte del non piccolo mondo che, in Italia, la Costituzione non l’ha mai tradita. Il programma è scritto. In questo 25 aprile è da scrivere una pagina del libro progressivo troppe volte interrotto. Se il programma è scritto, come, con chi, con quali forme e forze può mettere radici?

A mio avviso è urgente un laboratorio aperto, privo dei recinti di un passato esaurito, concluso. Un esempio, che traggo dalla nostra recente esperienza referendaria. Mentre Meloni e Nordio correvano, allegri, verso un referendum che davano per scontato fosse vincente a loro vantaggio, tutto il nostro mondo progressista, partiti di opposizione e noi, società civile organizzata, eravamo in affanno o, meglio, in apnea. Comparve allora quello che Hannah Arendt avrebbe definito un imprevisto, i 15 che io definisco “grandiosi”. Quindici. Solo coraggiosi? Un miracolo? O, meglio, persone con sensori più avvertiti dei nostri? I quindici sono stati “partigiani resistenti”, in mezzo a una bufera, e sono partiti, senza la certezza di arrivare a destinazione. Per loro, e per noi, aiutati da loro, questo è un 25 aprile felice. Per noi, in Italia. La lezione dei 15 va tenuta presente e studiata. Merita che faccia scuola.

Nel mondo? Tragedie continuano, anzi, si espandono. Ma in Europa, qualche giorno fa, è comparso – imprevisto? – un evento che possiamo collegare alla grande storia della Resistenza europea contro il nazifascismo. Pedro Sanchez ha chiamato a Barcellona forze progressiste da ogni parte del mondo. Da tempo si è costruita una forte internazionale di destra che sta sovvertendo ogni precedente equilibrio. Con aspetti che inquietano, a proposito di mondo “squilibrato”. Un giornalista fedele a Putin rimprovera Meloni perché ha tradito Trump, amico di Putin, un tempo amico del nostro tycoon nazionale.  Il nostro antifascismo va indiscutibilmente aggiornato.

Pedro Sanchez

È urgente quindi una “nostra” internazionale, che ci dia forza e speranza. La presenza di Lula a Barcellona ha avuto una valenza simbolica enorme, a proposito della grande forza che Lula ha mostrato di avere, nel corso della sua vita, una forza senza armi. Come quella che noi sentiamo di avere, che vorremmo avere, e mantenere.

Una questione è a mio avviso aperta. Come interloquire con i partiti di questo nostro piccolo mondo italiano, su tutta questa vitale materia? Con una consapevolezza, che non va mai archiviata. Il nostro paese poggia su due radici. Una radice fascista, l’autobiografia della nazione, dice Piero Gobetti, e una radice antifascista. Sono vive entrambe. Qui siamo.

Il lavoro antifascista continua.