alfabeto delle libertà
A, B, C DELLA DEMOCRAZIA. C COME COSTITUZIONE / Ottantesimo della Repubblica. Le donne della Costituente. E gli uomini?
Siamo ad un Ottantesimo che sarebbe riduttivo “celebrare”. Né, soltanto, “ricordare”. Per chi, come chi qui scrive, la nascita della Repubblica e la Costituzione che ne è derivata sono la cesura di più felice discontinuità nella storia del nostro paese, facciamo un torto a Madri e Padri Costituenti se “celebriamo”, senza una necessaria osservazione dello stato delle cose nella nostra Repubblica.
Mentre sto concludendo questa riflessione, arriva una notizia. La schiavitù esiste, di fatto, e lo sfruttamento estremo si trova non solo nella provincia di Latina e nei campi del Sud, come gli studi del sociologo Marco Omizzolo hanno documentato. Esiste anche a Milano, un tempo definita capitale morale e città più europea che italiana. Quindi, non celebriamo. Cerchiamo, invece, di comprendere la distanza fra parole e ideali delle donne e degli uomini della Costituente e i dati di realtà. Le giovani generazioni dovrebbero ripartire dalla Costituzione perché il paese possa assumere il volto della Costituzione e non la sua negazione, come la schiavitù è.

In ogni caso, la Repubblica segna appunto la cesura più profonda nella storia d’Italia degli ultimi trecento anni. Parlo della storia statuale e politica, naturalmente, non del tanto altro della nostra importante storia: scienza, arte, letteratura, musica. Prima della cesura del 1946, tanti passaggi sono stati scritti, paragrafo dopo paragrafo, successi seguiti a numerosi insuccessi, un passo avanti e due, o molti più, indietro. Certo, lo dico con il mio soggettivo metro, che è quello della cultura costituzionale, quindi senza pretesa di universalità. Sappiamo, per esempio, che un successo può essere un disastro, per occhi con altre lenti.
Proviamo a immedesimarci con i giacobini italiani, prima affascinati e poi delusi da Napoleone. Con i repubblicani a Roma nel 1849, che, nel corso di settimane difficilissime ma esaltanti, scrissero quel capolavoro politico che è la Costituzione della Repubblica romana che, appena approvata, fu fuggitiva e dormiente fino al 2 giugno del 1946. Mancava solo un punto, cruciale agli occhi di noi, donne di questo presente. Il voto alle donne. Ci pensarono poi, dalle nostre parti, le nostre bisnonne, nonne e madri, a mettere le cose a posto.
Mettiamoci poi nei panni di Garibaldi e dei Mille. Altro che un passo avanti. Misero al mondo una “nazione” prima inesistente, che speravano subito democratica e, in tempi non troppo lenti, repubblicana. Non fu così e, per un tempo lungo, i post garibaldini furono o sopportati, per carità di patria, o visti come fastidiosi bastoni fra le ruote. Mettiamoci poi nei panni di chi fondò sindacati e partiti socialisti, sperando – in particolare dopo la prima guerra mondiale – di avere leggi giuste per chi lavorava, per chi pagava le tasse, per chi voleva procedere negli studi.

Erano le richieste, fra gli altri, di Giacomo Matteotti (nella foto), che per questi suoi ideali fu assassinato. Arrivò in tempi brevi una dittatura che tutto cancellò, sindacati, partiti, libera stampa. Altro che due passi indietro. Fu un terremoto che rivoltò l’Italia come un calzino. Ci viene in mente niente? E per le donne, socialiste e repubblicane, che da decenni chiedevano il voto alle donne, cominciò la stagione di più alto tasso di patriarcato, con una alleanza fra chiesa cattolica e fascismo, che le ridusse a “fattrici”, non di leggi ma di corpi, da sfornare in abbondanza. Maschi per la guerra e femmine per procreare. Balilla e “piccole italiane”.
Questo Ottantesimo mi riporta al 2011, quando ricordammo un anniversario – i 150 anni dell’Unità d’Italia – al quale partecipammo con grande attenzione. L’associazione Femminile Maschile Plurale diede vita a un convegno che in molte e molti ricordiamo. “Donne e Uomini dall’Unità all’Italia repubblicana”, con significative collaborazioni: la Associazione Orlando di Bologna, l’Assessorato alle Politiche e cultura di genere del Comune di Ravenna, l’Istituzione Biblioteca Classense, la Società Italiana delle storiche. Furono esaminati snodi cruciali della storia italiana dall’Unità agli anni Settanta del secolo scorso, con particolare attenzione alle “tensioni” fra i due generi. Il mio compito fu quello di studiare le Madri Costituenti, e il loro straordinario lavoro, non di rado in tensione conflittuale, appunto, con i Padri Costituenti.

Frame dal film “C’è ancora domani”
Credo sia corretto ricostruire il contesto che vide l’entrata delle donne italiane nella scena non solo pubblica, ma istituzionale, a partire dalla conquista del voto, fra 1945 e 1946. Grande questione, quella del voto. L’esclusione delle donne dall’esercizio della cittadinanza, prima, e la loro conseguente entrata nei luoghi dove si decide, è sicuramente uno dei capitoli più importanti – il più importante – nella storia delle democrazia e delle sue ridefinizioni, come spiegò Anna Rossi-Doria in un suo esemplare lavoro Diventare cittadine. Il voto alle donne in Italia (Giunti, 1996). Che democrazia poteva essere quella che escludeva metà del genere umano dalla polis? Semplicemente, non era democrazia. Pericolose, le donne, nel corso del tempo, dalla polis greca in avanti, passando per il misogino Rousseau e i giacobini altrettanto misogini, che ghigliottinarono Olympe de Gouges (nell’immagine sotto) per le sue pretese di cittadinanza eguale.

In Italia, non a caso fra il 1945 e il 1946, i partiti antifascisti diedero quasi per scontato che per essere, la politica, buona, non poteva vedere le donne escluse. Eppure questo “scontato” fu attraversato da speranze, timori, ambiguità, illusioni, delusioni. Un intreccio complesso che rese problematici gli effetti di quella che fu una vera “rivoluzione”. Ma può, una discontinuità proposta come ovvia e scontata, essere una vera rivoluzione? Quale fu il nodo complesso, di difficile lettura in quel tempo? E, in certa misura, ancora oggi?
I fili del nodo sono: libertà, soggettività delle donne, da una parte, e le ragioni per le quali le donne, in quanto tali, debbono entrare nei luoghi in cui si decide. Hanno, queste ragioni, una specificità femminile che le distingue da quelle degli uomini? Diventare come gli uomini, per essere cittadine, o rivendicare qualità che non erano state considerate valori per la cittadinanza? Donna e cittadina sono lo stesso? Quesito che, perlomeno dalla Rivoluzione francese in avanti, non si poneva più, in ambito democratico, per quanto riguarda gli uomini. In ogni caso, fra il 1945 e 1946, è scontato che le donne siano libere e che, proprio per questo, abbiano il diritto di votare. Ma che cosa è la libertà delle donne, nella specificità italiana del tempo?

Anna Rossi-Doria accanto a Rossana Rossanda (foto Il Manifesto)
Il rapporto donne e cittadinanza è in Italia più complicato che nel resto dell’Occidente (Anna Rossi-Doria). Alla disomogeneità delle culture locali – ci sono tante diverse Italie – si aggiunge la forteinfluenza della cultura cattolica. La donna è la famiglia, la donna è la madre, la donna è la custode dei valori comunitari. È considerata quasi alleata naturale della Chiesa cattolica, nella mai sospesa guerra della Chiesa contro la modernità, ancora in quel tempo e fino al Concilio Vaticano Secondo. Tocca alle donne parare i colpi dell’individualismo moderno e dei suoi vari egoismi, cinismi e pretese assurde di libertà. Pilastro, quindi, della dottrina sociale della Chiesa.
Il fascismo aggiunse ambivalenze e contraddizioni. Madri fattrici, il suo ruolo procreativo esteso alla sfera sociale, visione fortemente comunitaria della maternità, con una presenza femminile massiccia, organizzata e molto visibile sulla scena pubblica: piccole italiane, fasci femminili, con una grande ambivalenza. Politicizzazione senza cittadinanza.
Ma c’è altro, da tenere presente. La cancellazione della memoria femminista, provocata dal fascismo, è evidente anche nel discorso pubblico dibattito femminile, dal 1944 in avanti. La stessa importantissima presenza di donne nella Resistenza è segnata da questa perdita di memoria storica. Esperienze femminili e femministe dell’Italia liberale, le campagne per il voto di Mozzoni, Kuliscioff, i movimenti femminili negli anni venti, come gioventù femminile dell’Azione cattolica, sono poco presenti nella memoria delle donne resistenti. Ma questo vuoto di memoria convive con una grande spinta al protagonismo, all’assunzione diretta di responsabilità, che per molte significò partecipare a un impegno collettivo antifascista e di classe, fuori dai doveri domestici. La partecipazione diretta di tante donne, soprattutto nell’Italia centrale e del nord, alla Resistenza, fu la svolta decisiva.

Inoltre, molte donne, non solo resistenti, si ritrovarono, soprattutto dopo la Liberazione, nelle organizzazioni femminili, sia cattolica, come il CIF, che di sinistra, come l’UDI. La crisi dell’unità antifascista divise anche le donne. UDI aveva un grande precedente. Negli anni Trenta fu fondata in Francia «Noi Donne», che divenne la rivista dei Gruppi di Difesa della Donna, distribuita clandestinamente durante la Resistenza, anche a Ravenna.
Grande fu la mobilitazione, prevalentemente sentita come nuovo inizio, con scarsi debiti verso “il prima”. In realtà c’era stato, un prima. Si ebbe forse un certo imbarazzo, rispetto alla precedente storia dei movimenti femminili? Dal 1944 una frase fu spesso ripetuta, anche dalle donne “il femminismo non è fenomeno italiano”. Quasi per volere essere rassicuranti. Chi ha paura del femminismo, come di un virus che può contaminare? Gli uomini? Le donne? Perché? Credo sia il contesto specificamente italiano a spiegarlo. Lontano era il tempo di Anna Maria Mozzoni e di Anna Kuliscioff.
Durante e dopo la Liberazione, le donne diventano cittadine in un mondo in cui anche gli uomini, nel ventennio fascista, cittadini lo sono stati molto poco. Nel momento in cui arriva il voto, l’idea della donna come cittadina è quindi acerba, e attraversata da ambivalenze e contraddizioni. Con alcune, però, forti voci di donne, che suscitano reazioni e parole maschili fondate su stereotipi tradizionali, che molto dicono. E questo accade non in luoghi marginali, ma anche nel contesto della Costituente. Trovo molto interessanti e significativi alcuni esempi che chiariscono quanto il terreno nel quale operarono le donne della Costituente non fosse tranquillo e lineare.
Paola Gaiotti De Biase, storica, cattolica, politica, con le sue ricerche ci ha fornito una miniera di fonti per chi si accosta al tema che sto esaminando, in Passare la mano Memorie di una donna dal Novecento incompiuto (VIELLA, 2010).
Maria Federici, Costituente, e poi fondatrice del CIF, in quegli anni scriveva: “Gli uomini ritengono come secondarie certe attività che sono destinate a diventare primarie. Il mondo ha più bisogno di riportarsi ai problemi dell’uomo come tale, della famiglia come tale che non dissiparsi in quel gioco arido e astratto che conduce da millenni”. Parole, queste, di tono femminista. E, sempre Maria Federici, in merito al lavoro della Costituente: “… nel corso della discussione l’impressione che gli uomini non si fossero liberati del tutto dal complesso di sfiducia verso le facoltà femminili, che qualcosa dei più vieti e mortificanti pregiudizi rimanesse nel fondo della coscienza anche dei più illuminati e sapienti …”.
Un passo illuminante, ricordato anche da Nadia Urbinati nel recente libro NATA DEMOCRATICA. Infatti, la posizione ufficiale della DC fu espressa nel 1945 da Guido Gonella nel periodico della DC «Azione femminile»: “… i diritti della persona sono identici mentre nell’ambito della vita familiare la quale esige una gerarchia di condizioni lo status della donna è uno status di subordinazione”. Chiaro, direi, e Maria Federici non era per nulla d’accordo. La mia impressione è che toni femministi siano, non di rado, più evidenti nelle parole delle donne democristiane, che forse dovevano misurarsi con un familismo più netto, teorizzato ed esplicito di quello, più sottotraccia, dei comunisti. Per i laici e gli azionisti era forse un non problema, che non sentivano e non vedevano. O, meglio, che le donne azioniste sottovalutavano, davano per risolto. Ma l’esito di questa sottovalutazione fu grave. Ada Gobetti, donna di grandissimo valore e partigiana, fu nominata nella Consulta, nell’autunno del 1945. Ma né lei né altre donne azioniste arrivarono alla Assemblea Costituente.
E sul versante comunista? Togliatti, già nel giugno del 1945, rivolse un forte discorso alle donne del suo partito, con alcuni richiami interessanti. Disse. Il partito socialista diventò a suo tempo popolare quando in ogni casa di lavoratori si trovava l’immagine di Carlo Marx accanto a quella di Gesù. E indicò che la legittimazione del Pci ad essere forza costituente era nata attraverso l’epopea resistenziale. E, quindi, un richiamo interessante: “… si facessero a milioni le immagini a colori delle cadute della Resistenza, per distribuirle alle donne del popolo, per conservarle insieme alle immagini dei santi”. Sacrificio e sacralizzazione. Ovvio che agli azionisti questo non poteva andare bene. Ma cosa proposero di diverso? Solo il sospetto per la potenzialità reazionaria delle donne? Lo dico con dolore, perché la storia azionista è di grande valore. Ma appunto, nessuna donna azionista arrivò alla Costituente. Per Silvia, mia madre, Maddalena era la fidanzata di Cristo. Almeno, alla sua maniera, cercò di umanizzare, non di sacralizzare.
Non facile, in tale contesto, comprendere il significato “rivoluzionario” del voto alle donne. Alcuni esempi. Nel giugno del 1945 si sfiorò la possibilità che una donna, Lucia Corti, diventasse sottosegretario alla Assistenza nel governo Parri. Giulio Andreotti – il futuro Divo di Sorrentino – evocò il pericolo di matriarcato se molte donne fossero entrate nel ministero.
Angela Cingolani, democristiana, Costituente, replicò con parole che oggi avrebbero il sapore di radicale femminismo: “…comunque e peggio di quel che nel passato hanno saputo fare gli uomini, noi non riusciremo mai a fare!”. La prima donna sottosegretario sarà proprio lei, Angela Cingolani (nella foto), ma solo nel 1951.

Tredici donne designate dai partiti entreranno a far parte nell’autunno del 1945 della Consulta, che ha il compito della ricostruzione politica e civile dopo la Liberazione. Erano tutte dell’UDI, che in quel momento raccoglieva ancora senza distinzioni le donne del CLN.Nelle sedute dell’1 e 2 ottobre un evento storico: Angela Cingolani (DC) e Rina Picolato (PCI) prendono la parola.Per la prima volte donne parlano in una assemblea rappresentativa.Olympe de Gouges avrebbe brindato. Aveva detto e scritto:“Se ci tocca il patibolo, abbiamo diritto anche alla tribuna”. Ma le era toccata solo la ghigliottina.
I giornali danno un rilievo quasi di “colore” all’evento, una stranezza, una eccentricità. Raccontano come le donne consultrici erano vestite. Il voto alle donne è scontato ma che una donna parli è strano, eccentrico. Ma una delle donne del “prima dimenticato”, la emancipazionista milanese Jole Tragella Monaro dirà: “… una meta sognata da cinquant’anni e più è stata raggiunta”. Le anziane tengono il filo della memoria. Fu più difficile, per le giovani di allora. Ma da una giovane democristiana, Clelia D’Inzillo, che commenta i primi discorsi delle donne alla Consulta, ascoltiamo parole “femministe”: “… l’ignoranza che si vuole attribuire alla donna è una preziosissima qualità positiva. Quel PARECCHIO che ha da fare per l’educazione politica sarà di miglior risultato di quel TUTTO che hanno da rifare gli uomini”. Molte donne di questa stagione costituente erano femministe non di nome ma di fatto, diremmo oggi.
Sarà poi nella campagna per convincere le donne a votare, fra le amministrative di primavera e il referendum del 2 giugno 1946, che emergeranno paure e stereotipi, soprattutto, ma non solo, in ambito maschile. Ma le donne andranno a votare? Il voto è un diritto o un dovere? Nel mondo cattolico si vide una massiccia campagna per convincere le donne al voto. Le donne potevano essere ago della bilancia nel timore di una vittoria delle sinistre. La stessa Cingolani, che un minuto fa ci è sembrata femminista, insiste per il voto “nuovo dovere” per la donna, nel primo convegno del movimento femminile DC nell’aprile del 1945. “Solo attraverso il voto la donna potrà contribuire a difendere l’istituto famigliare e a difendersi in tutto, con leggi che la riguardano caso per caso, madre, sposa, insegnate, professionista, capo di casa, infine cittadina”. INFINE. In queste parole emerge con grande efficacia una sorta di excursus storico e politico. All’ultimo posto cittadina. Ultimo perché storicamente è arrivato per ultimo o ultimo per importanza? Permangono difficoltà a pensare la donna in primis cittadina. Mai si è pensato, né si pensa, che gli umani di sesso maschile siano in primis padri.
Il decreto del gennaio 1945 del governo Bonomi che concedeva il voto alle donne non fu accompagnato da un dibattito politico che ne facesse comprendere la portata rivoluzionaria. Ci fu, invece, un dibattito diffuso sulla obbligatorietà del voto. A sinistra, le donne vissero come una sconfitta il passaggio dal voto come diritto al voto come obbligo, un passaggio che sembrava ledere libertà e responsabilità individuale. Non solo il mondo cattolico, anche l’UDI esorta le donne a votare, e, in particolare, e questo le distingue, a votare le donne. I risultati della discontinuità sono importanti.
Oltre 2.000 donne furono elette nella primavera 1946 nei consigli comunali. Per la Costituente le candidate donne sono solo 226, elette solo 21, il 3,7 per cento dei deputati eletti, il 6,5 delle candidate sono indicate dai tre partiti di massa, DC, PCI, PSI. Di questo 6,5 per cento ne sono elette più della metà. Molte o poche? Dipende dalle aspettative. Per esempio, la DC ammette solo una candidata donna in ogni circoscrizione. E di nuovo la giovane D’Inzillo protesta: “… ho il sospetto che più che l’esercizio di un diritto si sia trattato di una concessione …”. Ci furono donne quindi che speravano in numeri maggiori, molto maggiori. In effetti, furono poche le candidate, per il forte rifiuto della base dei partiti, e solo il PCI ebbe la volontà di imporle dall’alto.

Nilde Iotti
Le donne dell’UDI – 11 delle 21 elette sono iscritte all’ UDI, 9 comuniste e 2 socialiste – festeggiano tutte le elette, senza distinzione: “Alla Consulta le donne indicate dai partiti erano solo 13. C’era stato il timore che alla Costituente il numero sarebbe stato più basso. Risultati superiori a ogni aspettativa e a ogni speranza”. Sguardo autoconsolatorio o realistico, dato il contesto? Le donne dell’UDI conoscevano evidentemente bene il contesto, e il loro timore era fondato. Rita Montagnana, Costituente del PCI, disse: “Il voto delle donne non è stato e non sarà, come speravano taluni, un’arma nella mani della reazione. Le donne hanno votato per il partiti del CLN”. E in modo coerente, rispetto ai contesti geopolitici nei quali si trovavano: molte DC al sud, molte PCI e PSI al nord. Ovvio. Direi.
Tuttavia, oltre la grande e diffusa emozione che le donne di ogni ceto sociale mostrano nel primo atto pubblico di cittadinanza, il voto – emozione che Anna Rossi-Doria definisce una vera e propria fonte storica – diverse donne denunciarono il divario fra le potenzialità del grande impegno femminile negli ultimi mesi della guerra, e nei primi mesi e anni, dopo. Un dopo per molti anni deludente. Ma questa sarebbe un’altra storia. In ogni caso, ricordo un film che Anna Rossi – Doria avrebbe molto apprezzato. C’è ancora domani, di Paola Cortellesi.
Un nodo reale esiste, allora e oggi. La non facile conciliazione della democrazia rappresentativa e della politica costruita dal mondo maschile, e scaricata sulle spalle del tradizionale ruolo femminile. Allora questo nodo non fu avvertito in termini problematici. Anzi, si pensò, e anche in questo caso si diede per scontato, che la conciliazione del lavoro di cura, il maternage famigliare e sociale e l’impegno politico, venisse di per sé. Fu quasi un mito, scrive Gaiotti De Biase, la facile conciliazione di cura e politica. Invece, problematico fu fare i conti con il mondo come era e come ancora è, con la realtà fatta di corpi e di complessità, come ci ha insegnato anche Edgar Morin – appena scomparso, dopo una magnifica vita durata 104 anni -, con la sua grande lezione. Né la storia, né la filosofia, né la sociologia, né tanto altro, può precedere in solitaria. Tutto va interconnesso. Edgar Morin, ci mancherai.
In ogni caso, la continuità fra Resistenza e relativo successo delle candidature femminili alla Costituente fu evidente. Carcere, confino, esilio, emigrazione. Interessante il caso emiliano. Su 21 elette, tre lo furono in collegi emiliani. Teresa Noce e Rita Montagnana sono addirittura capolista, e la terza è Nilde Iotti. Le due generazioni di donne resistenti, le comuniste di lunga esperienza antifascista e la giovane Iotti.
Anche nell’area cattolica sono elette nove donne con un passato antifascista e resistenziale, espressione di aree cattoliche culturalmente “aperte”, diversamente dalle candidature del 1948, di donne, invece, espressione di dirigenze parrocchiali, e per la difesa della religione contro il pericolo comunista. Nonostante che, per una presunta pace religiosa, il PCI avesse votato l’articolo 7, l’unico articolo esplicitamente illiberale della nostra Costituzione. Fra i pochi oppositori, all’interno del PCI, la donna Costituente più giovane, Teresa Mattei, non poté rendere esplicito il suo dissenso, come invece Concetto Marchesi, uomo anziano e di grande autorevolezza, fu autorizzato a fare. In questo passaggio troviamo la prima incrinatura nel rapporto fra la giovare Teresa Mattei – Costituente a soli ventisei anni – e Togliatti, incrinatura che, anni dopo, portò a posizioni inconciliabili.

Costituente: le protagoniste, le idee, le proposte
Per comprendere come, dato il contesto dai tanti nodi complessi, il lavoro delle Costituenti sia stato di livello considerevole, va sottolineato un altro aspetto che riguarda in generale la nostra Carta Costituzionale. È un programma che indica il futuro da costruire, un prologo, dice Nadia Urbinati, e, quindi, non registra né la realtà né la sensibilità media del tempo. È espressione di un momento eccezionale, un sublimato delle idee più alte della cultura politica delle varie, plurali culture antifasciste del tempo, alcune eredi del pensiero democratico radicale del Risorgimento, altre, di radicalità sociale, socialista e comunista, altre di cultura cattolica assai plurale – enormi le differenze, per esempio, fra un Giuseppe Dossetti e un Mario Scelba -, che in quegli anni riuscirono a meticciarsi in “modo alto”, come mai più, dopo.
In questo quadro si inserisce anche il lavoro compiuto dalle donne Costituenti, che non drammatizzarono le loro grandi differenze, e alcune loro divisioni, ma valorizzarono sempre le convergenze. Era lo spirito di quel breve tempo, durato poco più di un anno.
Le biografie delle donne Costituenti cominciano ad essere, anche se lentamente, conosciute. Quasi tutte laureate e diplomate. Solo Ottavia Penna Buscemi, dell’Uomo Qualunque, nell’annuario parlamentare si definì “moglie e madre”. Le altre 20, 9 della DC, 9 del PCI, 2 del PSI, erano figure sia eccezionali (titoli di studio, diplomi e lauree, vite a lungo “pericolose”, anche prima della Resistenza) che rappresentative. Avevano cioè, dietro di sé, mondi molto vasti che in qualche modo le riconoscevano.
La stesura della Carta fu affidata alla commissione detta dei 75, a cui parteciparono cinque donne, Maria Agamben Federici, Angela Gotelli, Nilde Jotti, Lina Merlin, Teresa Noce (nella foto sotto). I temi che soprattutto le impegnarono, a conferma dell’implicito ruolo del maternage sociale a loro affidato, furono lo statuto della famiglia e i diritti delle donne, sostegno alla famiglia e alla maternità, ma anche l’affermazione del diritto delle donne al lavoro e all’accesso a tutte le carriere. E, unite, respinsero il tentativo di alcuni Costituenti maschi di costituzionalizzare l’esclusione delle donne dalla Magistratura. Il tentativo di negare il diritto di accesso alla Magistratura, vendetta postuma per il decreto sul voto? Antico e tenace era il nesso che, escludendo le donne dalla polis, le escludeva anche dal diritto. Un paradosso. Avrebbero potuto fare le leggi, ma non avrebbero potuto esercitare il potere di applicarle. Su un punto, invece, le Madri Costituenti si divisero.
I cattolici e le cattoliche intendevano definire in Costituzione il matrimonio come “indissolubile”. L’aula, e le donne della sinistra, respinsero. Per pochi voti non si è avuta la costituzionalizzazione della indissolubilità, cioè di un sacramento. Anche la parola “essenziale” riferita alla funzione familiare della madre, vide la divisione fra le donne della sinistra e le democristiane. Pieno accordo invece sulla tutela della lavoratrice madre, sulla parità dei coniugi nel matrimonio, sulla donna lavoratrice che ha gli stessi diritti del lavoratore.

Un contributo alto, non richiudibile in alcun modo nel maternage e che anticipa la dichiarazione Universale dei Diritti, venne dato da due donne a quello che Piero Calamandrei considera l’articolo più importante di tutta la Costituzione, l’art. 3. L’articolo dell’uguaglianza dei diritti delle differenze, tutte nominate, una vera rivoluzione. Lina Merlin introduce nell’elenco delle differenze che hanno uguali diritti il sesso, tacitando chi diceva che era “implicito” (rispose che non si fidava dei vuoti di memoria) e Teresa Mattei, che propose l’aggiunta della espressione “di fatto” alla frase relativa alla “rimozione degli ostacoli che limitano di fatto l’uguaglianza”. Lina Merlin (nella foto del Museo Nazionale della Resistenza) e Teresa Mattei, le Costituenti che ebbero, di fatto, lo sguardo più lungo.

Tutte le donne Costituenti parteciparono alle discussioni in aula. L’unica che non prese la parola fu Ottavia Penna Buscemi, “moglie e madre”. Coerente con se stessa, direi. Negli interventi in aula, quasi più che nelle sottocommissioni dei 75, si occupano del “mondo” in tutta la sua complessità. Non solo quindi del rapporto fra Resistenza e 8 marzo, della famiglia, delle discriminazioni che colpiscono le donne, del ritorno di Maria Montessori in Italia. Ma anche di questioni al centro di tutto l’impianto costituzionale: il rapporto fra scuola pubblica e scuola privata, le autonomie regionali, il lavoro, la politica internazionale.
Come si diceva, un problema, grandissimo, non fu visto. La cittadinanza femminile, fra diritti e doveri. Fra nuovi diritti e nuovi doveri che si aggiungono ai doveri tradizionali, un accavallarsi di doveri, un “assommarsi affannoso” di compiti (Paola Gaiotti De Biase).
In quel momento la grande gratificazione della finalmente raggiunta cittadinanza fece sottovalutare il peso di questo “assommarsi”. Se ne accorgeranno le figlie delle donne Costituenti, e il femminismo diede poi finalmente voce al peso, sulle spalle delle donne, della cultura e del familismo patriarcale. In ogni caso, l’incontro e scontro fra soggettività femminile e cultura maschilista anche nei lavori di prima e durante la Costituente, non furono da poco.
Sottolineo alcune punte di un iceberg fatto anche di silenzi, allusioni, sguardi, toni di voce, che, come le emozioni, sarebbero, quando rilevabili, importanti fonti storiche, come ci ha insegnato Anna Rossi-Doria. Comunque, squarci di realtà emergono da parole conflittuali anche nella fase preelettorale.
Di fronte al basso numero di candidature femminili, la giovane democristiana Clelia D’Inzillo disse: “… il sospetto che si sia trattato di una concessione (a malincuore), per apparire conseguenti al suffragio universale. Gli uomini, sempre pronti per antica abitudine ad aprire le porte al passaggio di una donna, amerebbero deflettere dall’usanza dinanzi alla porta di Montecitorio. E’ una questione di principio…risulterebbe fuori luogo …se l’immissione della donna nella classe dirigente costituisse permanentemente una eccezione, o nella migliore delle ipotesi, una rappresentanza di categoria”.
Parole pronunciate ieri o oggi? E, seppure sotto traccia, la parola femminismo, anche se non è dominante nel discorso pubblico di quegli anni, ogni tanto compare, o sulla difensiva, o con disprezzo. Di nuovo, la giovane Clelia D’Inzillo, nel sottolineare di non essere femminista, si chiedeva: “Apparterrà alla donna la futura era? Non vogliamo spingere i nostri pronostici fino al fanatismo del femminismo sperticato, ma… la futura era … non sarà più privativa maschile… i signori uomini… Lo prendano pure come un poco piacevole scherzetto della storia”. C’è, in queste parole, consapevolezza che gli ostacoli erano molti, sia nella casa privata che nella casa politica. Infatti, al congresso nazionale DC del novembre 1947, Attilio Piccioni diceva alle donne :“ La vostra funzione non dovrà mai esorbitare fino a farvi sentire un partito di donne, o radicalizzate in estremismo femminista”. Per l’Europa già da tempo si stava aggirando lo spettro del femminismo. Refoli stavano arrivando in Italia, dove, dagli anni Settanta in avanti, è poi diventato di casa. Ma fa, ancora oggi, paura. O lo si demonizza, o si cerca di addomesticarlo.
E di questo parleremo il prossimo 12 giugno, con Rosi Braidotti, Jennifer Guerra, Giorgia Serughetti, autrici di GIU’ LE MANI dal FEMMINISMO (Rizzoli, 2026). Le Madri Costituenti ci guarderebbero, alcune curiose, poche preoccupate, molte con grande simpatia. Sì, con grande simpatia. Ne sono certa.
La mia gratitudine va a Anna Rossi-Doria e a Paola Gaiotti De Biase. I loro studi sono stati per me illuminanti. Paola l’ho conosciuta, ma solo da lontano. Con Anna ho avuto la fortuna di condividere una amicizia preziosa, e indimenticabile.



