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Ravenna, tre anni dopo l’alluvione: 5.792 interventi attivi e nuove scelte da prendere
IMMAGINE DI REPERTORIO

Tre anni. Il tempo è passato, ma non abbastanza da sbiadire i ricordi.

In Romagna, e in particolare nella provincia di Ravenna, ogni mese di maggio fa riemergere memorie nitide che non lasciano spazio a interpretazioni. La prima alluvione del 2023 arrivò tra il 2 e il 4 maggio, seguita da una più devastante, tra il 16 e il 17 maggio: la pioggia, l’acqua che sale, le allerte, la paura, l’angoscia, l’incertezza. Case invase, imprese ferme, territori spezzati.

A tre anni di distanza, la memoria non si è trasformata in distanza. È rimasta presenza.

Da una parte, ancora oggi, si lavora. Ruspe e scavatrici ridisegnano argini, sistemano frane, ricuciono strade e colline. Dall’altra, però, si guarda avanti: a come evitare che tutto questo possa accadere di nuovo. O peggio. Perché lo scenario con cui si deve fare i conti è quello di un evento “+1”, più intenso di quelli già vissuti.

È qui che entra in gioco la Variante al PAI Po. Ed è qui che il confronto è ancora aperto. Anzi, appena iniziato.

A fare il punto della situazione è stata la presidente della Provincia di Ravenna, Valentina Palli, in occasione della conferenza stampa organizzata da Legacoop Romagna a Ravenna, mercoledì scorso.

I numeri raccontano meglio di mille parole. Ad oggi sono 5.792 gli interventi attivi, per un totale di 2,48 miliardi di euro, secondo i dati aggiornati a metà aprile 2026 dalla cabina di coordinamento che monitora l’andamento complessivo dei lavori, compresi quelli seguiti da Sogesid e Consap.

Una macchina imponente, che però non procede in modo uniforme. “I lavori procedono a due velocità: alcuni sono un po’ più indietro rispetto a quelle lavorazioni che invece sono state gestite internamente dalla Provincia di Ravenna, con uno sforzo davvero enorme da parte della propria struttura tecnica. Una decisione presa a suo tempo da de Pascale, scelta che si è rivelata lungimirante”, ha sottolineato Palli.

La cabina di regia ha articolato la ricostruzione pubblica in tre fasi. “La prima riguarda le cosiddette “rimodulazioni saldo zero”, che consentono di spostare eventuali avanzi da un cantiere all’altro, e le “integrazioni di Cup già riconosciuti”. Per questa fase l’importo complessivo riconosciuto dal governo per l’Emilia-Romagna è di 96 milioni di euro, risorse che serviranno sia per completare lavori rimodulati sia per quelli che non potrebbero essere conclusi senza integrazioni. La fase 2 prevede 97 milioni di euro per nuovi interventi, con un nesso di causalità chiaro con gli eventi alluvionali del 2023 e del 2024. È prevista poi una fase 3, che utilizzerà le economie generate dalle prime due”, ha spiegato la presidente.

Per quanto riguarda la Provincia di Ravenna, le somme riconosciute ammontano a 31 milioni di euro, che per decisione dell’allora presidente Michele de Pascale sono state gestite direttamente dalla struttura tecnica dell’ente. “Una scelta che si è rivelata vincente perché noi entro l’anno 2026 saremo in grado di mettere a terra i 31 milioni, escluso l’intervento a Borgo Rivola perché stiamo aspettando ulteriori risorse. Stiamo parlando di interventi che riguardano principalmente le frane in collina. Come Provincia abbiamo già liquidato le aziende che hanno lavorato con noi per 12,6 milioni di euro – ha spiegato Palli -. Parlo di una scelta vincente perché rispetto alle altre strutture impegnate nella ricostruzione pubblica la Provincia di Ravenna è decisamente più avanti”.

Se la ricostruzione riguarda il presente, il PAI Po riguarda il futuro, e qui il confronto si fa più complesso

La posizione degli enti locali ravennati è netta: “Non ci appartiene l’egoismo di dire ‘nel mio territorio no, ma nel territorio del vicino sì’”, ha spiegato Palli, indicando una linea che punta a superare le resistenze locali: “Se un’opera è tecnicamente necessaria, deve essere realizzata dove serve”.

Sul Piano si muovono due ragionamenti paralleli. Il primo riguarda le casse di espansione e qui non ci sono ambiguità. “Se ci chiedete quando dovranno essere fatte, la risposta è tendenzialmente ‘ieri’. Parlo a nome della Provincia ma anche delle imprese: c’è urgenza. Parliamo di 97 casse di espansione, un numero immenso, e non sono ancora tutte finanziate. Mancano all’appello 6 miliardi di euro”.

Il secondo nodo è l’impostazione complessiva del Piano: “Il PAI non definisce le priorità. Noi siamo un territorio alluvionale, strappato alle acque dalla bonifica. Definire le priorità significa poter dire ai cittadini quali saranno le aree oggetto di esproprio o delocalizzazione, dove le persone non potranno più stare, dove le aziende non potranno più investire e quali territori saranno destinati a opere idrauliche come le casse di espansione. Su questo abbiamo bisogno di procedere rapidamente, perché sono opere che richiedono tempo”, inoltre “manca un disegno della collina”, ha aggiunto Palli, evidenziando una lacuna importante per un territorio segnato da frane.

Sulla tracimazione controllata la posizione è articolata: “Non siamo contrari, sulla carta, perché riconosciamo che in caso di evento più estremo, quando le opere di contenimento non bastano, il rischio è una tracimazione incontrollata”, ha sottolineato.

Palli evidenzi i temi da affrontare con l’Autorità di Bacino: “Le aree individuate sono molto immense. Nel piano si parla di contenimento con arginelli, alti un metro e mezzo, ma ci chiediamo se non sia possibile realizzare argini più alti per ridurre l’impatto sul territorio. Restano dubbi anche sulla gestione dell’acqua tracimata e sui tempi di smaltimento: l’acqua tracimata quanto tempo resta? Chi la rimuove? Può essere smaltita in tempi congrui? Riteniamo che serva una maggiore interazione con i consorzi di bonifica”.

La presidente sottolinea che gli enti locali non sono mai stati convocati, in quanto conoscitori del territorio: “Chiediamo più concertazione. Chiediamo maggiore condivisione e un tavolo con enti locali e consorzi. Se la tracimazione controllata è l’ultima carta da giocare in caso di evento sovrascala, chiediamo che non ci siano incertezze su indennizzi, regole e risorse”.

“De Pascale ha detto chiaramente che questa parte del piano non è finanziata. Per questo servono approfondimenti e confronto. Se sulle casse di espansione chiediamo di accelerare, sulla tracimazione controllata diciamo ‘parliamone’, che non significa ‘no’. Altrimenti resta un vulnus che crea più problemi che soluzioni”, ha spiegato.

“Il PAI Po è uno strumento fondamentale per la sicurezza del territorio, ma vogliamo risolvere le criticità. Lo chiediamo tutti insieme, per evitare una vetrificazione del territorio”.

Le interlocuzioni sono in corso, anche attraverso ANBI e tavoli tecnici locali. Un caso concreto riguarda l’area tra Ronco e Montone, dove interventi già finanziati rischiano di sovrapporsi alle ipotesi di tracimazione controllata: “Se il consorzio deve investire 2 milioni di euro su un’area e poi quell’area viene destinata alla tracimazione, quei soldi che fine fanno?”.

Palli conclude: “Chi ci ha preceduto ha salvato questo territorio dall’acqua, con bonifiche e lavoro. Oggi quella responsabilità viene consegnata a noi, e noi non solo l’accettiamo, ma ne siamo orgogliosi. È una responsabilità che non ci spaventa. Se chi ci ha preceduto ce l’ha fatta, possiamo farcela anche noi, con visione, coraggio e con la capacità di lavorare insieme”.

Tre anni dopo l’alluvione, la Romagna è ancora dentro quella sfida, tra cantieri aperti e decisioni da prendere. Il punto è ricostruire e capire come convivere, ancora una volta, con l’acqua.

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