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La notte infinita di mio padre 82enne al Pronto Soccorso di Ravenna

Mi sono chiesta se fosse il caso di rendere pubblica questa email che ho inviato all’ufficio relazioni esterne dell’AUSL Ravenna ed alla Direzione Sanitaria dell’ospedale. Poi ho pensato che se dovessi esserci io, su quella barella, vorrei che qualcuno scrivesse per me. Le storie non esistono se non vengono raccontate, anche e soprattutto nelle opportune sedi.

Buongiorno, vi scrivo dalla sala di attesa del pronto soccorso di Ravenna, dove ho accompagnato mio babbo, 82 anni, paziente con cardiopatia ipertensiva e fibrillazione atriale permanente in DOAC. Dimesso lo scorso 4 maggio dal reparto di urologia dopo intervento di posizionamento stent uretale, siamo arrivati in PS alle 18 circa per episodi di sanguinamento dopo la dimissione dei giorni scorsi. Nell’attesa, mio babbo ha una perdita emorragica in bagno, e quindi sollecito l’intervento dei sanitari.

Lo portano in urologia per mettere il catetere e rientra immediatamente in sala d’attesa al PS. Aspettiamo di fare la TAC da almeno 3 ore e mezza. La nostra vicina di barella (80 anni, sola) è arrivata alle 15.00, anche lei attende la TAC. Il vicino attende da questa mattina, perché il personale sanitario gli ha consentito di mangiare nel primo pomeriggio, ma la TAC si fa a stomaco vuoto. L’altro vicino arrivato alle 18.00, attende TAC. Non menziono tutti i pazienti nelle altre sale d’attesa, ci sono anche bambini, evito ulteriore frustrazione. Il barelliere arriva e ci tranquillizza “uno alla volta andrete tutti, c’è solo un medico”.
Siamo sconcertati, basiti. Sembra una cattedrale nel deserto. La tanto declamata efficienza del servizio sanitario in Emilia Romagna trova in questo Pronto Soccorso delle carenze imbarazzanti. Sono le 23.00, mio babbo ha 82 anni, cardiopatico, una sacca di urina color coca cola, febbre a 38°, digiuno dalle 12.00.

Poco dopo il nostro vicino (quello che sostava in PS dalle 10.00 del mattino) riesce a fare la TAC, successivamente anche una radiografia. Noi ancora in attesa, fino a mezzanotte circa, quando finalmente il barelliere porta mio babbo in radiologia e dopo poco torna in PS: attendiamo il referto. Nel frattempo le sale di attesa si svuotano, noi a farci compagnia e darci sostegno, noi ed il ragazzo delle 10.00 del mattino.

Il dottore arriva e gli riferisce che TAC e radiografia sono a posto, ma gli esami sono pessimi, la febbre resta alta e servono approfondimenti che in PS non possono essere eseguiti, quindi è necessario un ricovero. Il ragazzo accetta, ma il medico risponde che non c’è un posto letto in tutto l’ospedale e quindi dovrà restare in barella fino a quando non si libera qualcosa. Il ragazzo prova ad obiettare “come faccio a restare qui tutta la notte, da stamattina”, ma il medico ribatte che non può farci niente, che se vuole andarsene lo fa sotto la propria responsabilità, e che se dovesse ritornare il giorno successivo, dovrebbe ripetere tutto l’iter in PS e forse, qualcun altro, nel frattempo, avrebbe potuto prendere il primo posto letto disponibile.

Il ragazzo guarda la madre, che la mattina dopo deve iniziare il lavoro alle 7.00, quindi a breve dovrà rientrare a casa, si chiede cosa deve fare “resto”. Evidentemente non fa nessuna differenza, ma aggiungo che il ragazzo ha una disabilità alle gambe, tant’è che a fianco alla barella c’è la sua sedia a rotelle. Ma, appunto, non conta nulla, si deve arrangiare, perché questa è la situazione.

All’1.15 finalmente il medico ci chiama in ambulatorio, gli esami vanno tutti bene, mio babbo può rientrare a casa con il suo catetere. Chiedo ragguagli sulla gestione di quei tubicini, ringraziamo e ce ne andiamo. Ripensandoci ora, vorrei aver salutato il ragazzo delle 10.00, spero che se la sia cavata bene.

Lo so che questo scritto non servirà a cambiare lo stato delle cose, la responsabilità non è degli operatori sanitari che ci hanno gestito, pur constatando che un centimetro di gentilezza in più avrebbe alleviato un po’ la pena, ma è importante dare voce formale a queste carenze strutturali.

Questi fatti rendono ancora più pesante la malattia, la sofferenza fisica, ed è obbligo segnalarlo per iscritto a chi gestisce l’umanità che popola questi spazi preposti alla CURA. A detta dei presenti, questo oramai è lo standard del Pronto Soccorso di Ravenna, città dal passato illustre della nostra prosperosa Emilia Romagna. Davvero difficile da accettare in silenzio.

Buon lavoro, ne avete davvero tanto da fare.
Olivia G.