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Mio figlio con Dsa è rinato cambiando scuola superiore: l’inclusione si misura con i fatti
Un anno fa denunciavo pubblicamente le forti difficoltà e la mancanza di una risposta adeguata da parte di un istituto superiore della provincia di Ravenna nei confronti di mio figlio, studente con DSA (discalculia e disortografia). Oggi torno a scrivere per un dovere di cronaca e di giustizia, ma soprattutto per mettere a confronto le dichiarazioni di principio di una scuola che si definisce inclusiva (per i Dsa) con la realtà dei fatti da noi vissuta.
La conferma definitiva del mancato supporto didattico nei nostri confronti è arrivata quest’anno. Per salvare l’ultimo anno scolastico di mio figlio e sottrarlo a un clima che percepivamo come penalizzante, abbiamo preso l’unica decisione possibile: trasferirlo in un altro istituto, con lo stesso indirizzo/corso di studi.
Una scelta sofferta, ma necessaria per garantire l’applicazione dei piani didattici personalizzati previsti dalla legge, che nel primo caso si erano scontrati con un muro di insormontabili difficoltà gestionali.
Il confronto oggettivo tra le due scuole, basato sui dati e non sulle opinioni, è a dir poco impietoso.
I numeri del cambiamento: nelle materie in cui mio figlio faticava persino ad arrivare a un 2, oggi ha viaggiato stabilmente sulla media del 7.
La fine del calvario economico ed emotivo: prima eravamo costretti a ore di studio disperato e a investire cifre enormi in ripetizioni private per colmare le lacune di una didattica non adattata. Quest’anno, grazie a docenti preparati e competenti, mio figlio ha studiato autonomamente e con pochissime ripetizioni private, senza più quel pesante esborso economico.
La rinascita psicologica: la cosa più importante è che mio figlio ha finalmente ritrovato la sua autostima, il sorriso e una serenità che gli erano state negate.
Mio figlio non solo è stato ammesso all’esame di Stato, ma è stato ufficialmente promosso e ha conseguito la maturità. Ha raggiunto questo traguardo straordinario solo perché ha finalmente trovato un istituto dove il corpo docenti sa cosa significa applicare la legge sui DSA, utilizza gli strumenti compensativi come diritti e non come concessioni e, soprattutto, possiede quella sensibilità educativa che nel primo istituto è mancata.
I dati non mentono: se uno studente passa da 2 a 7 cambiando semplicemente istituto, la responsabilità non è mai stata del DSA o della sua buona volontà. La responsabilità è di chi ha fallito nel compito primario dell’insegnamento e dell’inclusione. Le etichette sbandierate sulla carta si azzerano davanti alla realtà di un ragazzo che, per essere tutelato nei suoi diritti fondamentali, è dovuto andare altrove.
Il mio ringraziamento più profondo va alla dirigenza e al corpo docenti che hanno ridato dignità e futuro a mio figlio. A tutti gli altri lascio una riflessione: la vera inclusione si misura sui banchi di scuola con i fatti, non sui siti web con le parole.
R.U. un padre non più esasperato.



