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Grano in crisi, la protesta dei cerealicoltori di CIA al porto di Ravenna: “Così l’agricoltura rischia di morire”

Un manifesto funebre con la banda nera e la scritta “Muore l’agricoltura italiana”, in mezzo a centinaia di bandiere, ha dato il tono alla mobilitazione andata in scena nella mattina di oggi, 12 giugno, al porto di Ravenna. A radunarsi sono stati produttori agricoli e cerealicoltori della Romagna, scesi in piazza per denunciare una situazione che definiscono ormai insostenibile: coltivare grano, spiegano, non garantisce più margini economici sufficienti a coprire i costi di produzione.

La manifestazione, promossa da Cia–Agricoltori Italiani, ha portato al terminal portuale numerosi imprenditori agricoli del territorio, preoccupati per il crollo delle quotazioni del grano e per una redditività che, negli ultimi anni, si è progressivamente assottigliata. Il messaggio rivolto alle istituzioni e ai consumatori è netto: senza un cambio di passo, molte aziende potrebbero rinunciare alle semine.

Secondo quanto emerso durante l’iniziativa, il nodo centrale resta lo squilibrio tra spese sostenute dagli agricoltori e ricavi ottenuti dalla vendita del raccolto. Carburanti, fertilizzanti, macchinari e costi energetici continuano ad aumentare, mentre il prezzo riconosciuto ai cerealicoltori rimane fermo su livelli ritenuti troppo bassi per garantire la sostenibilità economica delle aziende.

«Non è solo un problema degli agricoltori», ha sottolineato il presidente di Cia Romagna, Lorenzo Falcioni, intervenendo durante il presidio. Il timore espresso dall’organizzazione è che l’abbandono delle coltivazioni possa avere conseguenze ben più ampie, coinvolgendo filiere alimentari considerate simbolo del Made in Italy e produzioni legate alla qualità agroalimentare nazionale.

Il grano resta infatti una delle colture più diffuse nel Paese, ma il suo valore economico viene sempre più influenzato dalle dinamiche internazionali: mercati globali, tensioni geopolitiche e importazioni incidono direttamente sui prezzi, comprimendo i margini degli agricoltori italiani.

Tra i punti più critici segnalati dagli operatori c’è anche la distribuzione del valore lungo la filiera. Se da un lato i prezzi al consumo di pasta e derivati sono cresciuti negli anni, dall’altro — sostengono i produttori — chi coltiva continua a ricevere compensi che non riflettono l’aumento dei costi affrontati in campagna.

Una situazione che appare ancora più difficile nelle aree collinari e interne della Romagna, dove produrre comporta spese maggiori e raccolti spesso inferiori rispetto alle zone di pianura. In questi contesti, spiegano dal settore, il rischio di abbandono agricolo diventa concreto, con possibili ricadute anche sulla tutela del paesaggio e sulle produzioni certificate del territorio.

Durante il presidio è intervenuto anche il presidente regionale di Cia Emilia-Romagna, Lorenzo Catellani, che ha rilanciato la richiesta di maggiori verifiche sul grano proveniente dall’estero. L’associazione agricola chiede controlli più stringenti sui prodotti importati, affinché rispettino gli stessi standard richiesti alle aziende italiane sotto il profilo sanitario, ambientale e qualitativo.

Sul tavolo restano anche altre richieste: contrastare le pratiche commerciali sleali, limitare le vendite sottocosto e creare condizioni che garantiscano una remunerazione più equa lungo tutta la filiera cerealicola. Per i produttori presenti al porto, la posta in gioco non riguarda soltanto il reddito delle aziende agricole, ma il futuro stesso di una coltura che per decenni ha rappresentato uno dei cardini dell’agricoltura italiana.