In queste ore ho letto – come molte e molti – l’ennesima ondata di insulti razzisti, sessisti e classisti rivolti all’onorevole Ouidad Bakkali. A lei va la mia vicinanza, senza giri di parole: nessuna differenza di idee può mai giustificare minacce, disumanizzazione, odio.
Con Ouidad ci conosciamo da molto tempo. Se ripenso al mio percorso a Ravenna, uno dei primissimi passaggi pubblici che ricordo è un incontro che organizzai sul tema dell’omotransnegatività. In quella sala non c’eravamo solo io e Ouidad: con noi c’era anche Roberta Mori, nostra ospite, che in quel periodo stava portando avanti in Emilia-Romagna il lavoro per una legge contro l’omotransnegatività. Ouidad era al nostro fianco già allora, e si prese un impegno concreto: lavorare perché il Comune di Ravenna aderisse alla Rete RE.A.DY. Quell’impegno non rimase sulla carta: arrivò in tempi rapidissimi.
Lo dico perché, quando oggi si prova a ridurre tutto a “tifoserie”, io vedo invece una storia fatta di scelte amministrative e responsabilità istituzionali.
Quello che sta accadendo adesso non riguarda solo una persona. Quando l’odio si alza di livello e diventa “normale”, colpisce il patto di convivenza che tiene insieme una comunità. In democrazia il confronto può essere duro, anche aspro. Ma c’è un confine che non si può superare: il passaggio dalla critica delle idee all’attacco alla dignità delle persone, alle origini, alla condizione sociale, al corpo, all’identità. Quel confine non è una questione di stile: è la base minima per restare una società democratica.
In questi giorni vediamo una dinamica che conosciamo bene: l’odio non cambia natura, cambia bersaglio. L’odio razzista verso le persone razzializzate, l’odio omolesbobitransfobico verso le persone LGBTQIA+, l’odio verso le persone con disabilità, il sessismo: hanno una radice comune. È la stessa logica che decide chi merita rispetto e chi no, chi è considerato “cittadinanza piena” e chi “tollerato” o “fuori posto”.
Per questo parlo anche del Centro Antidiscriminazioni LGBTI+. Non per spostare il tema, ma perché insieme alle parole d’odio, in questi giorni sta circolando anche un messaggio pericoloso: l’idea che i presìdi antidiscriminazione siano “ideologia”, o che la tutela delle persone contro la violenza sia un tema di parte.
Non è così.
Il Centro Antidiscriminazioni LGBTI+ (che sul territorio, insieme ad Arcigay Ravenna, contribuiamo a rendere operativo) esiste per una ragione semplice: perché le discriminazioni e le violenze esistono. Perché ci sono persone insultate, minacciate, isolate, ricattate, licenziate, picchiate, aggredite. E quando la discriminazione colpisce, servono strumenti concreti: ascolto, orientamento, presa in carico, rete con i servizi, tutela. Questo è protezione, è diritto, è civiltà democratica.
Ravenna ha potuto avviare e consolidare questo tipo di politiche anche grazie a scelte e a un lavoro istituzionale in cui Ouidad Bakkali, nel suo ruolo in Comune, ha creduto e si è spesa. Lo ricordo oggi perché la risposta all’odio non può limitarsi a dichiarazioni di principio: deve difendere e rafforzare i presìdi che rendono una città più sicura per tutte e tutti.
Chi siede nelle istituzioni ha un dovere ulteriore: contribuire a un clima pubblico in cui nessuna persona venga trattata come bersaglio legittimo. In questi giorni, invece, vediamo un linguaggio che scivola verso la delegittimazione e il disprezzo. È una deriva che va fermata, con atti chiari e senza zone grigie.
Chiedo alle forze politiche e alle istituzioni ravennati una presa di posizione netta: condanna senza ambiguità dell’odio e responsabilità conseguenti quando il linguaggio pubblico supera il limite della dignità e dell’uguaglianza. Perché non si tratta di “una polemica”: si tratta della qualità della democrazia nella nostra città.
A Ouidad Bakkali dico una cosa semplice: non sei sola. E a Ravenna dico: non possiamo permetterci di normalizzare l’odio.


