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Sgominata la banda della rapina da 40mila euro nella banca di San Zaccaria. Cinque arresti tra Romagna e Sicilia: “Colpo studiato nei dettagli, con basisti locali”

Arrivati dalla Sicilia, supportati da uomini del territorio, avevano pianificato tutto nei minimi dettagli: sopralluoghi, spostamenti, vie di fuga e persino le auto da utilizzare, scelte — secondo gli investigatori — per non essere facilmente riconducibili ai complici romagnoli. Una banda organizzata, composta da uomini con esperienza criminale e una sorprendente freddezza operativa, quella che secondo Procura di Ravenna e Carabinieri il 25 febbraio scorso mise a segno la rapina all’istituto di credito di San Zaccaria. A distanza di poco più di tre mesi, per cinque persone sono scattate le manette.

Dalle prime ore di martedì 9 giugno i Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando provinciale di Ravenna, insieme ai colleghi di Forlì-Cesena e Catania, con il supporto del 13° Nucleo Elicotteri di Forlì e delle unità cinofile di Bologna, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Ravenna su richiesta della Procura.

Tre degli arrestati si trovavano nel Catanese. Altri due — considerati dagli inquirenti i “basisti” dell’operazione — sono stati fermati in provincia di Forlì-Cesena, tra Forlì e Meldola. Tutti uomini, tra i 41 e i 57 anni, (classi 1969, 1975, 1980, 1981 e 1985) con precedenti penali, anche se solo uno con precedenti specifici per reati dello stesso tipo.

La rapina: cellulari sequestrati, personale e clienti chiusi nei bagni

Il colpo era stato messo a segno nella tarda mattinata del 25 febbraio. Secondo la ricostruzione investigativa, i rapinatori sarebbero entrati in banca attorno alle 12.25, dimostrando da subito grande sangue freddo e un piano ben definito.

Per evitare richieste di aiuto immediate, i presenti all’interno dell’istituto — clienti e dipendenti — sarebbero stati privati dei telefoni cellulari e fatti rimanere nell’area dei servizi igienici, così da impedire qualsiasi contatto con l’esterno durante le fasi del colpo.

Un elemento che ha colpito gli investigatori è la calma con cui il gruppo avrebbe agito. Nessuna arma sarebbe stata utilizzata o trovata nel corso delle perquisizioni, nonostante l’azione sia stata sufficientemente intimidatoria da consentire alla banda di agire senza opposizioni.

Contrariamente a quanto inizialmente ipotizzato, i rapinatori non sarebbero rimasti fino all’apertura della cassaforte temporizzata: il gruppo avrebbe infatti deciso di impossessarsi esclusivamente del denaro presente nelle casse, per un bottino complessivo di circa 40mila euro, lasciando poi rapidamente la filiale.

La rete dei “basisti” romagnoli

A rendere particolarmente complessa l’indagine – come sottolineato durante la conferenza stampa dal procuratore capo Daniele Barberini, dal Col. Alessio Gallucci e dal Maggiore Andrea Coppi – , è stato il fatto che gli autori materiali della rapina provenissero da fuori regione e si appoggiassero a referenti locali. “Si tratta di un fenomeno criminale difficile da contrastare — ha spiegato Barberini — perché i rapinatori arrivano da altre regioni, si avvalgono di appoggi sul territorio, commettono il reato e poi spariscono”.

Secondo gli inquirenti, i due uomini residenti nel Forlivese avrebbero avuto un ruolo chiave nella logistica del colpo. Erano loro a conoscere il territorio, accompagnare i componenti della banda nei sopralluoghi e guidare i mezzi durante le varie fasi operative, sia nell’avvicinamento sia nella fuga.

I veicoli utilizzati — che non risultano rubati — sarebbero stati scelti accuratamente proprio per non essere facilmente riconducibili ai presunti basisti locali. Tra le ipotesi investigative c’è anche quella di mezzi reperiti a noleggio o comunque selezionati per non attirare sospetti.

Un aspetto che ha colpito gli investigatori riguarda il profilo dei due forlivesi: conducevano infatti una vita apparentemente normale, con un lavoro e una famiglia, elementi che non lasciavano trasparire collegamenti evidenti con un’organizzazione criminale di questo tipo.

Pedinamenti, telecamere e sopralluoghi

Le indagini, coordinate dalla Procura di Ravenna, sono state sviluppate dal Nucleo Investigativo con il supporto iniziale della Compagnia Carabinieri di Cervia-Milano Marittima e si sono protratte per mesi. Determinanti sarebbero stati gli accertamenti tecnici, l’analisi delle immagini di videosorveglianza e una lunga attività di osservazione, pedinamento e monitoraggio sul territorio.

Gli indagati avrebbero adottato numerose precauzioni per non essere individuati: sopralluoghi ripetuti prima del colpo, percorsi studiati per evitare telecamere e varchi stradali, utilizzo di mezzi differenti per arrivare e allontanarsi dalla banca e fughe organizzate in modo separato.

Nel corso dell’inchiesta i carabinieri hanno inoltre documentato la preparazione di almeno altre due possibili rapine — una nel Ravennate e una in provincia di Torino — che però non sarebbero mai state portate a termine.

Per la Procura, l’operazione rappresenta anche un segnale di presenza dello Stato sul territorio. “L’obiettivo — ha concluso Barberini — è dimostrare che, anche davanti a fenomeni criminali complessi e organizzati, il territorio è presidiato e controllato”.