gravidanza e lavoro
Nidi comunali, la lettera di una mamma ravennate: “In graduatoria penalizzata perché disoccupata dopo la gravidanza”
Scrivo questa lettera come madre e cittadina profondamente delusa da un sistema che, almeno nel mio caso, sembra punire chi affronta una gravidanza senza tutele lavorative adeguate.
Mio figlio, che ad agosto farà un anno, non è stato ammesso al nido comunale ed è stato inserito in lista d’attesa con appena 15 punti. Un punteggio che non racconta davvero la nostra situazione familiare, ma solo un vuoto burocratico.
Sono rimasta incinta a novembre 2024. Avevo un contratto di lavoro in scadenza a gennaio 2025 e, una volta scoperta la gravidanza, quel contratto non è stato rinnovato. Come tante donne, mi sono trovata improvvisamente senza occupazione proprio nel momento in cui avrei avuto più bisogno di stabilità.
A marzo 2026, al momento della presentazione delle domande per il nido comunale, una delle domande richieste riguardava l’occupazione della madre nei 12 mesi precedenti. Ma la realtà è che non tutti i lavori consentono di continuare a lavorare durante la gravidanza, e non tutte le donne hanno la fortuna di avere contratti protetti o rinnovati.
Io, rimasta a casa da febbraio 2025, sono stata costretta a dichiararmi “madre senza occupazione” e nonostante mio marito sia libero professionista abbiamo totalizzato solo 15 punti. Abbiamo anche una figlia che frequenta già la scuola primaria, ma questo non ha inciso minimamente sul punteggio. E così oggi ci ritroviamo con un bambino escluso dal nido e una famiglia lasciata sola nella gestione quotidiana, senza avere l’opportunità per me di poter cercare un nuovo lavoro per ricominciare.
Quello che trovo più difficile da accettare è leggere, proprio in queste settimane, che l’Emilia-Romagna sarebbe stata dichiarata la regione più “mother friendly” d’Italia secondo il rapporto 2026 di Save the Children. Mi domando sinceramente: su quale base?
Perché nella vita reale molte madri continuano a pagare il prezzo della maternità con il lavoro perso, con punteggi insufficienti, con servizi irraggiungibili e con graduatorie che non tengono conto delle fragilità vere.
Si parla spesso di sostegno alla natalità, di aiuti alle famiglie e di conciliazione vita-lavoro. Ma quando una donna perde il lavoro in gravidanza e viene poi penalizzata proprio per quel motivo nell’accesso ai servizi essenziali, qualcosa nel sistema evidentemente non funziona.
Non vuole essere soltanto uno sfogo personale. Vorrei che questa situazione aprisse una riflessione più ampia su criteri che rischiano di escludere proprio le famiglie più vulnerabili, madri con un contratto che devono tornare a lavorare e madri che si ritrovano fuori dal mondo del lavoro non per scelta, ma per necessità o mancanza di tutele. È assurdo che altri bambini come noi siano rimasti in lista d’attesa nella speranza che qualcun altro rinunci al posto assegnato. Stessa situazione vale per chi non è stato accettato ai Cren comunali. Follia pura!
Sara, una mamma delusissima.


