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“Umanizzazione? Tre giri dell’ospedale per una carrozzina”: la testimonianza di un lettore dall’ospedale di Ravenna

Si parla sempre più spesso — e giustamente — di umanizzazione degli spazi di cura. Un tema che condivido pienamente: rendere gli ospedali luoghi più accoglienti, leggibili e attenti alle persone è una necessità, non un lusso.

Proprio per questo, quanto accaduto oggi all’Ospedale di Ravenna lascia perplessi.

I miei genitori, 79 e 80 anni, si trovavano presso il reparto trasfusionale e avevano bisogno di una sedia a rotelle. Una richiesta elementare, prevedibile, quotidiana.

La risposta ricevuta è stata: le sedie si trovano dall’altra parte dell’ospedale.

Mia madre, fortunatamente ancora autonoma, ha quindi attraversato l’intera struttura per recuperarla, lasciando un documento come cauzione. Poi è tornata al reparto, ha accompagnato mio padre fino all’uscita e, infine, ha dovuto ripercorrere nuovamente tutto l’ospedale per restituire la sedia e riavere il documento.

Tre attraversamenti completi. Per una sedia a rotelle.

È difficile non vedere in questa dinamica qualcosa che va oltre il singolo episodio. Non è solo un disservizio: è un corto circuito tra ciò che si dichiara e ciò che si pratica.

In un momento in cui, anche grazie ai fondi del PNRR, la regione investe sull’umanizzazione, colpisce che vengano trascurati proprio quei servizi di base che costituiscono la prima, concreta forma di attenzione alla persona.

L’umanizzazione degli spazi non è in discussione — anzi, è urgente e necessaria.
Ma non può ridursi a una dimensione formale o estetica, né essere trattata come un livello “aggiuntivo” del progetto.

Prima ancora di essere accogliente, un luogo di cura deve essere sensato.
Deve funzionare. E deve essere gestito da dirigenti che hanno ben presente cosa significa umanizzare e fornire cura e servizio.

Una sedia a rotelle accessibile nel punto in cui serve, senza percorsi inutili o procedure macchinose, è forse la forma più elementare — e più autentica — di umanizzazione.

Perché la qualità di un sistema sanitario non si misura solo nelle eccellenze, ma nella normalità delle esperienze quotidiane.
E oggi, quella normalità, è mancata.

V.B.